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Storie dei bambini, delle loro famiglie,
dei sostenitori e dei volontariAdozioni a distanza
Filippo Cavazza
27 anni, volontario AVSI in Serbia e Uganda
Sapevo che i miei amici
avrebbero presto sondato il terreno per capire che
regalo desideravo per la laurea. Già da qualche tempo
mi era balenata per la testa l’idea di qualcosa di
particolare. In fondo, di penne stilografiche e di
cravatte avevo già la casa piena, né bramavo dalla
voglia di ricevere altri ammennicoli.
Che cosa chiedere, allora? Semplice, un bambino. Un
bambino da adottare a distanza con AVSI.
L’argomento della mia tesi di laurea, poi, aveva
rafforzato questa convinzione. Per mesi mi ero
occupato dei viaggi di Giovanni Paolo II in Africa,
studiandone sia gli aspetti pastorali che
socio-economici. E mai come in quel lungo periodo di
ricerca - tra polverose biblioteche e siti Internet -
ero stato stupito dal Papa, dal suo abbraccio commosso
all’Africa e ai suoi bambini.
Con l’adozione a distanza volevo in qualche modo
proseguire questo abbraccio, ridare con il mio piccolo
(perché è davvero piccolo!) contributo la possibilità
di una vita dignitosa ad un ragazzino di un continente
così dimenticato. Non mi considero più buono o più
caritatevole degli altri. Non è vero. Ho cercato
semplicemente di seguire il richiamo della mia fede e
del mio cuore a compiere un’opera concreta, come già
tantissima altra gente aveva fatto. Joseph, il “mio”
bambino ugandese, può oggi andare a scuola, così come
la sorellina Dola. Li ho incontrati durante i miei
mesi di lavoro in Uganda e alla visita ho portato
anche un mio caro amico. Quando ha visto la sorellina,
Dola, e ha saputo che non aveva i soldi per le tasse
scolastiche, ha subito deciso di sostenerla. I grandi
occhioni neri di Joseph e di Dola si sono sgranati di
felicità nell’apprendere la notizia. Ogni giorno leggo
con gioia di tantissime persone che si sono coinvolte
con l'adozione a distanza. Famiglie, anziani, classi
delle elementari e dei licei, consigli comunali. In
totale sono oltre 27.000! Questo libro parla di loro,
anzi, di voi. E senza di voi, senza la vostra carità,
questo libro non sarebbe mai nato.
Nelle prossime pagine cercherò di raccontarvi alcune
di queste storie. Purtroppo, per evidenti ragioni di
spazio, solo di alcune, anche se ognuna di esse
meriterebbe un suo spazio (se non addirittura una sua
piccola pubblicazione). Scriverò di bambini, dal
Brasile all’Uganda, la cui vita è stata cambiata da
questo piccolo dono di 312 Euro all’anno. Si tratta di
esistenze, in molti casi, cambiate anche dal semplice
apprendere di avere qualcuno, dall’altro lato del
mondo, disposto a prendersi cura di loro. Scriverò
anche di famiglie italiane e volontari di AVSI nel
mondo commossi dalla bellezza del rapporto umano
venutosi a creare con il bambino. Perché la ricchezza
dell'adozione a distanza si scopre proprio nell’umanità
di questo legame.
I
veri beneficiari: i bambini
Eccoli, sono loro, i bambini, i primi beneficiari dell'adozione a distanza. Li incontriamo con i loro volti
illuminati di gioia, accalcati al cancello di una
scuola africana per salutarci o pronti a correre in
acqua per fare il primo bagno nel mar Nero rumeno.
Hanno tutti una storia da raccontare, da gridare. Sì,
perché i bambini non sono un’astratta categoria, ma
sono facce precise, storie precise. è per ognuno di
questi bambini, per la singolarità di ciascuno di
questi volti che è iniziato il programma di sostegno a
distanza.
La storia di Nico
Questa è la storia di un bambino rumeno e di suo
padre. Di un bambino, Nico, che come molti suoi
connazionali è sieropositivo. E di un padre che fa di
tutto, nonostante la povertà dei mezzi a disposizione,
per essergli accanto.
Nico è nato 14 anni fa ed ha altri due fratelli, Ionut
e Alina. Della mamma non sa nulla. La donna ha
abbandonato la famiglia da molti anni, lasciando i
figli al padre. Dovendo far fronte a molte difficoltà
nel provvedere ai bisogni dei piccoli, il padre è
costretto ad affidare i due maschi ad un orfanotrofio
di Bucarest. Questo non gli ha comunque impedito di
recarsi regolarmente in visita ai ragazzi e di
riportarseli a casa durante le feste.
Il papà abita attualmente con la figlia minore Alina,
insieme con la nonna paterna. La casa è di proprietà
della nonna e si trova in un distretto rurale nei
dintorni di Bucarest. La casa è piccolissima, ha una
sola stanza agibile, ma il papà sta cercando in tutti
i modi di allargarla, per farci venire a vivere Nico e
Ionut. Purtroppo è disoccupato e riesce a guadagnarsi
da vivere solamente con alcuni lavori saltuari.
Durante il periodo trascorso all’orfanotrofio Nico è
scoperto sieropositivo e trasferito all’istituto di
Vidra, specializzato nella cura ai bambini affetti di
Aids. è qui che i volontari di AVSI lo incontrano e lo
inseriscono nel programma “sostegno a distanza”. Il
padre non ha comunque cessato le visite, anche se
questo ha comportato il doversi recare in due luoghi
diversi, da una parte per Ionut e dall’altra per Nico.
Solo per visitare Nico, tra andata e ritorno, percorre
in bicicletta quasi 60 km.
AVSI ha sempre cercato di aiutare il padre e di
favorire la possibilità che Nico trascorresse i
momenti di festa e di vacanza dalla scuola a casa con
la sua famiglia. Per questo anche Alina è stata
inserita nel programma del “sostegno a distanza”. Il
papà di Nico ha lottato strenuamente per riportare il
piccolo e Ionut a casa. Le autorità hanno più volte
respinto la richiesta. Nella casa non c’erano ancora
le condizioni minime necessarie, in particolare per la
mancanza di un adeguato spazio abitabile.
Gli operatori AVSI non sono rimasti a guardare. “La
situazione di Nico ci è sembrata degna di essere
sostenuta, poiché suo padre è uno fra i pochissimi
genitori da noi incontrati ad avere conservato un
interesse per i propri figli e a desiderarne il
ritorno a casa.”. Hanno cercato delle donazioni e,
trovatele, hanno avviato i lavori di ristrutturazione
della casa. I lavori, iniziati con la sistemazione
delle due camere da letto, sono proseguiti con la
costruzione di un’anticamera. Si è poi aggiunta la
costruzione e il montaggio di due stufe, necessarie
per garantire il riscaldamento, l’acquisto del
linoleum e della moquette (per supplire il fatto che i
pavimenti non erano terminati) e l’arredamento della
casa. Per questo ultimo ostacolo è giunta in aiuto la
buona sorte, con la donazione improvvisa di una
signora che doveva traslocare e che ha donato i suoi
vecchi mobili. Ora è tutto pronto per accogliere Nico
e Ionut. Il papà potrà finalmente deporre la
bicicletta e abbracciare i suoi figli tutte le sere.
La storia di Ecaterina
Ecaterina rispecchia con il suo sorriso la dolcezza
del suo nome. Lo si capisce anche dai suoi disegni.
Ha aspettato fiduciosa per mesi una lettera di
risposta dalla sua famiglia italiana, mamma, papà e
tre figliolette. Ci sperava. Alla fine la lettera è
arrivata. Ora sa di avere degli amici, persone che le
vogliono bene. “Io non sono arrabbiata di averla
ricevuta tardi, ma sono contenta di avere degli amici,
soprattutto perché ho pochi amici. La famiglia di mia
zia non ha figli, così che ho un motivo in più di
essere contenta per i miei nuovi amici che vorrei
tanto conoscere meglio”.
La sua esistenza non è stata semplice. La mamma è
morta quattro anni fa ed il padre non si è mai
mostrato disponibile a prendersi cura della figlia. è
vissuta con lui per un certo periodo, nel villaggio
materno, insieme ad altri parenti della madre, fino a
quando alcuni zii non l’hanno presa in affido.
Ecaterina vive ora con loro a Cluj, una delle più
grandi città della Romania. All’inizio era un po’
spaventata, temeva il passaggio dalla campagna alla
città. Ora, invece, è felicissima di abitare con zia
Ana e zio Ioan (“loro sono stati molto buoni con me, è
come se vivessi in una favola”). Si sente come la loro
figlia naturale. Anche alla sua famiglia italiana si
sta sempre più affezionando. Dopo la lettera aspetta
di ricevere alcune fotografie. Vorrebbe vederli con i
suoi occhi i volti che la aiutano, in particolare
quelli delle bambine. Ecaterina raffigura queste
amiche lontane con una rosa. Belle e pure di cuore. E
per ogni bambina c’è un petalo speciale.
La storia di Ritah
Avevo accennato alla mia laurea, allo “strano” regalo
ricevuto per l’occasione. La laurea, grazie a Dio, non
è privilegio esclusivo di noi occidentali. Grazie all'adozione a distanza, ma grazie anche ai loro sacrifici
e alla loro abnegazione, alcuni ragazzi sono riusciti
a conseguire questo prestigioso obiettivo.
Ritah si gongola per il risultato, con il suo elegante
tailleur e la sua feluca. Una laurea, in un paese
africano, è traguardo riservato a pochissimi. E si
tratta per lo più di uomini. Per le donne è
l’eccezione dell’eccezione. Ritah ce l’ha fatta. Sa
che per questo deve ringraziare Gabriella, la sua
benefattrice.
“Apprezzo di tutto cuore l’aiuto che mi avete concesso
per la mia educazione. è raro trovare persone come
voi!”
Ritah ha conseguito la laurea in Economia (Business
Administration and Management) all’Università Makerere
di Kampala (Uganda). Nel suo libretto universitario
troviamo un rendimento costante, con voti molto alti
in Gestione delle Risorse Umane e Sistemi
d’Informazione Gestionale. Senza la generosità della
sua famiglia italiana Ritah non avrebbe saputo come
trovare il denaro necessario per sostenere l’esame
finale. “In quel momento - scrive la ragazza - voi
siete stati dei messaggeri divini accorsi in mio
aiuto”.
