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La carità sarà sempre necessaria, anche
nella società
più giusta
Appunti
dall’intervento di Julián Carrón
all’assemblea dei responsabili delle Tende
Milano, 18 novembre 2006
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Il titolo delle “Tende” di quest’anno ci può introdurre
veramente a capire il senso di questo gesto: «La carità
sarà sempre necessaria, anche nella società più giusta.
Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa
rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole
sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi
dell’uomo in quanto uomo» (Benedetto XVI, Deus
caritas est, n. 28). Trovarsi davanti a un uomo che
ha bisogno di amore, di affezione, di un abbraccio, ci
fa capire che il servizio di questo amore, di questa
affezione non sarà mai abbastanza, non sarà mai
superfluo e che non possiamo costruire una civiltà dove
di questo non ci sia più bisogno, perché un uomo, forse,
può non avere bisogno di soldi, ma di questo abbraccio
sì, sempre.
Per capirlo abbiamo quello che don Giussani ci ha detto
ne Il senso della caritativa. Lì abbiamo tutti
gli spunti sintetici per comprendere le ragioni di un
gesto come le Tende. Non soltanto le ragioni del gesto,
perché per comprendere le ragioni di un gesto siamo
costretti a capire noi stessi e la totalità, perché in
un gesto sono coinvolti tutti i fattori: dall’io al
tutto, al senso e al significato di tutto.
La
carità è un’esigenza, la nostra esigenza, che ci fa
interessare degli altri. «Quando c’è qualcosa di bello
in noi, noi ci sentiamo spinti a comunicarlo agli altri»
(Il senso della caritativa, p. 5); quando
vediamo un bisogno ci sentiamo spinti a rispondere, e
questo è così corrispondente alla nostra natura che noi
ci sentiamo spinti, non perché qualcuno ce lo dica, ma
per il desiderio di comunicare. E don Giussani aggiunge
che quanto più noi viviamo questa esigenza tanto più
diventiamo noi stessi. Questa è la prima ragione per cui
facciamo un gesto come le Tende e per cui andiamo in
“caritativa”. Perciò non è qualcosa di esteriore a noi,
come un dovere, ma qualcosa che coincide con noi stessi:
noi siamo fatti così, abbiamo questa struttura, questo
modo di essere, e quanto più viviamo secondo la modalità
con cui siamo stati fatti, tanto meglio «realizziamo noi
stessi», dice don Giussani.
Questo darsi, questo
comunicarsi, questo interessarsi all’altro, fa parte
della nostra natura così come la sorprendiamo
nell’esperienza; non lo peschiamo, come concetto, in non
so quale enciclopedia, ma lo sorprendiamo – quando
abbiamo bisogno di comunicare qualche cosa di bello o
quando rispondiamo a un bisogno – nella nostra
esperienza, se noi siamo attenti. Qual è la legge di
questo? Che siamo più noi stessi. Prima che risposta a
un bisogno, a una necessità, questo comunicarsi è una
legge del nostro io: «La legge suprema, cioè, del nostro
essere è condividere l’essere degli altri, è mettere in
comune se stessi» (Il senso…, p. 7). Ci
interessa fare così attraverso un gesto, che ci consente
di imparare a farlo in tutto il resto della vita, perché
così siamo noi stessi. E questo, che è la legge
dell’Essere, si è rivelato – dice don Giussani – in
maniera evidente nel modo con cui l’Essere stesso si è
dato a noi: il Figlio dell’Uomo, diventando uomo,
Cristo, incarnandosi, non ci ha dato prima di tutto
qualcosa, ma «ha “condiviso” – dice don Giussani in modo
bellissimo – la nostra nullità» (Il senso…, p.
7). La prima cosa che ha fatto è stata diventare uomo,
farsi carne, e così ci ha svelato qual è la vera natura
dell’Essere, che noi percepiamo, sorprendiamo in noi e
che vediamo in Cristo realizzato in modo chiaro, senza
ambiguità, in un modo assolutamente evidente se ci
fermiamo a pensare a questo sorprendente e assoluto
mistero – che il Verbo si sia fatto carne –, se per un
istante non lo diamo per scontato come qualcosa di già
saputo.
