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Brasile
- Dinho
Ho
visto tanti bambini che
cadevano in acqua dalle
palafitte e poi morivano
perché fulminati dai fili della
corrente”.
Un lampo negli occhi. Il sorriso svanisce. “Ho negli occhi
la morte e la violenza. L’infanzia di tutti noi”. Il “noi”
sta per favelados, il popolo delle bidonville, delle città
informali in Brasile. Ma quelle che ci vengono descritte
ora sono diverse dalle solite case abusive fatte di
cartone o di plastica, con il tetto traballante.
Quelle descritte qui sono peggio, perché appoggiate su
gambe lunghe e fatiscenti direttamente sull’acqua. Sono le
palafitte di Novos Alagados, nell’insenatura di Ribeira
Azul a Salvador de Bahia, in Brasile.
Quando non hai neppure la possibilità di occupare un pezzo
di terra abusivamente, non ti resta che il mare, l’acqua
di nessuno. E allora nascono le palafitte. E con loro
storie di vita. Il ragazzo che parla ha 27 anni. Si chiama
Dinho, o meglio José Eduardo Ferreira Santos.
“Avevo 15 anni quando mi si avvicinò un sacerdote, don
Giancarlo, chiedendomi cosa stessi facendo”. Era il 1992 e
Dinho, poverissimo, viveva a Novos Alagados con la
famiglia. Un pasto completo lo mangiava un giorno sì e uno
no.
“Ero sul sagrato della chiesa quando don Giancarlo si è
avvicinato a me. Gli ho spiegato quello che facevo, dove
vivevo, come vivevo. L’ho rivisto e lui mi ha aiutato”.
Dal quel momento la vita di Eduardino cambia. Un italiano
che neppure lo conosce, lo mantiene negli studi.
Dinho riesce a studiare e alla fine si laurea in pedagogia
e ha iniziato un Dinho, 27 anni, insegnante in Brasile.
master in Educazione. Ora guarda incantato la sua baia e
pensa al lavoro ancora da fare. Con i cooperanti dell’AVSI
si prende cura di tutti i bambini e ragazzi della zona del
Centro educativo.
“Vorrei cambiare la vita dei miei ragazzi, come don
Giancarlo ha cambiato la mia. In che modo? Incontrandoli e
facendoli studiare”.
Sierra
Leone - Ernest e padre Berton.
L’unica possibilità per
la nostra salvezza e sviluppo in Sierra Leone è di
educare la nostra gente in
modo che tutti possano avere la libertà che tutto il mondo
sta cercando”. L’educazione prima di tutto e sopra ogni
cosa. Chi ci parla è Ernest Sesay, 27 anni, e la sua casa
è in Sierra Leone, Africa. E’ laureato in scienze
dell’educazione, sposato con un figlio, è responsabile
AVSI del progetto di una scuola a Freetown.
Dopo essersi laureato,
Ernest ha seguito un corso di specializzazione in
psicologia, in modo da poter operare al meglio all’interno
dei programmi dedicati al recupero degli ex bambini
soldato.
Nato nella cittadina di
Bumbuna, Ernest è cresciuto con Padre Berton, il
missionario saveriano, da oltre 40 anni in Sierra Leone.
Da 18 anni Padre Berton, ha dato vita alla fondazione
“Family Homes Movement”, un’associazione, sostenuta da
AVSI, di famiglie che riceve in affido i bambini
abbandonati della Sierra Leone.
Sono 22 le famiglie che in questi anni, con padre Berton e
la collaborazione di Ernest, hanno già reinserito nella
società più di 4mila bambini. Nella terra di Ernest, la
Sierra Leone, la guerra è finita nel 2001, lasciando un
paese devastato e allo sbando. Molti sono i bambini che,
non avendo ritrovato la famiglia, non sanno cosa fare né
dove andare. “Sono tutti i ragazzi che i ribelli del Ruf
(Fronte unitario rivoluzionario) hanno rapito, drogato,
obbligato a combattere”.
Ernest è stato rapito dai
guerriglieri del Ruf, ma non ama troppo raccontarlo “Era
il 1999, il periodo durante il quale i guerriglieri
eliminavano gli studenti universitari e rapivano i
bambini. Sono rimasto prigioniero un mese nel bush e ho
rischiato di essere fucilato.
Fortunatamente, poi, sono
riuscito a fuggire”. Oggi Ernest è coordinatore al St.
Michael, il centro di recupero degli ex bambini soldato di
Padre Berton. “Qui da noi ci sono i bambini delle guerre
senza famiglia. Il nostro Centro svolge un importante
lavoro di sostegno psicologico, per farli vivere una vita
normale.” Ernest Sesay insegnante in Sierra Leone.
Kosovo
- La storia di Mimoza
Allo scoppio della guerra
non ho mai temuto per me stessa.
Ciò che mi ha fatto più
soffrire è stata la continua minaccia psicologica della
violenza sui miei parenti”. Chi ci parla è Mimoza Gojani,
nata a Pristina nel 1984 e la guerra
a cui fa riferimento è quella del Kosovo del 1999.
