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Campagna di solidarietà
2004/2005
Tutto è nato da un’amicizia. Alberto Contri conosce AVSI.
Sa bene cosa fa nel mondo. Una nuova emergenza: creare
per Echo uno spot televisivo capace di sensibilizzare
l’opinione pubblica sull’emergenza umanitaria in Nord
Uganda. Ma bello. Non il solito strappalacrime. Abbiamo
un testimonial fantastico: Monica Maggioni, inviata del
Tg1.
“Conosco le persone giuste: Milka e il suo sfaff”. Milka
Pogliani è il direttore creativo della McCann Erickson,
un gigante internazionale capace di decidere, a colpi di
parole, la sorte di un prodotto. Francesca ed Erick
lavorano con lei. Armati di penna e cervello. Ascolano
le nostre esigenze, incontrano Monica. “In agenzia di
pubblicità noi lavoriamo quasi sempre in un clima di
emergenza. – Affermano Francesca ed Erick - I clienti
considerano il loro spot “urgentissimo” e ogni dettaglio
del messaggio “di vitale importanza”. E così ci capita
di dimenticare che stiamo parlando di bibite o caramelle
e che in caso di errore non ne andrà della vita di
nessuno e nemmeno della testa (anche se tentiamo di non
fare saltare le nostre).
Dà invece tutt’altro tipo di soddisfazione lavorare per
un’associazione come AVSI, sapendo che se il lavoro è
ben fatto, se il messaggio coglie il segno, se qualcuno
ci pensa tre secondi in più, quei tre secondi possono
cambiare il destino di un bambino in Nord Uganda.” Il
prodotto finale? Una sorpresa: lo vedrete presto in
tivù. Un’anticipazione? “AVSI aiuta i bambini a restare
bambini”. Non cambiate canale al momento della pub-
sfuggenti. Non incontrano mai gli sguardi, hanno la
paura disegnata in ogni gesto. O il timore del giudizio?
Le giornate corrono veloci, ci infiliamo nei campi
sfollati.
Capanne
su capanne, nessuno spazio per vivere. Gli uni addosso
agli altri. I ribelli là fuori hanno fatto questo.
Rapiscono i ragazzini, costringono la gente a vivere
ammassata in posti in cui nulla più della vita
tradizionale può essere mantenuto. E chi è più fortunato
e di giorno vive nel suo villaggio, scappa la notte.
Come formiche sbucano da tutti gli angoli i bimbi al
tramonto. Sulla testa hanno arrotolato il fagottino
delle coperte per la notte. I genitori rimangono a casa,
ad aspettare il mattino e pronti alla fuga in caso di
attacco. I bimbi arrivano qui nel centro della città,
alla missione, all’ospedale. AVSI costruisce per loro i
rifugi. Poi prima di addormentarsi, Giorgio e sua moglie
li fanno leggere.
“È un modo per far ritrovare loro un po’ di vita
normale” ci spiegano. Nei campi c’è tutto da fare.
Bisogna fare in modo che la gente si costruisca le
latrine, ricominci a coltivare qualche pezzetto di
terra. “Lo facciamo con loro, non gli diamo nulla di
pronto, di distante dal loro modo di essere” - di questo
lavorare con loro, costruire con loro Pietro (Galli,
responsabile AVSI dei programmi di emergenza) ha fatto
la sua stessa ragione d’essere. È qui da anni. Ogni
tanto corre in Sudan per missioni durissime, cercando di
dare aiuto a villaggi e popolazioni che da anni sono
abbandonate al loro destino di guerra.
Lavora dalla mattina alla sera, ma sembra felice. Le
confessioni più dure le sentiamo a Pajule, alla scuola
per il recupero psicosociale degli ex ribelli già
adulti. Ragazzi di diciassette, diciotto anni che
raccontano con pudore dei traumi subiti, della
difficoltà della vita normale. L’unica cosa che può
cambiare loro la vita, ce lo ripetono di continuo, è
proprio il fatto si venire qui a scuola.
Ecco perché Lucia (Castelli, team leader AVSI in Nord
Uganda) insisteva tanto sull’istruzione. Aveva ragione
lei. Loro i bimbi contano sul fatto di imparare un
mestiere, di apprendere cose che possano rivalutarli
agli occhi dell’altra gente. Del resto del villaggio che
oggi li lascia in disparte o li maltratta a causa del
periodo passato con i ribelli. È l’ingiustizia più
atroce. Anche quando sopravvivono e tornano a casa
questi ragazzi continuano a essere vittime. La prima
volta perché sono stati rapiti, strappati alle famiglie,
torturati.
La seconda adesso, accusati o additati come responsabili
di crimini commessi loro malgrado. Quante volte hanno
ripetuto che solo grazie ad AVSI e alla scuola sperano
di ricominciare a vivere. E quelle erano le loro parole,
la loro realtà. Io ero lì per fare uno spot. Loro no.
Monica Maggioni
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