Che
cosa vuol dire questa condivisione? Ho raccontato altre
volte un episodio che mi è capitato durante un viaggio
in America Latina. Era la festa della Madonna e la prima
Lettura della messa era dalla Lettera ai Galati:
si diceva che Gesù, il Mistero, è diventato carne
attraverso la Madonna. Io l’avevo subito accolto,
dicendo: «È vero!», con tutto il mio desiderio. Ma poi
mi sono reso conto fino a che punto questo può essere
riduttivo, fino a che punto questo non era tutto, dal
sobbalzo che ho avuto ascoltando il Vangelo della stessa
messa (era quello della Visitazione): la Madonna arriva
a casa di Elisabetta e il Vangelo dice che, appena
sentito il saluto, il bimbo – Giovanni Battista – ha
esultato di gioia nel grembo della sua mamma. Mi sono
detto: «Ecco: questo è il cristianesimo!». Non è
un’affermazione teorica. E che cosa è? Questo esultare
di gioia di un bimbo nel ventre della sua mamma. Qui si
vede benissimo qual è stata veramente la condivisione
più grande. Non è qualcosa che Cristo fa, qui lo si vede
nella sua essenzialità, ma soltanto la Sua presenza che
condivide il nostro nulla. La Madonna era andata
soltanto a visitare la cugina, sembrerebbe quasi nulla,
ma in questo gesto, portando la Sua presenza, ha fatto
esultare di gioia quel bimbo.
Vediamo, allora, che la vera
carità è questo entrare, questo condividere il nostro
nulla da parte del Figlio di Dio. Quando ce ne rendiamo
conto, questo ci fa esultare. Perciò qual è la radice di
questa passione, dove può pescare la passione di
condividere? Soltanto in quello che noi riceviamo da un
Altro, in quello che trabocca dal cuore di quello che
noi riceviamo, di quella tenerezza del Mistero verso di
noi. È importantissimo capire bene questo, affinché non
diventi soltanto un attivismo quello che facciamo,
perché tante volte diamo per scontato questo, pensiamo
di saperlo già, e allora passiamo all’operatività.
Una volta, durante
un’assemblea sul capitolo dedicato alla carità di Si
può vivere così?, ho domandato ai ragazzi:
«Prendete un foglio e scrivete in una frase quello che
vi ha colpito di più». In un minuto ho avuto il flash
della situazione: «Tu che cosa hai scritto?». «Questa
frase». «In quanti avete scritto questa frase?»… «Tu che
cosa hai scritto?», è stato un test di un minuto: la
maggioranza aveva dimenticato la questione, non aveva
centrato il punto, perché tante volte si scivola su
quello che si deve fare, ma chi aveva colto la vera
questione di quello che dice don Giussani, che si poteva
sintetizzare in quella frase di Geremia: «Ti ho amato
con un amore eterno e ho avuto pietà del tuo niente»?
Questa è la carità, come dice san Giovanni: la questione
non è che noi abbiamo amato Dio, ma che «Dio ci ha amati
per primo» (Deus…, n.1). È quello che ha detto
il Papa nell’Enciclica in modo spettacolare: la nostra
passione pesca lì, e se non pesca lì, pian piano ci
stanchiamo. Perché la carità non è una generosità: la
generosità parte da quello che a noi manca, che vogliamo
riempire con qualcosa, e prima o poi ci stanchiamo. La
gratuità, invece, parte da quello che sobbalza nel
nostro cuore, da quello che ci riempie, da quello che
trabocca di quello che noi riceviamo a nostra volta, da
quello che abbiamo, tutto, all’inizio, cioè da quello
che ci rende pieni. E perciò in questo darci ci
realizziamo, si realizza la nostra persona. Altrimenti,
se non è così, vengono fuori le pretese.
Per questo è importantissimo
capire l’origine di questo nostro gesto, che ci fa
diversi da qualsiasi altra Ong. Perché non basta tutto
il nostro volontarismo per rendere contenti noi stessi e
gli altri, perché tutto è poco, piccino, per la capacità
dell’animo, anche quando siamo in grado di risolvere i
problemi e le difficoltà. Per questo è vero che la
carità sarà sempre necessaria anche nella società più
giusta.