Dopo la laurea Ritah ha iniziato a lavorare. C’era
bisogno di dare una mano al fratello e alla sorella
più piccoli. C’era bisogno - come aggiunge nel suo
scritto - “di fare qualcosa di utile per il mio
paese”.
La storia di Solange e Claudine in Rwanda
Rimaniamo in Africa, nella regione dei Grandi Laghi,
in uno stato - il Rwanda - che con l’Uganda confina.
Vi sono molte affinità tra i due paesi, non fosse
altro che anche in Uganda vi sono diverse persone
appartenenti all’etnia tutsi.
Il Rwanda è una piccola nazione, poco più grande della
Lombardia. Di questa terra, del suo verde (il Rwanda è
anche chiamato il paese delle mille colline) non
abbiamo saputo nulla fino al 1994. è il 6 aprile di
quell’anno quando il presidente Habyarimana, di etnia
hutu (etnia maggioritaria in Rwanda), muore in un
incidente aereo insieme al presidente del Burundi.
Bastano poche ore ed il paese precipita nel caos.
Scene inenarrabili di violenza percorrono la capitale,
Kigali, e le zone rurali. Nel giro di due mesi quasi
un milione di persone muoiono massacrate, in quello
che è ricordato come il più veloce genocidio della
storia. Ad essere uccisi, a colpi di panga e machete,
sono soprattutto tutsi e hutu moderati, quegli hutu
che avevano cercato di resistere alla logica del
sangue e della vendetta, rischiando in alcuni casi
anche la vita per salvare i propri fratelli tutsi.
Dall’estate del 1994 AVSI è arrivata in Rwanda,
impegnandosi soprattutto in progetti di recupero dei
bambini traumatizzati dalla guerra. Centinaia di
migliaia di bimbi sono diventati orfani, hanno visto
le loro case incendiate e le loro scuole distrutte,
sono stati costretti a vivere da profughi nei boschi e
nelle foreste.
L’ adozione a distanza ha riportato il sorriso a tanti
di loro. Anche ad alcune, come Claudine e Solange, che
proprio bambine non sono più, ma che grazie all'adozione a distanza sono riuscite a diventare maestre
e a ridare una piccola speranza a tanti orfani del
genocidio. l'adozione a distanza ha reso in un colpo
solo più felici ottanta bambini (Claudine e Solange ne
hanno quaranta a testa nelle loro classi). La loro
storia ci è raccontata dalla penna scorrevole di
Marco, giornalista e operatore AVSI in Rwanda:
AVSI le incontra in un
villaggio sperduto del Rwanda. Sono due ragazze che
non hanno più i mezzi per andare a scuola; si trovano
due famiglie italiane disposte a sostenerle, diventano
amiche, finiscono gli studi, trovano un lavoro come
insegnanti e oggi la loquace Solange ci dice - anche a
nome della più riservata Claudine - che “il progetto
dell'adozione a distanza ci ha levate da una vita
miserabile. Se oggi abbiamo meno problemi di quanti ne
avremmo potuti avere lo dobbiamo a due famiglie
italiane che non abbiamo mai avuto l’occasione di
conoscere” e delle quali - va detto - si sono
dimenticate i nomi.
Solange e Claudine hanno rispettivamente 30 e 31 anni
e quando AVSI le incontrò nel ’98 avevano smesso gli
studi perché “a causa del genocidio avevamo perso
tutto”. Quando le conoscemmo non erano più delle
bambine, ma erano sicuramente due ragazze vulnerabili.
Claudine abitava con la mamma, un fratello, una
sorella e una nipote; Solange era già mamma di un
bimbo e responsabile di due fratellini piccoli ai
quali la guerra aveva tolto i genitori. La scuola da
finire era diventata un sogno che rivelarono appena
conobbero AVSI.
E da lì, da quell’incontro, “si riparte”: uniformi,
materiali scolastici, tasse d’iscrizione e avanti:
quarta, quinta e sesta per Claudine, solo gli ultimi
due per Solange. La scuola finisce, l’importante pezzo
di carta lo tengono stretto in mano e anche loro due
capiscono il senso e l’importanza di non ritenere
impossibile una cosa solo perché improbabile.
Per il resto è storia d’oggi: in un villaggio rwandese
essere maestrine ha la sua importanza al di là dello
stipendio che si ferma sui 40 euro al mese e alla
qualità dell’insegnamento che, non per responsabilità
loro, è quantomai scadente.
Le incontriamo con i loro quaranta alunni ciascuna:
bimbi scalzi, bimbi poveri, classi nude, nessun libro
di testo. Resta solo la speranza nella buona volontà
delle maestre che tra le nozioni che conoscono e tanta
arte nell’arrangiarsi devono insegnare francese,
inglese, kinyarwanda, calcolo, scienza e tecnologia
elementare, morale, religione, educazione civica e
fisica.
La giornata finisce alle quattro del pomeriggio,
qualche chilometro su e giù per colline e poi ecco le
a casa: Solange continua a vivere ed essere la
responsabile della stessa famiglia che incontrammo nel
’98, mentre in quella di Claudine si sono aggiunti
cinque bambini di un fratello morto, la cui moglie è
in prigione accusata di aver preso parte al genocidio.
è ancora Solange che trova la frase giusta per
chiudere questa rimpatriata: “AVSI prepara la vita per
il futuro” e strappa un sorriso di consenso alla
sempre timida Claudine.
La storia di Sunday Saviour
Sunday Saviour è oggi un brillante studente di scuola
superiore a Lagos, in Nigeria, alla Seed Remedial
School, ed è anche uno dei ragazzi più attivi nelle
preparazione del giornale studentesco. Nessuno lo
avrebbe detto fino a qualche anno fa. Il ragazzo non
sapeva né leggere né scrivere in inglese.
Grazie all’inserimento in un classe speciale Sunday ha
subito colmato le lacune, anche se sono rimasti molti
problemi. Sunday, infatti, è molto povero, e il
fratello maggiore non può pagargli l’istruzione. Per
potersi mantenere gli studi era così costretto a
lavori estenuanti. Concentrazione e rendimento ne
risentivano.
Con l'adozione a distanza Sunday ha iniziato a
frequentare la scuola con regolarità, compiendo passi
da gigante in tutte le materie. Sunday è oggi un
ragazzo con mille interessi e desideri, non solo
legati al giornalismo. Nell’annuale vacanza
organizzata dal campus al di fuori di Lagos è sempre
tra i più partecipi e pieni di iniziative, così come è
pieno di gratitudine per i suoi sostenitori italiani.
A loro scrive spesso, senza risparmiare racconti su
quanto gli sta accadendo a scuola e senza censurare i
suoi ringraziamenti. “Vi ringrazio perché attraverso
la vostra donazione avete reso per me la vita una cosa
degna di essere vissuta. Spero possa giungere presto
il giorno in cui incontrarci, in Nigeria o in Italia”.
La storia di Eduardo Ferreira Santos
Con le storie dei bambini delle adozioni a distanza si
è cimentato anche un noto giornalista, Gianluigi Da
Rold, in passato inviato del Corriere della Sera. Dal
suo viaggio in Brasile abbiamo tratto la vicenda di
Eduardinho. Anzi, “la rivincita di Eduardinho”, come
Da Rold l’ha chiamata, la rivincita su una vita di
polvere e di favelas.
Ha 26 anni, Josè Eduardo Ferreira Santos, ma ne
dimostra meno. Sembra un liceale, un po’ secchione,
magro e simpatico. Lo chiamano Dinho, gli italiani di
AVSI e i ragazzini di Bahia, che frequentano il centro
educativo nella favela.
La sua storia personale è inseparabile dall’intera
vicenda del Centro Educativo e degli alagados.
Nel 1992, quando si pensò
di spostare le famiglie dalle palafitte in case sulla
costa, Eduardinho aveva poco più di 15 anni. La baia
Ribeira Azul, quasi interamente occupata dalle
palafitte, si poteva solo intuire o immaginare.
Un’ipotetica urbanizzazione e industrializzazione
dell’interno di Bahia si era trasformata in un tragico
fallimento. Migliaia di famiglie avevano lasciato
l’interno del Brasile, la campagna, e si erano diretti
verso la grande baia di Todos os Santos, cercando
lavoro e una casa. Le fabbriche fallirono e le case
non furono mai costruite. è qui che iniziano a
condividere dolore e disperazione, portare cibo e
curare bambini e ammalati, i volontari di AVSI. Nel
1992 l’incontro di Dinho con don Giancarlo, durante
una delle passeggiate che il ragazzino faceva per
dimenticare i morsi della fame al centro di Bahia,
fino al Pelorinho, fino alla casa dello scrittore
Jorge Amado, alla piazza del ‘palo’ e delle ‘gabbie’,
dove si mettevano gli schiavi ribelli venuti
dall’Angola. Un ambiente degradato anche quello, con
un’umanità disperata, ma dove c’erano anche le
testimonianze dei primi missionari, le grandi chiese,
le cattedrali del barocco portoghese. “Stavo guardando
le vetrate di una chiesa, affascinato da quella
bellezza. Mi si avvicinò un sacerdote, don Giancarlo,
chiedendomi: cosa stai facendo? Gli ho spiegato quello
che facevo, dove vivevo, come vivevo”.
La sua vita si rovescia. “Ho convissuto con la
violenza e la morte. Dove vivevo io, dove vivo ancora,
la vita non ha valore, non ha alcun senso. E come si
può crescere se la vita non ha valore, non ha senso?
Intuivo, mentre abitavo nel degrado degli alagados,
che la vita si decide proprio quando si è ragazzi. E,
paradossalmente, vedevo che i miei coetanei, quelli
più intelligenti, più sensibili, più curiosi, si
buttavano nello spaccio della droga, tra bande di
delinquenti, oppure morivano di alcol e droga. Una
breve vita consumata nella disperazione,
nell’indifferenza generale. Eduardinho, invece, con il
sostegno dell’adozione a distanza, con l’aiuto che
arriva dall’Italia, si mantiene agli studi. Si laurea
in pedagogia. E mentre Eduardinho cresce, studia e si
laurea, gli organismi politici brasiliani e quelli
internazionali, come la Banca Mondiale, si rendono
conto delle potenzialità del progetto di recupero
urbanistico degli alagados. Lentamente si dividono gli
alagados in lotti di recupero, si cominciano a
costruire case sulla costa. Eduardinho intanto lavora
come educatore nel posto dove è cresciuto, nel Centro
educativo donato da un benefattore italiano.
