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Kitgum. “Ogni notte a Kitgum entrano tra le 7 e le 10 mila
persone. La maggior parte di loro sono bambini. Vanno a
dormire negli ospedali, sotto le verande dei negozi, nelle
scuole. Scappano dai ribelli. Arrivano quando si fa sera e
se ne vanno il giorno dopo, all’alba”. E’ il popolo delle
tenebre, i “night commuters”. Pendolari scalzi e
silenziosi, quasi tutti bambini e quasi tutti con la
pancia gonfia. Da mesi combattono contro il terrore
nell’assoluto abbandono da parte dell’opinione pubblica
internazionale. Spinti dai familiari lasciano i loro
villaggi quando si fa sera, per scappare ai ribelli che
vogliono rapirli. Con l’alba se ne tornano a casa. Stanno
lì fino al tramonto, per poi riprendere la strada per la
città. A piedi nudi, in fila indiana. Di amici ne hanno
pochi: qualche organizzazione umanitaria e una manciata di
missionari.
Un lento genocidio Siamo nel Nord Uganda, nella patria degli
Acholi, un etnia di religione cattolica un tempo al
governo, sconfitti nel 1986 dall’attuale presidente Yowery
Museveni e combattuti da 17 anni dai ribelli del Lord’s
Resistance Army (LRA), capeggiati da Joseph Kony, un
fanatico religioso che strizza un occhio all’Islam del
vicino Sudan per ottenere armi, e nello stesso tempo
dichiara di avere rapporti diretti con Dio. Da queste
parti la guerra civile si sta trasformando in un lento, ma
inesorabile genocidio.
Su una popolazione di un milione e 400 mila abitanti di
etnia acholi, lango e teso, circa un milione sono sfollati
e vivono in condizioni disperate per la mancanza di cibo,
medicinali e vestiti. I ribelli arrivano di notte,
saccheggiano villaggi, violentano donne e si portano via i
bambini per arruolarli. “Sembrava quasi finita e invece da
qualche mese la guerriglia è riesplosa con violenza”.
Lucia Castelli, 46 anni, medico milanese, in Africa dal
’94 e dal ’97 in Uganda, è Area Team Leader a Kitgum per
Avsi, Ong italiana.
L’avevamo conosciuta l’anno scorso nel suo office di Kitgum a
460 chilometri a Nord di Kampala e a soli 60 dal confine
Sud del Sudan, dove i ribelli si nascondono per poi
scendere in Uganda, paese che Whinston Churchill amava
definire “la perla d’Africa”, ma che oggi è più famosa per
i suoi bambini soldato. “I più fortunati riescono a
scappare, ma il vero problema è dopo – sottolinea Lucia
Castelli – quando ritornano al villaggio: le loro famiglie
non li vogliono più perché sono diventati troppo violenti.
I guerriglieri hanno insegnato loro a odiare.
E’ molto difficile per loro il ritorno a una vita normale.”
La vita normale di un bambino africano inizia all’alba. A
piedi nudi, in silenzio esce dalla capanna di fango e
foglie di banane. Cammina lungo il bordo della strada
sterrata, in fila indiana, oppure si addentra nell’erba.
Qui l’erba è alta anche tre metri, si chiama “erba di
elefante”. Va al pozzo, al fiume, alla sorgente d’acqua.
Parte saltellando, ritorna in equilibrio: sulla sua testa
incombe una tanica di plastica gialla di 20 litri. In
Africa spetta ai bambini andare a prendere l’acqua. E alle
donne.
Due o tre volte al giorno. Se sono fortunati ci impiegano
qualche minuto, altrimenti delle ore. Si mangia una volta
al giorno, quasi sempre di sera e quasi sempre la stessa
cosa, patate. Non esiste corrente elettrica, le fogne sono
a cielo aperto, le uniche auto che girano da queste parti
mostrano grandi scritte adesive di speranza: …
organisation, … human rights, … sono quelle delle
associazioni umanitarie.
L’unica tecnologia arrivata anche quassù, a Kitgum, è quella
delle armi automatiche, così leggere e facili da usare,
che qualsiasi bambino ci riesce. Negli ultimi mesi a
Kitgum sono arrivati più di 700 bambini. E non sono i
soliti pendolari della notte, ci avverte Lucia Castelli:
“Vengono portati qui dalle madri o da chi in famiglia è
sopravvissuto alla furia della guerriglia o dalla violenza
di una malattia. Arrivano un po’ alla volta. Circa 10-15
al giorno. Vengono dati in affido ai padri della Missione
per sottrarli ai ribelli o anche solo per non farli morire
di fame.
I genitori non riescono più a sfamarli”. A Kitgum i padri
comboniani hanno creato un centro di accoglienza per i già
760 bambini arrivati: li sfamano, li assistono e li
mandano a studiare nelle scuole vicino alla missione. “La
scorsa settimana, con una squadra di 10 persone li abbiamo
lavati tutti, per paura di scabbia, pidocchi e tigna… il
trattamento va fatto a tutti contemporaneamente per
evitare continui contagi”. All’assistente sociale di Lucia
è la terza volta in due settimane che si ammala la figlia
più piccola. I due ospedali di Kitgum sono sovraffollati e
in questo momento c’è un’epidemia di morbillo che ha
aumentato i ricoveri in pediatria a una media di 450
bambini al giorno, ma i letti a disposizione sono solo 70.
Nel distretto di Kitgum, l’Avsi si occupa di programmi
sanitari, educativi, psicosociali e di emergenza.
Sostiene l’ospedale di St. Joseph con un medico, un
amministratore e il direttore sanitario. In più, con fondi
privati, stanno contribuendo alla costruzione di un’ala
del centro nutrizionale e della pediatria, con il
rifornimento di medicinali. Le missioni in pericolo “Il
mese scorso, a Madi Opei, 25 chilometri a Nord di Kitgum,
i ribelli hanno occupato una scuola, ci hanno bivaccato
per due giorni, bruciando banchi e libri. In due giorni
hanno distrutto tutto quello che la scuola era riuscita a
comprare in anni di sacrifici”.
“Il conflitto sta raggiungendo le dimensioni di una
catastrofe umanitaria” dice Pippo Ciancia, italiano,
medico anche lui, cinque figli, due dei quali adottati in
Uganda. Negli ultimi mesi c’erano state trattative e
promesse di un cessate il fuoco, “invece, per la prima
volta le attività dei ribelli – continua Ciancia – si sono
intensificate.
Vi sono ora chiare evidenze di un rinnovato sostegno militare
da parte del Sudan, con afflusso di armi nuove, e in
grande quantità, che lanciano una sinistra prospettiva
sulle minacce di attaccare anche le missioni cattoliche.
Alcuni gruppi di ribelli negli ultimi tre mesi hanno
assaltato missioni comboniane. Sembra una ritorsione
contro i missionari coinvolti nei colloqui di pace,
accusati dagli stessi ribelli di essere d’accordo con il
governo per trovarli e consegnarli alle autorità.”
Elisabetta Ponzone |