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di Giorgio Vittadini,
Presidente
Fondazione per la Sussidiarietà
Cosa
fare di più per permettere una pace e uno sviluppo
duraturi per i popoli di Mediterraneo, Medioriente e
Africa sub-sahariana, martoriati non solo da guerre e
terrorismo, ma anche da povertà, sottosviluppo,
immigrazione clandestina, instabilità economica e
politica?
1)
Innanzitutto nessun progetto economico, sociale e politico sostituisce quel dono commosso di sé di un
uomo verso un altro uomo che è la carità, quel vero
amore al destino dell’altro che spinge a farsi carico
dei bisogni spirituali e materiali del prossimo, senza
aspettare alcun tornaconto prossimo o futuro. Come ci
insegna don Giussani nella sua ultima intervista,
chi è mosso dalla “percezione dell’incombente dipendenza
che si attribuisce alla natura di ogni cosa, prima di
partire in ogni impresa…” vede ogni suo simile come
incommensurabile mistero e perciò lo considera sacro,
inviolabile, degno di infinita cura e attenzione. E’ ciò
che fanno quei cristiani che, vivendo il cristianesimo
come il fatto di un Dio che si è incarnato per vincere
la solitudine brutale dell’uomo, vogliono vivere
l’amicizia con Lui cercando di imitarne la “magnanimità
verso l’uomo concreto”. Sono già in molti, al di qua e
al di là del Mediterraneo, in Paesi fondamentalisti o
moderati, laici o religiosi a vivere quotidianamente
così.
2)
Invece, da reali gesti di carità nascono le opere: ospedali, scuole, università, centri di
formazione, interventi di assistenza. Sono “progetti
sociali” non basati su un uomo astratto, ma sulla vita
concreta delle persone, sui loro bisogni, affrontati
senza sostituirsi a chi si assiste. Le missioni
cattoliche ne sono un esempio: dalla carità di don Bosco
e dei Salesiani nasce la formazione professionale in
tutto il mondo; da S. Pietro Clavier, un aiuto al
superamento della schiavitù; da Daniele Comboni, nello
stesso tempo, l’evangelizzazione e miriadi di opere
nell’Africa sub-sahariana; dai Francescani, le
università; dai Fatebenefratelli, gli ospedali nel
Medioriente.
3)
Le opere sociali non si contrappongono, ma si integrano a un sano e generalizzato sviluppo
economico. Infatti non ci sono solo multinazionali
imposte con le armi, non c’è solo una globalizzazione
nemica dell’uomo. C’e anche un’attività economica
diffusa, fatta di commerci tra imprese, scambi,
localizzazione non colonialista, cooperazione
finalizzata alle infrastrutture per lo sviluppo. La
collaborazione a grandi opere come la diga di Assuan, le
opere realizzate dall’ENI insieme ai Paesi produttori di
risorse energetiche, il tentativo sistematico di creare
un’area economica integrata, perseguito fino agli anni
80, ne sono un esempio.
4)
E’ fondamentale,
a questo proposito, il ruolo degli Stati che dovrebbero
evitare le guerre preventive e la vendita di armamenti,
al pari di disimpegni ipocriti alla ricerca di
improbabili equidistanze verso il terrorismo. Ma ancora
non basta. Occorre una sussidiarietà internazionale che
aiuti la carità, la nascita di opere, la costruzione di
infrastrutture per lo sviluppo, l’integrazione economica
dal basso.
5)
C’è però una condizione imprescindibile perché avvenga quanto detto. Senza istruzione e
formazione professionale, senza quegli investimenti in
capitale umano pubblici e privati previsti dal documento
dell’Unione Europea di Lisbona 2000, mancherebbero gli
strumenti tecnici per dar vita a opere, imprese,
progetti politici per la sussidiarietà. Senza
un’educazione intesa come introduzione alla realtà, alla
verità di se stessi, alla rilettura critica delle
proprie tradizioni, persino la carità si ridurrebbe a
solidarietà e generosità senza futuro. E non nascerebbe
un soggetto idealmente capace di generare equilibrate
azioni sociali, economiche e politiche. L’uomo educato
ed istruito è il cuore dello sviluppo.
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