Perché oggi è così
complicato capire questo? Per quello che dice don
Giussani nelle pagine successive de Il senso della
caritativa: noi riduciamo il bisogno dell’altro.
«Qual è il bisogno altrui – dice lui –?» (Il senso…,
p. 8). Ciò che io immagino? Ciò che io ho deciso? «Ciò
di cui hanno veramente bisogno non lo so io, non lo
misuro io, non ce l’ho io. È una misura che non possiedo
io: è una misura che sta in Dio. Perciò – diceva don
Giussani tanti anni fa – le “leggi” e le “giustizie”
possono schiacciare, se dimenticassero o pretendessero
sostituirlo l’unico “concreto” che ci sia: la persona e
l’amore alla persona» (Il senso…, p. 9). La
questione micidiale è che noi tante volte riduciamo il
bisogno.
Se noi non allarghiamo la
nostra ragione per essere disponibili a cogliere, a
sorprendere, a lasciare venire fuori veramente il
bisogno dell’altro (come fanno tanti politici, a volte,
che ci dicono quali sono i nostri bisogni invece di
essere in ascolto), ci sembra sempre che ci debba essere
qualcuno che ci dice cosa dobbiamo essere o qual è il
nostro vero bisogno – ci sono state delle società i cui
capi pensavano di avere già chiaro di che cosa avevano
bisogno tutti i loro Paesi, l’abbiamo visto chiaramente
–. Se non ci rendiamo veramente disponibili ad
ascoltare, ad accogliere il vero bisogno, come possiamo
non imporre la nostra misura? Soltanto condividendo ci
rendiamo conto che «non siamo noi a farli contenti
– dice don Giussani –; e che neppure la più perfetta
società, l’organismo legalmente più saldo e avveduto, la
ricchezza più ingente, la salute più di ferro, la
bellezza più pura, la civiltà più educata li potrà mai
fare contenti» (Il senso…, p. 10).
Per
questo ci sarà sempre bisogno della carità. Perché il
nostro bisogno è essere contenti, il nostro vero bisogno
è la felicità. L’unica vera giustizia piena è quella che
corrisponde alla nostra esigenza di pienezza; qualsiasi
altra idea di giustizia è riduttiva, è una riduzione di
questo. Perciò andare fino in fondo è come capire di più
noi stessi, la realtà e il bisogno che abbiamo noi, e
che hanno gli altri, dell’unica risposta, di che cosa mi
corrisponde, perché attraverso questa condivisione,
attraverso l’impotenza del mio tentativo, io capisco che
quello di cui hanno bisogno è quello di cui ho bisogno
io: Cristo.
Se si perde di vista questo, si fa un’Ong come le altre;
forse si risponde a certi bisogni, ma con quella
riduzione si perde la possibilità di rispondere al vero
bisogno. Non è che non occorra rispondere, ma attraverso
la risposta al bisogno concreto dobbiamo portare quello
che tutti – come noi, avendo lo stesso cuore –
aspettano. E come lo possiamo fare? Soltanto se
l’abbiamo noi. È questo il livello dove pesca quello che
noi possiamo portare: noi lo portiamo, se per primi lo
riceviamo, se lo accogliamo dentro di noi. Portiamo a
loro lo sguardo di Cristo, solo se noi ci lasciamo
penetrare dal Suo sguardo. Altrimenti ogni nostra
risposta sarà sempre insufficiente.
Mi colpisce il pensare che
Gesù non ha guarito tutti gli ammalati del suo tempo:
avrebbe potuto farlo, aveva la possibilità di farlo e
non l’ha fatto. Quando sentiamo la nostra impotenza nel
rispondere a tutti, non dobbiamo scoraggiarci, perché
neanche Lui, che poteva farlo, l’ha fatto. Questo vale
anche per noi: quando rispondiamo, quello che possiamo
fare è come un segno attraverso cui portiamo tutto. Ma
quello che a noi tante volte manca è vedere nel
particolare, nel gesto concretissimo, la totalità. Per
rispondere al bisogno Gesù ha fatto, a volte, dei
miracoli; attraverso quei segni era come dicesse:
«Guardate che ci sono io. Guardate che la realtà è più
grande di quello che voi avete in testa, e non siete da
soli con il vostro nulla: ci sono io qui». Questo
rispondeva molto di più al vero bisogno, perché
rispondendo al bisogno concreto, rendeva presente quella
Sua presenza, che era la risposta totale.
