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Dal cuore il lavoro, dal lavoro l'opera Tratto da L'io, il potere e le opere - Marietti 1820 Lugi Giussani |
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Gesù, nel Vangelo, dà questa definizione di Dio: "Mio Padre è l'eterno lavoratore" Gv 5, 17. Con questa affermazione in-dica il lavoro come espressione dell'essere. Il Mistero che fa tutte le cose ha una dinamica espressiva che affonda nella realtà trinitaria, ma che si riverbera fuori di sé, creando. Ed è da questa creazione, cui apparteniamo, che comprendiamo le parole di Gesù: "Mio Padre è l'eterno lavoratore". La parola lavoro, attribuita al Mistero che fa tutte le cose, indica dunque che l'essere si esprime. Infatti tutto, come una imitazione irresistibile, si muove. 1) Anche per noi il lavoro è l'espressione del nostro essere. Questa coscienza dà veramente respiro all'operaio che per otto ore fatica sul banco di lavoro, come all'imprenditore teso a sviluppare la sua azienda. Ma il nostro essere - ciò che la Bibbia chiama "cuore": coraggio, tenacia, scaltrezza, fatica - è sete di verità e felicità.
Chiamiamo "senso religioso" il "cuore" dell'uomo: la sete di verità e di felicità si rivolge al bene ultimo, al significato totale, che eccede la nostra possibilità di immaginazione e di definizione. E che pure è la ragione di tutto l'agire: il senso religioso è il vertice della ragione, perché ragione è coscienza della realtà secondo la totalità dei suoi fattori. Ora, la società non esaurisce la totalità dei nostri fattori: non siamo soltanto ingranaggi di un meccanismo o mattoni dell'edificio sociale. Non ci esaurisce lo scopo sociale. Anche i lavoro deve servire ed essere funzione della verità e della felicità cui l'uomo personalmente aspira. In questo senso l'enciclica Laborem exercens afferma che lo scopo del lavoro non è il lavoro stesso ma l'uomo. Ed è giusto dire che un'opera, in fondo, è una preghiera aperta al senso religioso di chi ha fede e di chi non ne ha, perché il senso religioso, così descritto, è in chiunque.
2) Come è possibile che l'uomo sostenga questo "cuore" di fronte al cosmo e, soprattutto, di fronte alla società? Come può fare l'uomo a sostenersi in una positività e in un ultimo ottimismo (perché senza ottimismo non si può agire)? La risposta è: non da solo, ma coinvolgendo con sé altri. Stabilendo un'amicizia operativa (convivenza o compagnia o movimento): cioè una più copiosa associazione di energie basata su un riconoscimento reciproco. Questa compagnia è tanto più consistente quanto più il motivo per cui nasce è permanente e stabile. Un'amicizia che nasca da un cointeresse economico ha la durata del giudizio circa la sua utilità. Invece una compagnia, un movimento, che sorga dall'intuizione che lo scopo di un'impresa eccede i termini dell'impresa stessa, e che essa è tentativo di rispondere a qualche cosa di molto più grande; insomma, un movimento che nasca dalla percezione di quel cuore che abbiamo in comune e che ci definisce come uomini, stabilisce una "appartenenza". Cristo ha stabilito nella storia l'appartenenza a una realtà in cui la suprema preoccupazione è quella del destino che permette l'insorgere dell'umana iniziativa dalla sua vera origine, dal suo vero cuore: la Chiesa. Nel discorso al Meeting di Rimini (29 agosto 1982) Giovanni Paolo II ha detto che scopo della Chiesa è costruire "una civiltà della verità e dell'amore". Uno scopo anche terreno. Perché è dalla documentazione di una umanità migliore nel tempo, nella storia, che si coglie la presenza di un fattore che la supera. È il concetto evangelico di "miracolo": miracolo è un umanità che non si sarebbe mai potuta realizzare come esito di un progetto o di un'operazione. Non un compimento definitivo (che sarà alla fine), ma una caparra di esso già ora. Il cristianesimo vede in questo mondo la caparra del paradiso; caparra che consiste proprio in un umanità che diventa migliore là dove l'ipotesi cristiana viene accettata e attuata. In vasti strati della Chiesa tutto ciò è obliterato (se non addirittura teoricamente negato). Ciò evidenzia ancor più il valore di movimenti, cioè di luoghi che tendano a dilatarsi, e nei quali il valore umano e storico di Cristo e della sua Chiesa viene preso sul serio ("Chi mi segue avrà la vita eterna, e il centuplo quaggiù") Cfr. Mt 10, 29-30; 19, 28-29; Mc 10, 28-30. La Compagnia delle Opere è l'espressione di uno di questi ambiti. L'esigenza originaria dell'uomo tende dunque a un riconoscimento sociale. Non a caso la Mater et magistra di Giovanni XXIII colloca tra i diritti fondamentali dell'uomo il diritto alla libertà di associazione. Perciò, sia nell'ambito dello Stato che in quello della Chiesa, ogni tentativo di limitare la libertà associativa è un dispotismo. Viceversa, l'appartenenza alla Chiesa, attraverso l'associarsi, aumenta la libertà espressiva e operativa. Nell'associazione la libertà trova più spazio e sicurezza: la libertà è un'appartenenza in un'attività libera. Un cristianesimo vissuto genera un fermento operativo senza limiti: tende a investire tutto l'orizzonte dell'attesa umana. Da un testo recente del Samizdat: "L'unico problema veramente importante per i credenti, la salvezza di Cristo, non ci preclude la ricchezza e la complessità della vita, ma la illumina di luce nuova. Solo una risposta universale (a tutti i problemi dell'esistenza) può essere autenticamente cristiana. Il pensiero cristiano deve essere la voce della piena verità di ciò che vive quotidianamente".
3) Un corollario. La libertà di movenze immaginative e operative è una questione di vita o di morte per una civiltà: e lo è pure per la democrazia. Dalla libertà di questo spazio per il lavoro, che nasce dal cuore e che viene sostenuto associativamente, si misura la democraticità di ogni potere, il suo rispetto della libertà (la libertà di associazione è il diritto più antitetico al potere). Il governo di una società non può non avere come sua prima preoccupazione quella di favorire e valorizzare ciò che nasce dal cuore dell'uomo, prendendo consistenza in forme associative. Questo è anche l'unico criterio per giudicare una realtà politica e un comportamento politico. Infatti, l'uomo che ha il senso del proprio cuore, fino a farne origine di compagnia e di amicizia, ha anche il senso del sacrificio necessario per l'ordine e l'incremento di tutta la società. Campagna di solidareità 2002: Educazione e lavoro
Educare al lavoro è educare l’io alla coscienza di sé, una coscienza che implica una responsabilità verso il mondo (verso un “plasmare” il mondo). La formazione al lavoro non può essere solo “formazione professionale”, tecnica: imparare un mestiere è anche imparare una coscienza di sé. Il lavoratore partecipa di una “energia che cambia le cose”. Ciò è tanto più vero in quel pezzo di mondo che più ha bisogno, che più soffre. E’ la persona infatti il motore dello sviluppo, il fattore indispensabile di ogni sviluppo possibile. Senza un “io-al-lavoro” non c’è serenità umana, non c’è stabilità sociale, non c’è sviluppo economico. Senza un “io-al-lavoro” qualunque progetto di cooperazione naufraga nella precarietà e nell’estemporaneità, qualunque pianificazione di aiuti è destinata al fallimento (e ne abbiamo moltissimi esempi). Una persona cosciente di sé, una responsabilità di sé e della realtà: questo è lo scopo dell’educazione al lavoro. Lo sviluppo c’è dove ci sono persone così.
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