Adesso, mentre il piano di recupero degli alagados
avanza, Eduardinho guarda i ragazzi più piccoli che
giocano a pallone, che studiano, che mangiano
regolarmente (tutti i giorni, anche loro).
Commosse da
questo aiuto: le famiglie dei bambini
l'adozione a distanza non arricchisce umanamente solo
i bambini. Sono tante le famiglie di questi bambini,
le mamme e i papà, che hanno scoperto il calore di un
aiuto che arriva da lontano. Molti di loro hanno
ricominciato a volere bene ai propri figli coma mai
-forse - avevano fatto prima.
La storia di Betty
La storia di Betty è tristemente uguale a quelle di
tante altre donne africane ed ugandesi, costrette a
convivere con la miseria e con il flagello dell’Aids.
Betty ha 40 anni ed è vedova, avendo perso suo marito
tre anni or sono proprio a causa di questo terribile
male. Attualmente vive con i suoi sei bambini in uno
slum non molto distante dal centro di Kampala. Un anno
dopo la morte del marito anche lei è risultata HIV
positiva. Le cure a cui è sottoposta alla Nsambya Home
Care Clinic attenuano solo in parte gli effetti
dirompenti della malattia. Spesso è costretta a
rinunciare a lavorare, a causa di febbri molto alte e
di una sensazione generale di debolezza.
Nella sua baraccopoli vive in una modestissima capanna
di una stanza sola, per la quale spende 30.000
scellini (circa 17 Euro) di affitto al mese. è una
cifra troppo grossa per lei, che campa vendendo frutta
e verdura ai lati della strada. Ci sono sei bambini da
sfamare e cinque di questi da mandare a scuola. Le
adozioni a distanza di AVSI e l’assistenza degli
operatori del Cowa le hanno alleggerito un
insostenibile fardello. Betty è oggi una madre più
felice e serena, anche se sa che l’Aids potrebbe
presto allontanarla dai suoi figli. Silvia, Nicholas,
Bruno, Morris e Ronald possono frequentare
regolarmente la scuola. Non solo. A casa hanno
finalmente dei materassi e delle lenzuola, dei vestiti
e quel cibo indispensabile a poter condurre
un’esistenza normale.
Una lettera della madre di Moris
In un mondo pieno di
pregiudizi capita anche che si guardi con insofferenza
chi adotta a distanza un bimbo albanese. Può anche
capitare che lo stesso sostenitore si trovi in una
situazione imbarazzante, quasi a doversi giustificare
con vicini e conoscenti per l’aiuto che sta compiendo.
Forse per qualcuno gli albanesi, presunto popolo di
piccoli e grandi delinquenti, mafiosi e sfruttatori
della prostituzione, non meriterebbero un simile
aiuto.
Ma i bambini albanesi non
sono dei futuri criminali. Sono bambini come tutti gli
altri. Con un cuore grande e dei grandi desideri. E
anche le loro famiglie, le loro mamme e i loro papà,
sono persone con lo stesso grande cuore. è gente che
ringrazia per l’aiuto dato ai proprio figli. Leggete
cosa scrive dal villaggio di Bathore la madre di
Morris.
“Io, Doda, la madre di
Morris, il quale aiutaste come se fosse un vostro
figlio, vi volevo ringraziare perché adesso non si
sente più come un orfano che sta crescendo tra tante
difficoltà.
C’è tanta buona volontà in lui per ringraziarvi per la
gratitudine che avete dimostrato e dimostrate per
Morris, perché grazie al vostro sostegno stanno
crescendo anche gli altri figli. Morris sta crescendo
bene, con tanta cultura e con una mente sensibile per
capire le sofferenze e le origini di quest’ultima,
come per la morte di suo padre.Frequenta regolarmente
l’asilo ed è un bambino ottimista e con tanta volontà.
Appena torna dall’asilo lui racconta le cose
che fa e che impara.
Io come madre di cinque
figli orfani vi sono molto grata e vi assicuro che vi
terremo sempre nel nostro cuore e molto presto sarà
Morris che vi scriverà su ogni cosa che si sente per
la sua vita e il suo futuro. Esprimo la mia grande
fiducia che sarà Dio che vi ripagherà per questo
aiuto. Con tanto rispetto e affetto, Doda”
Una lettera dalla Russia alla Sicilia
Restiamo nell’Europa Orientale, ma questa volta
compiamo un balzo di alcune migliaia di chilometri,
verso le steppe dell’ex Unione Sovietica, a
Novosibirsk, cuore della Siberia. Sono terre
caldissime d’estate e gelide durante il lunghissimo
-interminabile- inverno.
Un sostegno a distanza, l’aiuto di una famiglia
italiana (siciliana), può riscaldare il cuore di una
famiglia russa. Anche se le temperature scendono (di
giorno!!!) a –33 gradi. Sarà il vento caldo dell’Etna.
Di questa famiglia siciliana non gli basta sapere
l’esistenza. Vogliono scriverle e vogliono individuare
sulla mappa questa lontana isola.
“Buongiorno Elisabetta, Nicola, Antonio e Verdiana!
Vi scrivono gli amici della Russia. Nella nostra
famiglia ci sono la mamma Irina, il papà Anatolij e
due figli, Volodia (4 anni) e Igor (5 mesi).
La vostra lettera è stata per noi una cosa improvvisa,
e molto piacevole. Grazie mille per le parole calde,
per la foto e il disegno.
Anche noi siamo molto felici che abbiamo degli amici
in un paese come l’Italia, così lontana! Noi con
Volodia abbiamo trovato la Sicilia sulla cartina e lui
era molto triste che siete così lontani e ha detto:
‘Sarebbe meglio se abitassero più vicino!’
Da noi c’è già l’inverno, c’è molta neve, e fa
freddissimo. Di giorno si arriva già a –33 gradi!
Volodia ama molto l’inverno, perché può essere tirato
sulla slitta, può fare dei pupazzi di neve e correre
sul ghiaccio.
Adesso all’asilo prepariamo per la festa del capodanno
una favola e noi mamme cuciamo dei costumi, decoriamo
l’albero di capodanno e compriamo dei regalini per i
bambini. Volodia vi manda la sua foto e il disegno. Vi
auguriamo cose buone e belle, un bacione da noi tutti!
Aspettiamo un’altra vostra lettera.
Con affetto”.
La storia di
Thiago e la mamma Jualiana di Rio de Janeiro
Ci sono alcuni casi in cui si stringe il cuore
all’operatore sociale nel vedere la famiglia in cui un
bambino vive. E nel pensare che, se non è ben seguito,
l’aiuto dell'adozione a distanza potrebbe essere usato
per scopi che con la crescita del bambino hanno poco a
che vedere. Ma il miracolo di un cambiamento può
accadere. Una madre, colpita dall’affetto che c’è
verso il proprio piccolo, può tornare a guardare
all’aiuto dell'adozione a distanza come a qualcosa di
inequivocabilmente indirizzato al proprio bambino.
La storia che ci racconta Paola arriva da Rio de
Janeiro. Ne sono protagonisti il piccolo, Thiago, e la
mamma, Juliana. “Da quando la conosciamo Juliana usa
droga ed è sempre senza un lavoro. Qualche mese fa ha
avuto un’altra bambina, ma non ha un rapporto stabile
con nessuno dei padri dei suoi figli. Thiago veniva
all’asilo sempre disordinato, e soprattutto aveva una
denutrizione abbastanza grave che siamo riusciti a
recuperare”.
Con la nascita della bambina, Paola e un’altra
assistente sociale, Rosane, si recano a trovare
Juliana per chiederle se c’era qualche necessità che
potevano soddisfare attraverso l'adozione a distanza.
“Juliana ci ha subito detto che aveva bisogno di un
letto a castello perché tutti dormivano per terra con
piccoli e finissimi materassi su un pavimento di
cemento”. Dopo una settimana la madre si reca da Paola
con i preventivi per l’acquisto del letto e dei nuovi
materassi. “Io ero sola e certo non avrei potuto
andare con lei a comprare il letto. Abbiamo fatto
insieme i conti e poi le ho dato i soldi in mano,
insieme ai dati per la nota fiscale. Sapevo che era
molto rischioso darle quei soldi, ma ho voluto correre
il rischio. Ho voluto scommettere sul rapporto con
lei!”.
Per un mese Juliana sparisce. Paola inizia a pensare
che quei soldi siano finiti in un acquisto ben diverso
dal letto. Le amiche del Centro la rimproverano. “Hai
fatto male a darle quel denaro”. I cambiamenti non
sono impossibili. Accadono, eccome se accadono, specie
quando una persona si sente voluta bene nonostante gli
errori commessi nella vita.
“Un giorno Juliana mi si presenta davanti, tutta
dimessa, chiedendo scusa. Io le dico subito, con tono
arrabbiato, che non mi interessava sapere che cosa
avesse fatto dei soldi. Ma lei mi rispose subito,
dicendomi che il letto era arrivato solo il giorno
prima e che aveva perso i dati per la nota fiscale. Mi
disse che il letto era bellissimo e che Thiago non
usciva più di casa, tanto era comodo quel nuovo ‘aggeggio’.
Mi disse anche che con gli 8 reais di resto (meno di 3
euro) si era permessa di comprare dei pannolini per la
bambina. E mi fa vedere gli scontrini”. Paola è
commossa. Non pensava che Juliana avrebbe potuto
cambiare. “Mi ha proprio sorpreso il suo cambiamento”.
La scommessa su quel rapporto è stata vinta. Oggi
riesce solo a pensare a quanto sia felice Thiago
accoccolato nel suo letto.
Jardim
Felicidade in Brasile e la storia di Elaime
Sempre dal Brasile, da Belo Horizonte, ecco la storia
di un’altra mamma, una ragazza di favela, aiutata dal
“Centro Educativo Jardim Felicidade”.