Come dice il Vangelo a
proposito della resurrezione di Lazzaro: «Perché non sei
arrivato prima?», gli domandano. E lui: «Per poter
svelare di più chiaramente la gloria, la verità di Dio
che sono io, perché questo si svela di più se lo
risuscito adesso che se lo avessi soltanto guarito». E
che cosa risplendeva in quel fatto? Chi era Gesù. Perché
Lazzaro doveva morire ugualmente, dopo: l’avete forse
incontrato per la strada? Attraverso quel gesto voleva
fare capire a Lazzaro che non era da solo con il suo
nulla, che c’era la speranza non soltanto per questa
vita, ma per l’eternità, perché Colui che aveva potuto
farlo risorgere in quel momento, lo poteva fare
risorgere anche alla fine. Gesù, rispondendo al bisogno,
faceva emergere con chiarezza la verità del mondo, la
realtà del mondo, cioè costringeva tutti ad allargare la
ragione. Tante volte noi abbiamo una concezione
anacronistica della realtà: come non ci sono carte
geografiche vere, se non quelle che hanno già l’America
dentro, così è come se non avessimo ancora aggiornato
del tutto la nostra carta come conoscenza del reale:
infatti non è vera una carta geografica del mondo in cui
non ci sia la resurrezione di Cristo e in cui non ci sia
questo Mistero che ha condiviso con noi il nostro nulla.
Una realtà senza Cristo non esiste, non c’è, è soltanto
una riduzione nostra. Non c’è.
Perciò attraverso il gesto
delle Tende noi introduciamo alla realtà totale,
attraverso questo gesto di condivisione introduciamo
alla realtà. «Tutta l’attività della Chiesa – dice il
Papa nell’Enciclica – è espressione di un amore che
cerca [attenzione a questo punto!] il bene integrale
dell’uomo» (Deus…, n. 20), la totalità del
bisogno dell’uomo, e perciò «l’incontro con le
manifestazioni visibili dell’amore di Dio può suscitare
in noi il sentimento della gioia, che nasce in noi
dall’esperienza dell’essere amati» (Deus…, n.
17), di non essere da soli con la nostra impotenza.
Perciò «la carità non è per la Chiesa una specie di
attività di assistenza sociale – dice il Papa – che si
potrebbe anche lasciare ad altri [questo è molto
importante: non è qualcosa che possiamo lasciare ad
altri], ma appartiene alla sua natura, è espressione
irrinunciabile della sua stessa essenza» (Deus…,
n. 25). Si può portare soltanto assistenza come
qualsiasi Ong, ma questo non è la Chiesa. Se noi,
attraverso quello che facciamo, non portiamo quello
sguardo attraverso cui noi siamo stati guardati, siamo
come tutti. Come dice quell’espressione stupenda di don
Giussani: «Uno sguardo che dà forma allo sguardo».
Questo è il cristianesimo! Non è la ripetizione
meccanica di certi atteggiamenti, di certe cose
moralisticamente intese, ma il fatto che un uomo è stato
come generato da uno sguardo, che lo ha generato così
alla radice che dà forma allo sguardo, in modo tale che
chiunque – come noi – possa incontrarsi con Cristo,
perché questo sguardo è la testimonianza che Cristo è
presente ora. Per questo la Chiesa non potrà mai
lasciare ad altri – allo Stato o anche a un’Ong – la
carità, perché noi non facciamo soltanto assistenza
sociale, così come Gesù attraverso i miracoli non faceva
assistenza sociale («Ma non vedete? Guardate, le mie
opere parlano di me»), perché Gesù sa il bisogno che
abbiamo e non lo ha ridotto, sa che quello di cui
abbiamo bisogno è Lui, che è la speranza del tempo e
dell’eternità. Non abbiamo soltanto bisogni materiali,
ma anche il bisogno di affezione, di sentirci voluti
bene. «Non di solo pane vive l’uomo».
