|
"Deve un uomo - un
medico, un infermiere - rischiare la vita per aiutare
un altro uomo a soffrire e a morire dignitosamente?
Testimonianza di Elio Croce -
missionario comboniano addetto
al St. Mary’s Lacor
Hospital di Gulu in Uganda
24
maggio 2002 ore 20.45
Sala 2 Centro Servizi Culturali S. Chiara -
Trento
Incontro promosso da AVSI e Medicina e Persona
Medicina e Persona
Medicina
e Persona è un’associazione che nasce nel 1999 a
Milano. A Trento comincia ad operare nel 2001. Scopo
principale e quello di difendere il carattere
professionale dell'esperienza di lavoro in sanità,
intesa come risposta personale, libera e responsabile,
al bisogno della persona malata ed, in quanto tale,
dipendente dalla qualificazione, dalla dedizione e
dall'impegno di chi la esercita.
Sito internet
www.medicinaepesona.org
Elio Croce
Elio Croce,
cinquantacinquenne italiano di Moena, è un missionario
comboniano che da trent’anni lavora nel Nord Uganda.
Diplomato in Italia come perito metalmeccanico capo
tecnico, specializzato in manutenzione e riparazione di
apparecchiature ai raggi X ed elettromedicali, è
attualmente responsabile dis servizi e della manutenzione
nell'ospedale St. Mary a Lacor, uno dei più moderni ed
efficienti presidi medici dell’Africa tropicale.
da una lettera di Elio Croce, padre comboniano, in
servizio presso il St. Mary Hospital di Lacor in Uganda
(Gulu 15-10-00)
Carissima
D.,
sabato l’altro, per il morbo di Ebola, è morto un
infermiere e il cadavere è rimasto insepolto per due
giorni per aspettare l’arrivo di un suo fratello. Una
grande imprudenza. Nel frattempo mercoledì moriva un’altra
allieva infermiera per lo stesso male, così i morti tra
gli infermieri sono diventati tre nel giro di dieci
giorni. Fin da domenica il dottor Matthew ha contattato le
autorità politiche e sanitarie e ha dovuto arrabbiarsi per
far capire che la situazione è grave. Intanto ha già preso
le misure di emergenza per evitare il contagio: ha fatto
isolare due stanzoni e ha fornito medici e infermieri di
maschere e vestiti di protezione. Martedì e mercoledì sono
arrivate due delegazioni ufficiali, ma a mani vuote, senza
informazioni su come comportarsi e senza aiuti. Così
Matthew giovedì ha organizzato un incontro con tutti i
medici, spiegando la strategia da adottare: svuotare tutti
i reparti, esclusi i casi più gravi; ricevere solo le
emergenze; disinfettare continuamente i letti e il
personale con soluzione di varechina spruzzata con le
pompe a mano (quelle dei contadini).
[….] Mentre si svolgeva l’incontro con i medici, hanno
avvisato Matthew che erano arrivati finalmente gli esperti
tanto attesi, inviati dall’Organizzazione mondiale della
sanità. Ma anche queste due persone erano venute solo per
vedere che cosa stava succedendo. A questo punto il dottor
Matthew ha perso le staffe e li ha letteralmente buttati
fuori dall’ospedale dicendo che non sapeva che cosa
farsene di gente che veniva per “vedere”, dopo quattro
giorni che aveva chiesto aiuto, tre infermieri erano già
morti e la gente nei villaggi veniva decimata. Nel
frattempo le infermiere sono state prese dal panico di
essere contagiate, si sono rifiutate di entrare nei
reparti e volevano tornare a casa nei propri villaggi.
Allora i medici le hanno riunite e hanno spiegato loro che
c’è questo virus emorragico che uccide. Poiché nessuno sa
chi può essere già stato contagiato e chi no, se si
fossero disperse per tornare a casa avrebbero potuto
portare il male con sé, con effetti devastanti nel loro
clan e tra i loro parenti. D’altra parte il posto migliore
per essere curate in caso di contagio, era proprio qui
nell’ospedale di Lacor.
[….] La caposala, che si chiama Maria, fin dal primo
giorno ha preso in mano la situazione e si è prodigata
senza risparmio assistendo in tutto le persone colpite.
Sono pazienti che vomitano, hanno diarrea, perdono sangue
da tutte le parti e devono essere puliti in continuazione,
24 ore su 24. Sul suo esempio anche infermiere e studenti
si sono dati da fare. Anche adesso, comunque, l’assistenza
alle persone colpite si basa sul volontariato. Oggi
abbiamo dovuto aprire un altro stanzone perché i malati
sono in continuo amento, siamo arrivati a 24. Quattro sono
morti tra la notte scorsa e questa mattina, due questo
pomeriggio. Per fortuna molti recuperano. Il virus sembra
meno aggressivo quando colpisce di nuovo, si attenua
passando da una persona all’altra. Tra le persone colpite
ci sono altri tre nostri infermieri, ma per ora sembra che
abbiano superato la crisi. Per tutti è chiaro che questo
virus è stato portato dai soldati di ritorno dallo Zaire.
Le ragazze che andavano con loro sono state le prime
vittime e poi hanno contagiato tutte le loro famiglie. Il
contagio sembra che venga per contatto, così nessuno si
stringe più la mano. Nonostante questo ci sono ancora
molti parenti dei malati che dormono in ospedale invece
che fuori: preferiscono morire di Ebola che essere portati
via dai ribelli.
Un forte abbraccio a tutti, sperando che non sia l’ultimo.
Frate Elio
Elio
Croce
Più forte di Ebola
Diario dall’epidemia in Uganda
ISBN: 88-8155-215-9, pp. 216,
Il diario di Elio Croce, missionario comboniano
nell’ospedale St. Mary’s Lacor (Gulu, Uganda), dove si
affronta il virus Ebola responsabile della tragica
epidemia che ha devastato il Paese, fino al gennaio 2001.
L’ospedale, fondato dal dott. Piero Corti, è divenuto
famoso in tutto il mondo per il coraggio di medici,
infermieri e missionari nell’aiutare la popolazione. In
molti sono morti: perfino il direttore del centro, Matthew
Lukwiya. Da cristiano Croce combatte la sua battaglia
convinto che ci sia un senso e che Dio lo conosce.
Scienza, fede e cuore hanno sconfitto Ebola: come racconta
nell’introduzione Blaine Harden, inviato del New York
Times. |