“Jardim Felicidade” è un’oasi di serenità in mezzo
alla favela. Se guardi fuori dalle grandi finestre
vedi una distesa di catapecchie tutte rigorosamente
munite di antenna televisiva, qualcuna anche di
antenna parabolica. Perché in favela, dove povertà e
violenza la fanno da padrone, la TV è il solo mezzo
per uscire, per sognare un mondo diverso,
possibilmente un mondo da telenovela. Ma dentro le
mura il mondo è già diverso. Al Jardim Felicidade, in
un ambiente accogliente, dotato di tutte le necessarie
strutture, bambini di tutte le età, dai pochi mesi
sino ai 13/14 anni, hanno la possibilità di mangiare e
di giocare, di lavarsi e di studiare, di essere
accolti e curati, di imparare a crescere secondo un
processo di sviluppo umano che parte dal valore della
persona. Qui le mamme di favela, spesso giovanissime
provenienti da storie difficili e violente, trovano
accoglienza indipendentemente dalla loro storia e
vengono aiutate a crescere i figli. Qui giovani in
cerca di un lavoro imparano un mestiere, attraverso
corsi professionali.
Jardim Felicidade è uno dei molti centri di
accoglienza diurni per l’infanzia che AVSI ha
realizzato nelle favelas delle grandi città
brasiliane, per dare ai bambini l’assistenza
necessaria per il loro corpo e per lo sviluppo
armonico delle loro potenzialità intellettive. Queste
azioni sono rese possibili anche grazie all’adozione a
distanza, che si configura come un vero e proprio
progetto educativo e non come la semplice
distribuzione di denaro o di beni materiali.
Elaime, una ragazza di favela di 25 anni, quattro
figli di 8, 7, 3 anni e l’ultimo di pochi mesi, ha
trovato qui al Centro non solo il sostegno per i suoi
figli, ma anche la propria personale realizzazione.
Elaime lavora qui al Centro da un anno e mezzo e fa le
pulizie. Ha un viso sorridente e aperto e parla
volentieri. Già anni fa aveva chiesto l’ammissione al
centro per il proprio figlio maggiore, che oggi ha 8
anni, ma allora non c’era posto. Oggi tutti e quattro
frequentano il centro.
“Ho sempre pregato molto, dice, ma prima di lavorare
qui era come se Dio non ci fosse”. Suo marito non
trovava lavoro e lei, per aiutare la famiglia senza
lasciare i piccoli per strada, puliva l’aglio a casa.
Qui l’aglio, di cui si fa ampio uso in cucina, viene
venduto come una sorta di poltiglia condita con
l’olio, per cui ogni spicchio deve essere sbucciato e
poi ammollato prima di essere lavorato. Pochi
centesimi di reais (poche centinaia di vecchie lire)
per ogni chilo.
Ma poi improvvisamente le è stato chiesto se voleva
lavorare al Centro e da allora “è come se Dio avesse
aperto gli occhi”. Anche suo marito ha trovato un
lavoro fisso. E poi l’aiuta in tutto e “non la
picchia” (qui la cosa è eccezionale). Oggi fanno
progetti per migliorare la loro casa. Stanno pensando
di aggiungere una stanzetta per i figli, visto che
oggi ne hanno una sola per tutta la famiglia. Qualche
mese fa il figlio maggiore ha accusato un problema
agli occhi ed allora è stato messo in lista per la
visita oculistica. Le è stato chiesto di accompagnarlo
insieme ad altri tre bambini del Centro. E lei si è
dimostrata così attenta e responsabile da stupire lo
stesso medico. Oggi è lei che accompagna i bambini del
Centro dall’oculista quando occorre, e questo la rende
molto felice perché dice “è molto importante fare una
cosa a favore di tutti, partecipare a un’opera
comune”. L’ adozione a distanza la riempie di stupore
e di riconoscenza: il fatto che qualcuno dall’altra
parte del mondo pensi ai suoi figli senza conoscerli e
senza pretesa alcuna le insegna ad essere aperta ai
bisogni degli altri e a perdere il senso di possesso
nei confronti dei suoi bambini. Alla sostenitrice che
ha in adozione Raffaella, la sua piccola di 7 anni,
scrive dicendo “la nostra bambina”. è il suo modo
semplice e diretto di mostrare gratitudine verso
questa donna che da lontano ha a cuore come lei il
destino di sua figlia.
Lontani di casa, vicini con il cuore: i sostenitori a
distanza
Sono tanti, tantissimi, oltre 27.000. Arrivano da
tutte le regioni italiane, dalla Lombardia come dalla
Sicilia, da grandi centri urbani a piccoli paesi di
montagna. Sono famiglie, con figli o senza figli,
single, nonne con i loro nipoti. Ma sono anche
compagni di classe, gruppi di amici, di consiglieri
circoscrizionali e comunali. Ce ne sono di tutte le
classi sociali, dall’impiegato al dirigente. C’è anche
l’operaio che fa fatica ad arrivare alla fine del
mese, ma che non rinuncia alla sua quota di 312 Euro.
Ci sono persino i detenuti di alcune carceri. Insomma,
il panorama di coloro che in questi anni hanno
sottoscritto un’adozione a distanza è estremamente e
incredibilmente variegato. Non ci sono stereotipi.
La carità è davvero affare di tutti.
Ci sono sostegni a distanza che nessuna disavventura,
nemmeno l’evento più tragico, può fermare. Il destino
- lo leggerete nella sua lettera - è parso accanirsi
contro questa donna. Nell’ultimo decennio la sua vita
è stata costellata da una serie ininterrotta di lutti
e sofferenze. Ella, tuttavia, non ha voluto rinunciare
a questo gesto di bene verso chi riteneva più
sfortunato di lei. Il suo è un inno alla positività
della vita.
“Mi chiamo E.,Ho 50 anni, sono vedova da quasi
quattro anni. Ho un figlio adorabile, di 24 anni. La
mia vita, fino a un certo punto, è stata bellissima,
circondata da veri affetti, ma sempre in salita,
lottando quotidianamente per la sopravvivenza,
onestamente, con sani principi, dedicandomi alla
famiglia e ai miei amici, condividendo gioie e dolori.
Poi l’AIDS ha stroncato la vita di mio fratello, un
tumore quella di mio marito, una malattia cardiaca
quella di mia madre, il morbo di Alzheimer quella di
mio padre, il dolore la vita del mio fratello più
piccolo, portandolo in carcere da circa un anno. Tutte
queste vicende sono accadute dal 1992 fino ad oggi.
Finita una ne cominciava un’altra… Praticamente i miei
ultimi dieci anni li ho passati lottando contro il
male.
Eppure l’amore che ho provato e ricevuto mi ha dato la
forza per continuare a vedere l’esperienza della vita,
una cosa meravigliosa, che va vissuta fino in fondo.
Sentendo lamentele ingiustificate di alcune persone,
mi chiedo perché non abbiano il coraggio di guardarsi
intorno. Potrebbero rendersi conto di quanto sono
fortunati. Io so di esserlo stata, anche se per un
periodo. è per questo che voglio aderire alla vostra
iniziativa dell'adozione a distanza, che condivido, e
ringrazio tutti quelli che lavorano perché funzioni.
Con le mie modeste possibilità vorrei poter
contribuire a regalare un sorriso in più”.
Gol! Lascio a voi pensare se sia stato dopo un veloce
contropiede o al termine di un’azione corale, conclusa
dal centravanti con una spettacolare rovesciata. La
verità è che grazie ad una squadra di calcio femminile
- il pallone non è solo sport per maschi! - due
bambine possono oggi andare a scuola.
La testimonianza
di Ilaria, una sostenitrice dell'AVSI
La storia è semplice, come
è semplice per queste ragazze correre dietro ad una
palla da insaccare in rete.
“Cari amici di Avsi,
mi chiamo Ilaria e sono una ragazza di 18 anni. Scrivo
per raccontarvi brevemente la piccola storia che sta
dietro alle nostre due adozioni a distanza. Faccio
parte di una squadra di calcio femminile; siamo una
trentina di ragazze, dai 14 ai 30 anni, e quest’anno
abbiamo deciso di rendere un po’ più significativa la
nostra tradizionale cena di Natale.
Sotto suggerimento di un nostro dirigente abbiamo
scelto di non fare la classica cena in pizzeria, ma di
arrangiarci per conto nostro, grazie all’aiuto di
alcune mamme volenterose, e di usare i soldi che
sarebbero stati spesi in pizzeria per aiutare qualcuno
meno fortunato di noi. Conoscendo bene le iniziative
di AVSI ho pensato di proporre un’adozione a distanza;
quando ho spiegato alle altre ragazze di cosa si
trattava loro hanno accettato volentieri.
Inaspettatamente il presidente della nostra squadra,
che era presente in quel momento, colpito dall’idea
che avevamo avuto, ha deciso lì per lì di sostenerne
anche lui una personalmente, inviandoci nel giro di
pochi giorni l’assegno per un intero anno. Colpita
dalla semplicità con cui tutto questo è successo ho
desiderato raccontarvelo, anche per spiegarvi il
motivo della nostra richiesta di adottare, se è
possibile, una ragazza: per poterla considerare una
nuova giocatrice, una di noi.
Grazie!”
Avreste mai pensato che una giovane coppia avrebbe
voluto incontrare durante il viaggio di nozze il
bambino sostenuto a distanza? Gabriele e la moglie (la
storia è raccontata in uno degli ultimi numeri di
Buone Notizie*) si sono spinti fino in Messico. Ma non
sono stati i soli. Anche altre coppie, fresche di
matrimonio o in procinto di farlo, hanno avuto lo
stesso desiderio.
Davide e Naila sono volati in Argentina, terra di
pianure sconfinate, di gauchos e di ghiacciai nella
Terra del Fuoco. Da un paio d’anni la nazione
attraversa una crisi economica e sociale molto
profonda. La ricchezza del passato appare un lontano
ricordo. Ancora oggi, seppure non con la frequenza
dell’autunno 2001, dominano lo scontento popolare e le
manifestazioni di piazza. Difficile fare previsioni
sulla ripresa dell’Argentina, delicatissimo il compito
del nuovo presidente Kirchner.
In questo contesto la povertà urbana e rurale è
dilagata. Migliaia di famiglie, prima autosufficienti,
se non addirittura benestanti, si ritrovano a
convivere con questa ondata di miseria. Sono i bambini
i primi a soffrirne.
