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In questi anni la vita di molti bambini è cambiata.

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Condizione per lo sviluppo è educare alla carità

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Editoriale Tende 2004/2005
di Giorgio Vittadini,  Presidente Fondazione per la Sussidiarietà

Cosa fare di più per permettere una pace e uno sviluppo duraturi per i popoli di Mediterraneo, Medioriente e Africa sub-sahariana, martoriati non solo da guerre e terrorismo, ma anche da povertà, sottosviluppo, immigrazione clandestina, instabilità economica e politica?

1)                   Innanzitutto nessun progetto economico, sociale e politico sostituisce quel dono commosso di sé di un uomo verso un altro uomo che è la carità, quel vero amore al destino dell’altro che spinge a farsi carico dei bisogni spirituali e materiali del prossimo, senza aspettare alcun tornaconto prossimo o futuro. Come ci insegna don Giussani nella sua ultima intervista, chi è mosso dalla “percezione dell’incombente dipendenza che si attribuisce alla natura di ogni cosa, prima di partire in ogni impresa…” vede ogni suo simile come incommensurabile mistero e perciò lo considera sacro, inviolabile, degno di infinita cura e attenzione. E’ ciò che fanno quei cristiani che, vivendo il cristianesimo come il fatto di un Dio che si è incarnato per vincere la solitudine brutale dell’uomo, vogliono vivere l’amicizia con Lui cercando di imitarne la “magnanimità verso l’uomo concreto”. Sono già in molti, al di qua e al di là del Mediterraneo, in Paesi fondamentalisti o moderati, laici o religiosi a vivere quotidianamente così.

2)                   Invece, da reali gesti di carità nascono le opere: ospedali, scuole, università, centri di formazione, interventi di assistenza. Sono “progetti sociali” non basati su un uomo astratto, ma sulla vita concreta delle persone, sui loro bisogni, affrontati senza sostituirsi a chi si assiste. Le missioni cattoliche ne sono un esempio: dalla carità di don Bosco e dei Salesiani nasce la formazione professionale in tutto il mondo; da S. Pietro Clavier, un aiuto al superamento della schiavitù; da Daniele Comboni, nello stesso tempo, l’evangelizzazione e miriadi di opere nell’Africa sub-sahariana; dai Francescani, le università; dai Fatebenefratelli, gli ospedali nel Medioriente.

3)                   Le opere sociali non si contrappongono, ma si integrano a un sano e generalizzato sviluppo economico. Infatti non ci sono solo multinazionali imposte con le armi, non c’è solo una globalizzazione nemica dell’uomo. C’e anche un’attività economica diffusa, fatta di commerci tra imprese, scambi, localizzazione non colonialista, cooperazione finalizzata alle infrastrutture per lo sviluppo. La collaborazione a grandi opere come la diga di Assuan, le opere realizzate dall’ENI insieme ai Paesi produttori di risorse energetiche, il tentativo sistematico di creare un’area economica integrata, perseguito fino agli anni 80, ne sono un esempio.

4)                   E’ fondamentale, a questo proposito, il ruolo degli Stati che dovrebbero evitare le guerre preventive e la vendita di armamenti, al pari di disimpegni ipocriti alla ricerca di improbabili equidistanze verso il terrorismo. Ma ancora non basta. Occorre una sussidiarietà internazionale che aiuti la carità, la nascita di opere, la costruzione di infrastrutture per lo sviluppo, l’integrazione economica dal basso.

5)                   C’è però una condizione imprescindibile perché avvenga quanto detto. Senza istruzione e formazione professionale, senza quegli investimenti in capitale umano pubblici e privati previsti dal documento dell’Unione Europea di Lisbona 2000, mancherebbero gli strumenti tecnici per dar vita a opere, imprese, progetti politici per la sussidiarietà. Senza un’educazione intesa come introduzione alla realtà, alla verità di se stessi, alla rilettura critica delle proprie tradizioni, persino la carità si ridurrebbe a solidarietà e generosità senza futuro. E non nascerebbe un soggetto idealmente capace di generare equilibrate azioni sociali, economiche e politiche. L’uomo educato ed istruito è il cuore dello sviluppo.

 

 


"Condividere i bisogni per condividere insieme il senso della vita.

Per condividere i bisogni di una persona, è necessario condividere con lei il senso della vita (avere "simpatia" e commuoversi per il suo personale destino); senza di ciò la risposta al bisogno è un gesto di bontà autogratificante, o una strategia politica. Per questo  vogliamo portare in Iraq questa passione che possa rendere meno difficile la situazione di tanti bambini, condividire e portare con loro il loro futuro.

 

 

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 11 giugno, 2008