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Campagna di solidarietà
2004/2005
Un’emergenza umanitaria. Un progetto. Un’amicizia. Il 95% della
popolazione sfollata per la guerra. Echo assegna ad AVSI
la realizzazione di un’importante campagna televisiva di
sensibilizzazione per quest’inverno. Monica Maggioni,
inviata del Tg1 Rai, accetta d diventare il testimonial.
L’agenzia pubblicitaria McCann Erickson collabora
gratuitamente al progetto. Il viaggio, la testimonianza
di Monica Maggioni con le immagini di Franco Nerozzi.

E'
cominciato tutto una mattina di luglio, ero tornata in
Italia da qualche giorno dopo due mesi passati in Iraq.
Squilla il cellulare, dall’altra parte c’è Alberto
Piatti, direttore generale di AVSI. “Senti Monica, fra
qualche mese inizieremo una grande campagna di
sensibilizzazione sul Nord Uganda in collaborazione con
Echo, l’agenzia per gli aiuti umanitari dell’Unione
Europea, racconteremo cosa fa AVSI da quelle parti con i
suoi fondi. Pensiamo di realizzare un documentario e una
serie di spot televisivi, per i quali ci darà una mano
lo staff creativo dell’agenzia McCann Erickson e che
verranno poi mandati in onda quest’inverno. Ci è venuta
un’idea. Non è che tu ci faresti da testimonial?” Non ho
bisogno di rifletterci. “Si, devo solo chiedere
l’autorizzazione alla RAI, ma per quel che mi riguarda
ci sono”. “Meraviglioso! Ehi, ma guarda che poi devi
anche andare in Uganda”.
“E
dov’è il problema? Non vedo l’ora!” È cominciato tutto
con quella telefonata. Due mesi dopo ero già seduta
sull’aereo che mi stava portando a Kampala. L’ultimo mio
viaggio africano era stato cinque anni prima, nel
Mozambico travolto dall’alluvione. Il primo tanti,
tantissimi anni prima. Nella mia famiglia l’Africa
l’abbiamo tutti nel cuore.
Ho uno zio che ci ha trascorso quasi tutta la vita. Da quando ero
piccola ho imparato ad associare la parola viaggio con
la parola Africa. Ogni volta che ci vado ho la
sensazione del ritorno, mi sembra di sentirne persino
più forte la mancanza. Essere in aereo e sapere che con
Franco stiamo per atterrare a Kampala è proprio una
bella sensazione. Franco, mio amico e collega, farà le
immagini con le quali racconteremo la storia. Una parte
della storia, perché l’altra parte ha già cominciato a
raccontarla un po’ di mesi fa Gian Micalessin, amico
giornalista. Alla fine ci troveremo tutti insieme a
mettere insieme i capitoli di questo racconto. Di questo
giro dentro il Nord Uganda a seguire quello che AVSI fa
da quelle parti.
All’aeroporto di Entebbe c’è Pippo Ciantia, rappresentante AVSI a
Kampala. Ci aspetta con l’enorme Tojota bianco,
probabilmente la macchina più africana del mondo. E’
sera tardi, l’unica cosa di cui mi rendo conto è che
sulle sponde del lago Vittoria vive un sacco di gente
che la sera va in giro, si muove, sente la musica. Un
cambiamento impressionante dopo l’Iraq. E mi ricordo di
colpo che gli africani sorridono. Molto più di chiunque
altro al mondo. Abbiamo solo una manciata di ore per
stare con Pippo, sua moglie e i bimbi, da 20 anni in
Africa. Alle dieci del mattino ci aspetta l’aereo per il
nord. Destinazione: Kitgum. L’Uganda vista da sopra è
spettacolare, di un verde straordinario tagliato solo
dalle strisce rosse delle strade di terra battuta nella
vegetazione. E la pista di atterraggio non è diversa dal
resto. Una spianata di terra in mezzo al verde. Pietro
arriva a recuperarci tutto trafelato.
“Scusate, sono in ritardo, non ho sentito il rumore dell’aereo”. È
così che si vive da queste parti. L’aereo atterra quasi
nel giardino di casa. Con Pietro, Filippo, Lucia e gli
altri dobbiamo fare i piani di cosa andare a raccontare
in questi giorni. Lo giuro mi sento un po’ a disagio, il
mio lavoro di solito non è quello di testimonial, ma di
giornalista, eppure stavolta devo riuscire a fare tutte
e due le cose. Non è facile spiegare a chi si occupa di
“fare” che bisogna anche “raccontare”, ma stavolta ce la
faccio e da subito cominciamo a vedere cosa succede qui
intorno. Il campo che accoglie i bambini che sono
riusciti a scappare dai ribelli è il primo choc vero.
Arriviamo e ci guardano obbedienti, si presentano, ci presentiamo.
Gli chiediamo di disegnare per noi e ancora una volta è
l’orrore puro che esce dalle loro penne colorate. Eppure
anche davanti alla telecamera raccontano, quasi fosse
altro da loro quel ricordo mostruoso. Non è una cosa con
cui è facile fare i conti. Avere davanti a te un
bimbetto di nove anni che ti spiega come ha ucciso a
bastonate un suo coetaneo perché altrimenti i ribelli
avrebbero finito lui in quello stesso modo. Un bimbo di
nove anni che ha dovuto uccidere per sopravvivere.
Quelli che rimangono in un angolo sono i ragazzini
arrivati per ultimi qui al centro di accoglienza. I loro
occhi sono.
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