La storia di Macarena in Argentina
Per molti di loro le adozioni a distanza sono arrivate
al momento opportuno. Macarena è una di queste bambine
che ne beneficiano, grazie proprio al sostegno di
Davide e Naila. La bimba va a scuola nel popoloso e
desolato barrio di Gonzales Catan, periferia di Buenos
Aires. Utilizza le strutture della Obra di Padre Mario
Pantaleo, una grandiosa opera nata dalla misericordia
di questo minuto sacerdote italiano. Ci sono scuole
elementari e superiori, corsi professionali, attività
per anziani e portatori di handicap. Insomma, tante
iniziative per cercare di rendere maggiormente
dignitosa la non facile esistenza di queste persone.
Di quest’opera Davide e Naila ammirano “l’aria di pace
e sicurezza che Padre Mario ha saputo creare” e
conoscono Perla, la direttrice, “una persona che
ammalia e incanta con la sua personalità spiccata e la
sua simpatia, con i suoi pensieri e con i suoi fatti,
con la sua familiarità e con il suo impegno
quotidiano”.
La coppia inizia ad accorgersi che con il proprio
contributo Macarena è contenta, può crescere e
studiare in un ambiente umano.
Arriva poi la visita alla piccola, nella sua casa,
dove abita con i genitori e altre tre sorelle. La più
grande, grazie all’Obra ha completato gli studi
superiori e si è potuta iscrivere all’Università.
“Macarena nei primi momenti è giustamente intimorita e
intimidita. Chi siamo, in fondo, noi venuti
dall’Italia? Non vogliamo essere né Babbo Natale, né i
Re Magi, sebbene abbiamo da darle alcune cose utili
per la scuola, altre anche per giocare!!!”.
La giornata prosegue. Davide si esercita nel suo
castellano con il padre, mentre Naila è intenta a
giocare con Macarena. Giunta l’ora di pranzo decidono
tutti insieme di mangia re delle ottime empanadas di
carne, patatine fritte a volontà e flan con dulce de
leche (una delizia straordinaria, racconta Davide), il
tutto innaffiato da bevande varie e dall’aroma
inconfondibile della birra Quilmes.
La coppia, prima di congedarsi, scatta alcune
fotografie. Vuole conservare in modo indelebile il
ricordo della giornata. Conclude Davide il suo
racconto: “ Ovviamente non manchiamo di filmare questi
momenti, sebbene non vogliamo esagerare. Non abbiamo
di fronte degli extraterrestri, ma delle persone
uguali in tutto e per tutto a noi. Gli auguriamo di
tutto cuore che il futuro significhi riscatto e
opportunità di vivere con dignità al pari di chiunque
altro essere vivente. E se questo è possibile
realizzarlo grazie all’Obra ed agli esempi di impegno
concreto di persone straordinarie come Perla,
Antonella, Soledad e di tante altre come loro, allora
gridiamo, sino a farci sentire da un emisfero
all’altro, VIVA LA SOLIDARIETA’, VIVA LA PACE, VIVA
PADRE PANTALEO”.
Da alcuni anni, come abbiamo letto nella storia di
Eduardinho, AVSI è impegnata in un vastissimo
progetto di urbanizzazione della grande favela di
Novos Alagados a Salvador de Bahia. Il progetto ha
riscosso molti apprezzamenti, in particolare dalla
Banca Mondiale, che lo ha cospicuamente finanziato e
ne ha riconosciuto lo straordinario valore aggiunto
dal punto di vista umano. I favelados, infatti, non
sono rimasti a guardare gli aiuti che sono arrivati,
ma hanno lavorato a stretto contatto con gli operatori
di AVSI per rendere vivibile la loro area.
La storia di Jamerson in Brasile
E' qui che è ambientata la storia di Jamerson e di
Graziella. Jamerson è un bambino di 10 anni. Da due
anni, proprio vicino a casa sua, AVSI ha realizzato,
con l’aiuto della Fondazione Umano Progresso, il
Centro João Paulo II, dove bambini e ragazzi vengono
accolti e aiutati a crescere. Qui Jamerson passa,
insieme al fratello di 12 anni, la sua giornata, nelle
ore in cui non frequenta la scuola. Studio, attività
ricreative, gioco del pallone e soprattutto un pasto
completo. Da alcuni anni Jamerson è sostenuto con
l’adozione a distanza da Graziella.
Nessuno dei due ha dimenticato la bellezza di quell’incontro.
Vestito di tutto punto con pantaloni lunghi e perfino
le scarpe (le uniche che ha, un paio di stivali di
gomma) aspetta seduto su un piccolo divano nell’unica
stanza della sua casa La mamma, prima di andare al
lavoro (fa le pulizie in città), l’ha riordinata con
cura. L’ aria è calda e umida, fuori ci sono 35 gradi,
ma lui non si muove per paura di sciupare l’abito
buono. Gli occhi bellissimi dicono di un’attesa, non
senza qualche timore.
Ma anche Graziella è impaziente e timorosa. Si è
decisa a questo viaggio, lasciando a casa marito e due
figli e prendendo una settimana di ferie dal lavoro,
per questo incontro. Si è preparata mentalmente cento
volte sulle cose da dire. Nei preparativi a casa ha
coinvolto tutti i suoi bambini, che hanno più o meno
l’età di Jamerson, l’hanno aiutata a scegliere lo
zainetto da regalare, le varie magliette e i
pantaloncini, i pastelli colorati e i quaderni. I
colleghi prima di partire hanno fatto una colletta per
sostenere i progetti di AVSI a Salvador Bahia. Ma
adesso il momento è tutto suo.
Dal Centro l’hanno seguita tutti: la responsabile
delle adozioni a distanza, gli insegnanti, gli
educatori e anche alcuni ragazzi. Una piccola
processione si inoltra in un viottolo affiancato da un
rigagnolo maleodorante, lungo il quale sorgono
baracche su palafitte.
L’abbraccio di Graziella a Jamerson è lungo e
silenzioso. C’è un’aria di commozione generale ed è
come se ognuno volesse dire qualcosa ma non sa da dove
cominciare. Poi Graziella comincia a parlargli dei
suoi bambini che da casa salutano questo fratellino a
distanza, ad aprire i regali, a chiedergli della
scuola e di cosa fa. Un po’ stordito Jamerson si
rannicchia nelle sue braccia e non sapendo cosa dire
inizia un canto. è una piccola canzone che ha imparato
al Centro ed è quella che gli piace di più. è il suo
modo semplice di dire grazie per la cosa grande che
gli sta succedendo. Poi l’aria si sdrammatizza e tutti
parlano e ridono. Insieme si ritorna al Centro e
Jamerson si toglie gli stivaletti per cominciare a
piedi nudi una partita di pallone con gli altri
ragazzi.
A tutti resta la memoria di un’esperienza unica.
“Questo è stato il momento più importante della mia
vita, dopo la nascita dei miei figli”, dirà Graziella
ai responsabili del Centro che a loro volta lo hanno
vissuto “come il momento che ha dato significato al
nostro lavoro e che ha coronato il nostro impegno. Non
lavoriamo solo per aiutare dei bambini, ma per
costruire dei rapporti”. E qui ha preso concretezza un
rapporto di amicizia che può cambiare la vita delle
persone.
“Signore, ascoltami.
Se sta scritto
che le dita dei giorni
strapperanno tutto l’azzurro
al mio giovane cielo
e che dovrò rovinare
per ventiquattro anni
lungo scarpate di cella
fa’ che sulle mie fredde labbra
io abbia caldi accenti di perdono
per il sangue e il sole perduto
sul sentiero triste
dell’infanzia di guerra”
Da “Il testamento di un ergastolano”
Una cella larga pochi metri, circondata da pareti
spesse, caldissime d’estate e gelide d’inverno. Una
grata d’acciaio, unico spiraglio verso il mondo
circostante. Questo è il carcere, con i suoi orari, i
suoi turni, le sue abitudini, luogo in cui molto
spesso l’umano - invece di essere rieducato -
sprofonda nella più cupa mestizia.
Ci sono però inferriate che non hanno soffocato il
cuore dei carcerati. La storia che vi raccontiamo
arriva proprio dalle mura di una prigione, porte
spalancate verso i grandi bisogni della terra, dei
bambini del terzo mondo.
M., V. e A. si conoscono in carcere. Lì incontrano
anche F., G. e L. Hanno diversi anni da scontare per i
loro crimini. Sono dentro per furti e rapine, errori
compiuti quando erano per lo più giovani sbandati.
Nessuno vuole giustificarli. Nemmeno loro lo fanno.
In carcere torna la voglia di studiare, di rifarsi una
vita. Si iscrivono tutti al diploma di ragioneria in
un Istituto Tecnico del luogo. Nascono anche dei
bellissimi rapporti con i docenti della scuola, in
particolare con uno di loro.
Quando, attraverso la campagna Tende*, si imbattono in
AVSI e vengono a conoscenza del programma di adozioni
a distanza, i sei detenuti decidono che vale la pena
di fare qualcosa. C’è bisogno del loro aiuto. Il
detenuto - pensano - non è e non deve essere semplice
oggetto di iniziative di solidarietà. Il detenuto, in
quanto uomo, deve essere motore di solidarietà!
“Un gesto di umanità - sottolineano i loro insegnanti
- particolarmente significativo, anche perché
realizzato, in qualità di soggetti attivi, da persone
normalmente ritenute, semmai, beneficiarie di azioni
di solidarietà”.
Ecco cosa scrive un altro carcerato, M., detenuto con
una condanna che terminerà nel 2005: “Nonostante la
mia prigionia mi sento in dovere verso chi è stato e
rimane molto più sfortunato di me”. I due gruppi di
detenuti sponsorizzano così due bambini, uno in Kenya,
a Nairobi (dove frequenta una scuola professionale) e
uno in Sudamerica. Il bambino di M. è in Libano. Sono
come dei figli per loro. Li amano, gli vogliono bene,
gli scrivono con continuità. Fanno di tutto,
attraverso il lavoro nel carcere, per racimolare i 312
Euro necessari all’adozione a distanza.
Non si arrendono neanche quando uno di loro, quello
che aveva maggiormente spinto per l'adozione a distanza, è trasferito in un altro carcere.
Il sostegno continua come un ponte a mille arcate che
congiunge le inferriate di una prigione alla savana
del Kenya.
Andiamo per un attimo dall’altra parte della
barricata, dai carcerati agli agenti di polizia.