Per questo fare questo gesto
è veramente un’occasione per tutti noi, e perciò
dobbiamo aiutarci perché «l’amore – dice il Papa – ha
bisogno anche di organizzazione quale presupposto per un
servizio comunitario ordinato» (Deus…, n. 20).
Occorre un’organizzazione, dobbiamo organizzare gli
eventi, ma questo non sarà mai l’attività della carità
della Chiesa, di un cristiano: mai! L’organizzazione è
un presupposto, non lo scopo. Poiché il rischio di
diventare funzionari dell’organizzazione è sempre in
agguato, noi tutti che collaboriamo a questo gesto
dobbiamo aiutarci, perché invece che incrementare la
certezza della nostra fede, può accadere che essa sia la
tomba della nostra fede, rendendoci più scettici.
Questa estate, parlando con
un gruppetto di ragazzi, mi ha colpito il fatto che
l’essere coinvolti nell’organizzazione di certe
iniziative possa diventare non qualcosa che risveglia il
nostro io, che ci introduce in un’aria nuova, ma
qualcosa che – così presi dall’organizzazione, dai
problemi e dalle discussioni tra di noi – diventa la
nostra tomba. Viene da piangere soltanto a pensare che
quello a cui diamo così tanto tempo, tanta
disponibilità, tanta energia, possa essere qualcosa che
non ci fa crescere.
Per questo in tutto quello
che facciamo dobbiamo esserci, ed esserci con tutto noi
stessi. E questo lo possiamo fare, solo se siamo
travolti dalla presenza e dall’amore di Cristo. Perché
quello che noi dobbiamo portare è ciò che noi abbiamo
incontrato, che si sintetizza nella frase di sant’Agostino
citata dal Papa: «Se vedi la carità, vedi la Trinità» (Deus…,
n. 19). In qualsiasi gesto, qualsiasi persona ci
incontra dovrebbe avere l’opportunità di vedere,
attraverso la carità, la Trinità, perché è soltanto
questa che risponde al vero bisogno umano, che non è
altro che desiderio dell’infinito, cioè di Dio, non di
un Dio astratto, ma dell’unico Dio: la Trinità.
Di recente in Brasile, a
tavola con un gruppetto di amici c’era anche Cleuza
Zerbini, che appartiene al movimento dei Senza Terra,
formato da tantissime persone. A un certo momento,
stavamo chiacchierando su come possiamo darci una mano,
lei si sorprende a dire: «Ma come: io sono stata
scelta?». «Sì, sì!». «Allora spiegami bene questo». Ho
cercato di spiegarle quello che noi abbiamo sempre
imparato da don Giussani, vale a dire, che l’elezione è
il metodo di Dio, che Dio sceglie alcuni per arrivare –
attraverso di essi – a tutti. Per facilitarle la
comprensione, sono partito dal dipinto di Caravaggio,
che mi piace tanto, “La vocazione di Matteo”, con Matteo
che sembra dire: «Ma, proprio me?!». A un certo punto mi
rendo conto che lei aveva incominciato a piangere,
commossa che a lei fosse stato dato questo. Per me è
stato come vedere nel presente quello che raccontavo
della Visitazione: uno si sente commosso fino al midollo
perché il Mistero ha condiviso il suo nulla.
Con questo gesto così
concreto, così a volte faticoso, delle Tende, nella
risposta ai bisogni concreti che vediamo, vogliamo
portare qualcosa di questo amore, di questa commozione,
di questa gratitudine per quello che a noi è stato dato.
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La prima carità è l'educazione.
Con questo slogan EDUS in collaborazione con il network AVSI come ogni
anno presenta la Campagna delle Tende, una raccolta fondi in Italia e
all'estero a favore di progetti in paesi in via di sviluppo, sostenuta
da una rete di oltre 10mila volontari.
Cinque i nuovi progetti che le Tende vogliono sostenere quest'anno,
favorendo lo sviluppo umano attraverso l'educazione. È solo attraverso
l’educazione che è possibile consolidare un modello di sviluppo che
faccia crescere gli uomini e, con loro, la pace.
Numerosi saranno per tipologia
gli eventi promossi in Trentino là dove la gente e i giovani vivono,
lavorano e studiano.
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