“I miei ricordi iniziano con ’92. In quell’anno tanti
albanesi furono licenziati dal lavoro e fra questi anche
mio padre. Io ero in seconda elementare e la suola fu
divisa in due tramite un muro: una parte molto piccola per
noi bambini albanesi, la parte più grande per i serbi, che
però erano molti di meno”.
Mimoza frequenta la quarta
liceo scientifico e vive a Pristina con la sua famiglia
“...Noi bambini albanesi eravamo troppi e così finivamo
nei corridoi. - ricorda Mimoza - L’anno successivo
qualcuno sparse del veleno nelle classi di molte scuole
della città per impedire ai bambini di frequentare le
lezioni. Eravamo tutti spaventati”.
La Tv non trasmetteva più
in lingua albanese.Nel 1997 gli studenti iniziarono a
protestare. Era in gioco la libertà di espressione e delle
scuole del popolo albanese. Gli scontri con la polizia
serba iniziarono a Drenica e con loro arrivarono i primi
profughi. “Un giorno i professori ci dissero che dovevamo
lasciare la scuola.
La città era assediata. - racconta Mimoza - La guerra era
arrivata anche da noi, a Pristina. Dopo due giorni, i
bombardamenti della Nato”.
Era guerra. “Avevamo
condiviso le difficoltà - continua Mimoza - degli ultimi
mesi con tre famiglie del vicinato, fino a quando non
decisero di andarsene. Mentre le salutavamo mio padre si
mise a piangere. Solo allora capii quanto grave fosse la
situazione.” Colonne di rifugiati s’incamminavano verso la
Macedonia o l’Albania. Il padre di Mimoza chiese a tutta
la famiglia cosa preferivano fare: andarsene o restare?
“Volevamo rimanere perché credevamo nel futuro”. Mimosa
oggi studia, fa parte di due associazioni non governative
che coinvolgono giovani di diversa etnia e religione. Per
il futuro si aspetta di realizzare i suoi desideri: “primo
fra tutti: completare gli studi”.
Uganda - La testimonianza di Agnes
Agnes
Agnes Ocitti ha 19 anni e frequenta il terzo anno di legge
all'Università di Makerere in Uganda. A 14 anni è stata
rapita dai ribelli. Oggi si è lasciata alle spalle le sue
esperienze ed è determinata a diventare una voce in difesa
del suo popolo.
Per conseguire questo obiettivo ha scelto di studiare
Legge, sostenuta in questo da alcuni amici europei che le
hanno pagato gli studi. Durante le vacanze, Agnes
collabora con AVSI Kitgum, in Nord Uganda, dedicando il
proprio impegno a costruire la pace e a migliorare i
diritti dell'infanzia in Uganda. Nel 1996, mentre era
studente al St. Mary's College di Aboke, nel nord del
paese, Agnes è stata rapita con altre 139 compagne dai
ribelli dell'LRA (Lord’s Resistance Army).
Due insegnanti della
scuola, Suor Rachele Fassera e John Bosco con grande
coraggio hanno seguito i ribelli nel bush implorando la
liberazione. Risultato: 109 ragazze sono state liberate,
mentre altre 30, tra le quali Agnes che allora aveva 14
anni, trattenute.
Agnes rimane nel bush per
tre mesi, un ragazzo le insegna a sopportare le botte in
silenzio e a svolgere il ruolo di soldato. Nel mezzo di
una battaglia Agnes sente all'improvviso che le sue gambe
non la sostengono più "Non avevo più voglia di correre.
Quello era il momento … ho
sentito che la vita non aveva significato..." Nello stesso
istante, Agnes pensa ai volti di sua madre e di suo padre,
al dolore che li avrebbe consumati alla notizia della sua
morte. L'immagine vivida trasforma la disperazione in
decisione e si prepara a fuggire. Al campo dei ribelli
Agnes sente che si stanno facendo piani per un viaggio in
Sudan.
Lei è destinata a
raggiungere un capo per diventare la moglie di un
capoguerrigliero. Il giorno successivo, mentre i ribelli
cercano copertura da un elicottero del governo, Agnes si
allontana furtivamente dal gruppo e riesce a fuggire. "Al
mio ritorno i miei genitori mi hanno detto che mi volevano
bene come prima, ed anche di più" – racconta Agnes -
"Anche a scuola, le suore, gli insegnanti, le mie compagne
tutti mi volevano bene ….con il loro aiuto ho cominciato
poco a poco a riprendermi".
Oggi Agnes considera la sua
fede in Dio come la fonte maggiore della sua forza.
Fintanto che ci saranno dei bambini tenuti prigionieri
dall'LRA, in Nord Uganda, un pezzetto del cuore di Agnes
rimane là con loro. Agnes è diventata la voce più forte in
difesa della sua comunità, e porta la sua testimonianza in
incontri in Africa e in altri paesi del mondo dove si
parla di diritti dell'infanzia. Mimoza e Agnes a New York
durante il Vertice dell’Onu per i diritti dei bambini
coinvolti nei conflitti armati.
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