Ha voluto raccontarcelo, scrivendo direttamente alla
sede AVSI, la responsabile di un locale centro di
solidarietà, molto colpita da quanto accaduto:
“Desidero farvi sapere che nel progetto si sono
coinvolti alcuni agenti di polizia dell’Ufficio
Immigrazione.
Pur trattandosi di un gesto apparentemente semplice,
considero questa scelta concreta da loro operata assai
significativa ed importante, non solo per il bambino
che ne potrà beneficiare, ma anche per coloro che
hanno aderito alla proposta. Frequentando l’Ufficio
Immigrazione della questura da oltre dodici anni, ne
conosco molto bene le dinamiche e l’atmosfera, spesso
determinata da una cinica indifferenza o da un
disinteresse sia nei confronti degli utenti che degli
stessi colleghi. Mi commuove, quindi, a maggior
ragione vedere queste stesse persone attivarsi
personalmente decidendo di condividere un gesto
concreto: proprio perché si tratta di un atteggiamento
raro, desideravo farvelo sapere”.
Anna Maria è una vispa signora sulla settantina
“Sono la nonna Anna e
prima di partire per l’Italia voglio lasciarvi il mio
saluto e il mio grazie per avermi permesso di vivere
tra voi un’esperienza veramente bella. Spesso dicevo
ai miei figli che sentivo di avere nel cuore ancora
tanto amore da poter donare, ma soprattutto avevo
voglia che dei bambini piccoli potessero essere
l’oggetto di tale amore…”.
Inizia così la lettera scritta da nonna Anna agli
operatori AVSI dopo la sua permanenza di un mese in
Brasile, paese nel quale ha adottato a distanza un
bambino.
“Quando, appena varcato il cancello, mi è venuto
incontro Vito con il suo sorriso e poi pian piano
tutti gli altri, ho capito che ero approdata al posto
giusto: mi sentivo veramente a casa, anche se in un
posto ‘totalmente sconosciuto’”.
Anna Maria scopre poco a
poco che quell’amore che desiderava donare le è
restituito in abbondanza. “L’esperienza dei giorni
successivi è stata molto ricca: io credevo di venire
qui per donare amore. In realtà sono stata io ad
essere riempita di tanto amore, sia da parte dei bimbi
che da parte di tutte le persone che qui lavorano”.
Il contatto con i bambini, soprattutto con quelli
piccoli, è per lei fonte di stupore. “è una cosa
bellissima vedere la vita spalancarsi nei suoi primi
mesi. è come il colore del cielo all’alba, che ha
tutta un’intensità particolare. I primi passi di Pedro,
il primo gattonare di Bruno, il muoversi spesso
maldestro e combinaguai, ma tuttavia sempre allegro e
fiducioso, di Alex, sono tutti per me carichi di
significato”.
Per Anna Maria è giunto il momento di tornare in
Italia, da figli e nipoti. C’è la consapevolezza che
“il loro bisogno è altrettanto grande”.
Prima di congedarsi da Alex, Bruno e Pedro, li guarda
un’ultima volta, ad uno ad uno, mentre dormono, con i
loro occhietti chiusi. “Mi domando quale sarà il loro
destino, che cosa ne sarà di loro in futuro. Per tutto
questo non mi posso dare una risposta: sono però certa
che il loro destino è nelle mani di un Padre buono,
che li ama di un amore infinitamente più grande del
mio piccolo (seppur grande) amore di nonna”.
Elda è un’altra nonna. Di bambini, tra figli e nipoti,
ne ha visti e curati parecchi. Gli acciacchi della
vecchiaia non le permettono, come ad Anna Maria, di
viaggiare dall’altra parte del mondo per incontrare la
bambina. Alla sua Adijat, nigeriana, cerca comunque di
trasmettere - attraverso le sue lettere - tutto il suo
affetto. Parole semplici, come semplice e lieto è il
loro rapporto, esemplificativo dei tanti rapporti
semplici che nascono con l'adozione a distanza.
“Cara Adijat,
ti ringrazio di cuore per il bel disegno, per la
fotografia e per le notizie che mi hai spedito. Sono
veramente lieta di poterti aiutare, perché vedo che ti
piace andare a scuola e sei seria con il tuo lavoro;
questo è molto importante! Devi sempre cercare nella
tua vita di lavorare duramente, così che il meglio di
te stessa possa venire fuori. Ti faccio una grande in
bocca al lupo per il tuo esame di scuola elementare.
Guardando la tua fotografia posso vedere che sei
veramente una bella bambina! Io sono già una nonna,
con un po’ di problemi a causa dell’età. Ti chiedo di
pregare per me affinché possa vivere con pazienza la
mia condizione. Pregherò per te perché tu possa
crescere come una brava ragazza e perché la tua vita
possa essere felice e serena. Auguro ogni bene a te e
alla tua famiglia.
Nonna Elda”
Cecilia non ha mai incontrato il suo Monday, un
bambino nigeriano. A questo bambino e alla sua
famiglia non smette però mai di pensare. Così come di
ringraziare gli operatori sociali AVSI per il lavoro
che svolgono:
“Cari amici,
vi scrivo questa lettera non solo per spedire una
cartolina natalizia a Monday, ma anche per
ringraziarvi per ciò che state facendo per i bambini e
per noi.
Sì, voi state facendo qualcosa anche per noi! Infatti
è solo attraverso il vostro lavoro che i nostri
sacrifici possono essere utili per qualcosa di
veramente grande. Vi spedisco anche una foto mia e di
mia madre, affinché la diate, se possibile, a Monday.
Se possibile vorremmo anche che diceste a Monday che
noi lo amiamo e che preghiamo per lui e per la sua
famiglia.
Grazie di tutto e buon Natale a tutti voi!
Cecilia
Accanto
al bambino: la presenza discreta degli educatori
Non un lavoro burocratico, una sedia da scaldare e un
cartellino da timbrare al più presto. Lo si è capito
dalla lettera di Cecilia, dal modo in cui li
ringrazia.
Per gli operatori AVSI (e grazie a Dio non solo per
loro) il lavoro, in Italia o all’estero, è
innanzitutto una missione, un compito. Sì, anche se la
parola è altisonante, credo non si debba aver paura a
parlare di missione.
Quando si vive il lavoro come missione se ne scoprono
tanti aspetti piacevoli, si guarda con stupore a tanti
fatti ed incontri che avvengono quotidianamente.
Per chi segue l'adozione a distanza incontri di
questo tipo, con i bambini, le loro famiglie e le
famiglie italiane, non mancano. Al centro di tutto c’è
la persona, bambino o adulto che sia. Maria, sposata
da poco, in Libano con il marito, ha subito desiderato
presentarsi ai sostenitori dei suoi bambini. Ha voluto
testimoniare che dietro il lavoro oscuro di tutti i
giorni, di lettere e cartoline da tradurre, di pacchi
da consegnare, c’era un volto e una storia precisa.
Non voleva rimanere, come lei stessa scrive, “un nome
mai sentito”.
Cari sostenitori,
molti di voi hanno già avuto modo di “conoscermi”
attraverso comunicazioni di diverso tipo, per altri
invece sono un nome mai sentito.
Vi scrivo allora per presentarmi.
Sono Maria e da quasi sei mesi vivo in una cittadina a
mezz’ora circa da Beirut. Sono venuta qui per lavorare
con AVSI sul progetto che coinvolge tutti noi: l'adozione a distanza. Mi sono sposata appena prima di
partire e anche mio marito vive qui e lavora per AVSI.
Resteremo ancora per parecchio tempo e per questo
credo sia giusto presentarmi, farvi sapere che sono
qui e chi sono. Il mio lavoro consiste nel cercare di
agevolare il più possibile le comunicazioni tra voi e,
attraverso le organizzazioni locali, i bambini;
nell’essere sul posto per poter rispondere alle vostre
domande e seguire direttamente l’evoluzione dei
bambini aiutati dal programma AVSI. Con la mia
presenza un “pezzo” di AVSI è presente direttamente in
loco esclusivamente per seguire il progetto Sostegno a
Distanza. Mi sono laureata in filosofia lo scorso
dicembre, pertanto non avevo mai lavorato a tempo
pieno prima di venire qui e devo dire che mi sento
molto fortunata: ho scoperto un lavoro che mi
appassiona ed impegna, che mi sta facendo crescere
molto e che coinvolge molti aspetti della mia vita.
Sono felice di essere qui, non solo per il lavoro. I
libanesi sono ospitali (i bambini, ed anche i loro
genitori, mi chiedono quasi sempre di invitarvi a
venirli a trovare) ed è per me affascinante incontrare
tante religioni e culture diverse anche solo andando
al supermercato.
Sebbene io abbia pensato questa lettera solo per
presentarmi, non posso lasciarmi sfuggire l’occasione,
oltre che per ringraziarvi, per chiedervi una cosa.
Vorrei solo esortarvi a scrivere ai bambini che
sostenete, o anche solo a mandare una vostra
fotografia con due righe scritte dietro. Oltre che il
vostro aiuto economico, l’aiuto più grosso per questi
bambini è sapere che c’è chi pensa a loro da lontano,
sentirsi coccolati, sapere che ci sono facce e
famiglie precise dietro alla possibilità di pagare le
tasse scolastiche. Questa è infatti la richiesta che
tutti i bambini mi hanno fatto: chiedervi di scrivere
loro. Potrei anche descrivervi come brillano gli occhi
dei bambini che ricevono notizie, fotografie, che
insomma mi possono raccontare di voi e chiamarvi per
nome.
Vi ringrazio ancora e sono a vostra disposizione per
qualsiasi questione che riguardi l’impegno che vi
siete presi.
Maria
La testimonianza di Claudia dalla Romania
Claudia, volontaria in Romania, è rimasta stupita
dalla decisione di una coppia di sposi di sostenere le
adozioni a distanza. Anche lei ha preso carta e penna
per scrivere. Lo stupore deve essere comunicato.
“Carissimi,
innanzitutto auguri per il vostro matrimonio. Non ci
conosciamo. Io sono Claudia e lavoro in Romania nel
progetto in cui è inserita la casa Emilia.
Vi ringrazio perché il vostro gesto, oltre a
costituire un prezioso aiuto economico per la casa, è
stato per me la dimostrazione che sentire, commuoversi
e rispondere al bisogno del mondo può essere così
vissuto che cambia anche il modo di immaginare,
organizzare e festeggiare il momento più importante
della vita, che per voi è stato il giorno del vostro
matrimonio.
Il vostro gesto mi ha fatto comprendere che la forza
di chi sta lontano ed è a lavorare ‘sul campo’, sta
tutta nella grandezza e nella generosità di chi sta a
‘casa’. Quindi grazie, soprattutto per voi. Penso che
il regalo più grande per chi vi sta accanto siano
proprio le vostre persone. Prometto che vi scriverò al
più presto raccontandovi della casa.
Claudia”
Una lettera di Edomond dalla Romania
Ecco un’altra lettera - questa volta dall’Albania - di
un educatore che constata gli effetti positivi dell'adozione a distanza. Scrive, tra le altre cose, che
“prima che questi bambini ci incontrassero non
andavano a scuola, mancava loro l’educazione e non
socializzavano; oggi le cose sono cambiate”. La parola
‘cambiamento’ è quella che compare più spesso.
“Prima di tutto è un piacere ringraziare la
disponibilità di tutte le persone e le famiglie
italiane che con molta generosità hanno continuato a
sostenere i bambini bisognosi. Per la Missione
Cattolica che opera da dieci anni nel territorio di
Kucova la collaborazione con AVSI è considerata molto
utile. La Missione, operando in questa zona, conosce
quindi da vicino la realtà economica e sociale di
diverse categorie sociali. Anche per noi è chiaro,
notando le difficoltà che la nostra società sta
attraversando, che non possiamo rimanere insensibili
verso la parte più indifesa della società, e cioè i
bambini.
è naturale dunque aiutare i bambini abbandonati,
quelli orfani e di strada. Questi bambini non vengono
seguiti dai propri genitori e non possono soddisfare i
propri bisogni di base; anche per questo facilmente
cadono nelle mani di persone senza scrupoli.
Ma grazie a questo sostegno a distanza abbiamo visto
che i risultati possono promettere bene. Prima che
questi bambini ci incontrassero non andavano a scuola,
mancava loro l’educazione e non socializzavano. Oggi
le cose sono cambiate. Certo, i cambiamenti si fanno
pian piano, ma almeno qualcosa si muove.
All’inizio il progetto si è rivelato molto difficile,
visto che il primo intervento bisognava farlo in
famiglia e che proprio i genitori sono stati i primi a
non riuscire a capire perché ci trovavamo davanti a
loro per aiutare i loro figli in modo che la loro vita
cambiasse; allo stesso tempo ci scontravamo con una
mentalità ancorata a vecchie tradizioni e difficile da
scalfire. Partendo da questo punto si sono chiarite a
noi due fasi fondamentali del nostro intervento:
1.andare incontro al bisogno quotidiano della famiglia
attraverso aiuti economici ed alimentari
2.attenzione ai bambini facendo loro frequentare
regolarmente la scuola
Avendo in mente il principio sul quale si realizza
questo sostegno a distanza, siamo consapevoli che i
risultati non possono essere immediati, ma siamo
convinti che in questa tipologia di bambini (almeno
quelli a cui ci riferiamo noi), alcuni cambiamenti si
siano già notati; in questi ultimi cresce la fiducia
per una vita migliore e crescono delle belle amicizie
con i loro coetanei. Hanno trovato un posto dove si
sentono più felici, dove qualcuno si cura di loro,
dove possono giocare e comunicare i propri desideri
svelando i loro sogni per il futuro.
In questa realtà sono seguiti col progetto sostegno a
distanza trentadue bambini meravigliosi, che non
chiedono più di tanto se non di essere felici come gli
altri.
A loro basta anche un sorriso ed una carezza
affettuosa, e nonostante non siano cresciuti in una
atmosfera familiare normale, col nostro aiuto e con
quello di coloro che ci accompagnano in questa
avventura, ogni giorno vediamo dei cambiamenti
importanti in loro
Edmond, Kucova”.
La testimonianza di Silvia in Mozambico
Non è stato facile per Silvia seguire il marito in
Mozambico. Non è stato facile ambientarsi, scontrarsi
ogni giorno con una povertà che soffoca qualsiasi
parola. Ad un certo punto, inaspettata, è arrivata la
proposta di dare una mano al programma delle adozioni
a distanza. E, pian piano, Silvia ha iniziato ad amare
quello splendido paese africano e i suoi bambini.
“Quando sono arrivata
in Mozambico, non sapevo cosa fosse l’Africa e avevo
una gran paura, ma sono stata subito accolta da un
originale gruppo di amici, che mi hanno fatto sentire
subito a casa. Così, quando Domingos (responsabile del
progetto sostegno a distanza) mi ha chiesto di dargli
una mano a tradurre alcune schede da mandare in
Italia, ho detto subito di sì. All’inizio, quando
leggevo le storie di quei bambini, non potevo fare a
meno di piangere.
La maggior parte erano senza
genitori, vivevano in capanne, senz’acqua, luce e
spesso senza niente da mangiare, dato che nessuno
(nonni, zii e una quantità di cugini di ogni grado)
lavorava. Poi mi è venuto da pensare all’importanza di
quello che facevo: ogni lettera che scrivevo poteva
salvare una piccola vita, grazie all’adozione a
distanza; allora ogni minimo particolare era
importante, più attenzione e più amore ci mettevo, più
possibilità avevano quei bimbi di una vita migliore.
Da quel momento, ogni tasto del computer diventava una
preghiera.
Poi sono diventata curiosa: volevo vedere
quei bambini. Allora un giorno mi sono fatta portare
da Domingos a visitare uno dei progetti. Un gruppo di
amici, poveri di risorse, dava la vita per offrire a
dei ragazzini non solo un pezzo di pane e l’iscrizione
a scuola, ma soprattutto un’amicizia e un accompagna
mento che le famiglie non potevano dare.
Allora ho
pensato di offrire la mia disponibilità per cercare di
ottimizzare tempi e costi del loro lavoro; così me li
scarrozzo qua e là in macchina, all’ospedale, a
comprare le cose lontano, ecc.
Due episodi mi hanno
colpito. Il primo è stata la gita a Catembe: abbiamo
portato al mare trentacinque ragazzi di famiglie
poverissime dai 12 ai 15 anni; molti di loro non erano
mai usciti dal loro quartiere di baracche. Abbiamo
preso l’autobus tutti insieme fuori dalla chiesa e poi
il traghetto, tutti stipati fino alla spiaggia. Lì
abbiamo organizzato dei giochi e hanno fatto il bagno,
poi abbiamo mangiato insieme (io avevo fatto settanta
panini e una torta) e cantato. Mentre li guardavo, mi
assaliva la domanda: “Che ne sarà di loro?”. Prego il
Signore che li mantenga sempre così semplici e pieni
di entusiasmo nei confronti della difficile realtà che
sono chiamati a vivere. L’ altro episodio è la storia
di una bambina di 11 anni di una delle famiglie più
povere, gemella di altri tre fratellini (in Africa i
gemelli sono considerati una disgrazia), che si è
mangiata un ago. L’abbiamo portata all’ospedale (un
luogo dove non c’è neanche l’energia elettrica e
quando entri ti senti svenire dal puzzo), dove l’hanno
operata, aperta dal collo alla vita (poverina), ma
l’operazione è andata miracolosamente bene. Sono stata
con lei tutti i giorni a tenerle la manina. Quando è
tornata a casa, le abbiamo chiesto perché avesse
mangiato un ago e la sua risposta è stata: ero stanca
di vivere. Dentro di me pensavo: “
La capisco, in
quella casa senz’acqua né pavimento, senza mai un
abbraccio o un conforto”. Ma Rosalia, una ragazza che
lavora per AVSI, mozambicana, anche lei molto povera,
che vive in una casa col tetto di lamiera, orfana di
madre, con un padre invalido e i fratelli da
mantenere, ha detto alla bimba: “Devi essere forte,
devi studiare per poi trovare un lavoro e andare via
da questa casa, ma soprattutto devi fare come me,
trovare degli amici veri, così la vita non è più
difficile, devi stare con me”. Allora ho capito cos’è
il ‘sostegno a distanza’.”
La storia di Marcel, rifugiato congolese
Una grande devozione alla
Madonna e un affetto senza misura per i bambini. Nasce
così la bellissima iniziativa di Marcel, rifugiato
congolese in Uganda, e oggi responsabile dell’Arca dei
Bambini “Nostra Signora della pace”.
Marcel è nato trent’anni fa nell’ex Zaire. Le
tormentate vicissitudini del suo paese costrinsero nel
1973 il padre a cercare rifugio, insieme al figlio, in
Uganda. Passato poco tempo il padre fu forzatamente
rimandato in Zaire, lasciando Marcel senza alcuna cura
familiare. Grazie all’aiuto di alcuni amici e vicini,
Marcel riesce a trovare lavoro come autista
all’ospedale Nsambya di Kampala. Qui conosce i
volontari AVSI, ma possiamo dire che sono soprattutto
i volontari AVSI a venire a conoscenza della sua
toccante storia.
Nel suo lavoro, nonostante non fosse medico, Marcel
diventa amico di molti pazienti affetti da Aids. A
loro si affeziona e quando qualcuno muore decide di
prenderne con sé i figli. Nel 1988 Marcel abitava già
con sei bambini orfani.
Due anni più tardi, con la
morte di un altro amico, i bambini da accudire
raddoppiano. Per ognuno di loro prova un affetto
speciale, ma i mezzi per sostenerli iniziano a
scarseggiare. Marcel chiede aiuto e così AVSI
inserisce i “suoi” bambini nel programma delle
adozioni a distanza.
Oggi Marcel abita a Luwero, 64 km a nord di Kampala
(città tristemente famosa per i massacri compiuti
dalle bande del presidente Obote nei primi anni
Ottanta). Nella sua casa ci sono quarantasei bambini,
aiutati con l'adozione a distanza. Pensate un po’, un
papà con quarantasei figli! La maggior parte di loro
sono orfani a causa dell’Aids, mentre alcuni sono
bambini di strada, senza più alcun legame con le
famiglie d’origine. Tutti loro vanno ogni giorno a
scuola e durante le vacanze si prodigano in piccoli
lavori agricoli o nell’allevamento di polli e maiali,
cercando di raggranellare qualche soldino in più
necessario alla loro grande famiglia. è davvero una
bella storia, una storia che Marcel si augura non
debba mai terminare.
La testimonianza di Ketty dall'Uganda
Nord Uganda. Un conflitto dimenticato, con pochi
titoli sui giornali o “speciali” in televisione.
Troppo scomodo arrivare a Gulu e Kitgum. Niente
alberghi, niente ristoranti.
Nessuna importanza geopolitica. Eppure questa guerra
che si combatte da diciassette anni, tra l’esercito
del presidente Museveni e i ribelli - appoggiati dal
Sudan - del Lord Resistance Army, con le sue decine di
migliaia di morti e di profughi, meriterebbe qualche
riga in più.
C’è però una Kitgum che non si arrende alla morte, al
terrore e alla disperazione, ma cerca di vivere con
gioia e speranza. Ketty, 48 anni portati benissimo e
un luminoso sorriso che le attraversa il volto, ne è
l’esempio lampante.
Eppure Ketty non ha alle spalle un’esistenza agevole.
Il marito l’ha abbandonata ben presto e lei ha dovuto
crescere da sola i sei figli.
Da dodici anni, insieme ad un nutrito gruppo di
volontari, lavora per il Meeting Point, una
organizzazione non governativa locale impegnata su
diversi fronti. Compiono visite a domicilio ai malati
di Aids, portando loro cibo e medicine. Organizzano
corsi di informazione su diversi temi, dall’Aids alla
nutrizione. In collaborazione con AVSI aiutano con il
programma di adozioni a distanza oltre
trecentocinquanta bambini, nella maggioranza dei casi
orfani di genitori morti di Aids.
La giornata di Ketty non prevede soste. Con la sua
motocicletta, un vecchio modello di Yamaha color verde
militare, percorre ogni giorno diversi chilometri. Ne
ha fatti quasi 50 mila in poco più di un anno. Su e
giù per il distretto, fino ai villaggi più remoti, per
portare un attimo di conforto ai malati terminali. Non
l’ha mai fermata nemmeno il timore degli attacchi dei
ribelli, anche se mi confida che in questi ultimi
tempi ha dovuto limitare le sue uscite fuori città.
Ogni giorno arrivano al Meeting Point decine di
persone bisognose di aiuto. La situazione economica
dei distretti Acholi, d’altronde, va peggiorando di
giorno in giorno. Basta camminare per il vicino
mercato e scambiare quattro chiacchiere con i
proprietari delle bancarelle per capire che la gente
non ha soldi. La venditrice con cui parlo mi confessa
che in tutta la giornata non ha ancora venduto niente.
Eppure, le magliette e i pantaloni che espone (roba
usata proveniente dagli Stati Uniti via Mombasa) hanno
dei prezzi per noi occidentali irrisori: 3.000
scellini (1 Euro e 50 centesimi) e anche meno.
Gli ultimi dati della Banca Mondiale sono altrettanto
chiarificatori: due terzi degli Acholi vivono sotto la
soglia di povertà di un dollaro al giorno. Come sono
lontani Kampala e i progressi di una nazione che ha
conosciuto negli ultimi quindici anni una costante
crescita economica.
La folla di persone che entra al Meeting Point è lo
specchio di una miseria dilagante. Si incontrano
vecchie signore avvizzite in abiti tradizionali
consunti e giovani adolescenti, sieropositive, in
cerca di un disperato sostegno, cibo e medicine, per
la propria famiglia.
Ketty e i suoi volontari ascoltano con attenzione ogni
singolo caso, ma sanno che non gli è possibile far
fronte a tutte le richieste. Insieme a John, anche lui
come Ketty un ex insegnante, ci rechiamo in alcune
capanne non molto distanti da quello che è considerato
il centro cittadino. Dobbiamo divincolarci tra una
fila di bambini, spesso con in mano una pesante tanica
tracimante d’acqua, che mostrano nei nostri confronti
la stessa giocosa simpatia dei loro coetanei di tutto
il mondo.
Susan, 50 anni, è distesa inerme su un esile
materasso. Il volto e il corpo sono irrimediabilmente
scavati, segno di una malattia giunta ormai al suo
stadio terminale. Quando John entra nella sua casa
Susan riesce comunque a sollevare il capo. C’è in
questa donna una dignità composta, una speranza non
scalfita dal continuo dolore. Stringe forte tra le
mani il rosario regalatole da un volontario del
Meeting Point e dice di trovare in esso la sua unica
forza. John non si mette a intavolare grandi discorsi.
Poche parole, dette dal profondo del cuore, e il
desiderio discreto di fare compagnia a questa donna
morente e dimenticata. E per un istante, anche al
cospetto degli uomini la vita di Susan riacquista quel
valore immenso donatole da Dio.
Ellen e Julie al Meeting Point in Uganda
Ritroviamo la stessa gratitudine di Susan anche nei
tanti studenti appoggiati dal Meeting Point. Molti fra
loro ricevono l’aiuto della famiglia italiana da dieci
anni. Senza questa piccola ma decisiva cifra non
avrebbero mai potuto completare il ciclo
dell’istruzione primaria e iniziare le scuole
secondarie.
Alla Uganda Martyrs Primary School sono alcune decine
i bimbi che beneficiano del programma di sostegno a
distanza. I maschietti corrono allegri per il campo da
calcio, con le loro divise dalle camicie bianche e
calzoncini porpora. Le fanciulle invece si cimentano
in una partita di netball, un gioco molto simile al
basket e largamente diffuso nelle scuole di questi
distretti. Ellen e Julie frequentano il settimo anno e
stanno per preparare l’esame finale. Nonostante la
timidezza e un inglese non ancora perfettamente
padroneggiato, le due piccole allieve esprimono anche
con le parole tutta la contentezza per il sostegno che
ottengono. Andare scuola è il viatico per un futuro
migliore, ma è anche la certezza di un presente più
dignitoso, lontano dai massacranti lavori quotidiani
cui molte loro coetanee sono sottoposte.
Il Meeting Point non si limita a consegnare l’obolo.
Con questi piccoli c’è un rapporto umano intenso e per
loro si organizzano diverse attività, dalla messa in
scena di spettacoli teatrali sull’Aids alla
discussione pubblica di disegni. Sono momenti in cui i
ragazzi possono parlare liberamente dei loro drammi,
delle loro paure, del loro desiderio di pace e di una
vita felice. Dalle loro matite traspaiono tutte le
sofferenze (assassinii, rapimenti, capanne incendiate
dai ribelli, etc..) patite in questi anni a causa
della guerra. Samuel ha raffigurato un aereo
dell’esercito regolare di Kampala (ne conosce anche il
modello, un Mig 21!) che si abbassa in picchiata sul
campo da calcio di Kitgum, scatenando il panico nella
folla. è un episodio di pochi mesi fa, che nel
susseguente fuggi fuggi causò la morte di un bambino.
Un banale scherzo, per intimidire la gente. Per questi
ragazzi del Nord Uganda il pericolo non è solo il Lord
Resistance Army, ma anche un esercito governativo così
poco seriamente impegnato a difendere le popolazioni
locali.
Guardando a Ketty, Doris e agli altri volontari del
Meeting Point gli scolari dell’Uganda Martyrs
riscoprono il calore di un abbraccio più forte di
qualsiasi esercito e qualsiasi bomba. Anche Ketty
torna a casa piena di gioia. “Ho incontrato qualcosa
di bello che dà significato alla mia vita”. Questa è
la scritta che campeggia sulla sua maglietta del
Meeting Point. C’è da crederci che ha incontrato
qualcosa di bello. Dormirà lieta anche questa notte,
nonostante si accinga a portare i suoi figli sotto le
tettoie di una delle scuole del centro cittadino.
E oggi...
Non passa giorno che a
Cesena non arrivino richieste per nuovi sostegni a
distanza. Il tam tam, incessante e discreto, di amici,
parenti e conoscenti allarga a macchia d’olio il vasto
mondo dei sostenitori a distanza. Non supereroi, ma
gente comune, disposta a dare la possibilità di una
vita più dignitosa ad un bimbo tanto lontano.
Oggi mi ritrovo a lavorare in Serbia. Rivedo i volti
di alcuni bambini che da quasi due anni sono seguiti
con l'adozione a distanza. Sono tutti contenti quando
il signor Stefano (così lo chiamano) o Milica visitano
le loro famiglie e consegnano i pacchi regalo.
Sandra, una bellissima bambina di 5 anni, è riuscita a
sottoporsi ad un’operazione che doveva già subire nel
primo anno di vita. Con l'adozione a distanza sono
finalmente arrivati i soldi per l’intervento. Aveva
gravi problemi di dizione e non poteva mangiare
normalmente, a causa di una malattia chiamata “schisis
palati secondaria”.
Rivedo anche Nemanja. Nessuno gli toglierà il dolore
per la morte della madre. I suoi lineamenti così dolci
e il suo viso sormontato da biondi capelli non
nascondono la sofferenza. Ha visto suo padre
ammazzarla. Ma oggi Nemanja è un ragazzo socievole,
grazie anche al costante affetto dei suoi nonni. Gli
piace chiacchierare con gli amici e giocare a calcio
Ai suoi sostenitori scrive: “tanti saluti per la gente
che non conosco e che spero di incontrare un giorno.
Ringrazio anche del regalo che ho ricevuto. Spero che
un giorno veniate da noi. Tanta felicità e salute vi
augurano Nemanja e i nonni”.
Nena e la sua famiglia italiana hanno iniziato una
corrispondenza fittissima. è nato un rapporto
affettuoso ed intenso, fatto di una piena condivisione
di quanto sta accadendo nelle loro vite. In un loro
momento di difficoltà scrive Nena: “So che siete tanto
tristi per tutto quello che vi è accaduto e per questo
mi dispiace tanto. Dovete essere forti come lo era la
mia mamma quando hanno operato la mia sorellina. Vi
penserò e pregherò sempre per voi. Scrivetemi sempre.
Io vi voglio bene e vi mando i miei più sinceri auguri
perché stiate bene anche di salute. Saluti e baci per
tutti,
Nena”
Non è nella semplicità di queste righe la bellezza del
rapporto che può nascere con l'adozione a distanza?
Lo spazio a mia disposizione sta per finire. Ma l'adozione a distanza non finisce qui. Il mio impegno e
il nostro impegno deve proseguire. C’è da portare
avanti negli anni il sostegno iniziato. C’è da
proporlo ai nostri amici... La sfida è lanciata... La
accettiamo?
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