Adozione a distanza: un'amicizia dell'altro mondo!

  Presentazione   Aiutare e sostenere lo sviluppo    I bambini nel mondo
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  Storie dei bambini, delle loro famiglie, 
  dei sostenitori e dei volontari
Adozioni a distanza

Filippo Cavazza
27 anni, volontario AVSI in Serbia e Uganda

 

Sapevo che i miei amici avrebbero presto sondato il terreno per capire che regalo desideravo per la laurea. Già da qualche tempo mi era balenata per la testa l’idea di qualcosa di particolare. In fondo, di penne stilografiche e di cravatte avevo già la casa piena, né bramavo dalla voglia di ricevere altri ammennicoli.
Che cosa chiedere, allora? Semplice, un bambino. Un bambino da adottare a distanza con AVSI.
L’argomento della mia tesi di laurea, poi, aveva rafforzato questa convinzione. Per mesi mi ero occupato dei viaggi di Giovanni Paolo II in Africa, studiandone sia gli aspetti pastorali che socio-economici. E mai come in quel lungo periodo di ricerca - tra polverose biblioteche e siti Internet - ero stato stupito dal Papa, dal suo abbraccio commosso all’Africa e ai suoi bambini.
Con l’adozione a distanza volevo in qualche modo proseguire questo abbraccio, ridare con il mio piccolo (perché è davvero piccolo!) contributo la possibilità di una vita dignitosa ad un ragazzino di un continente così dimenticato. Non mi considero più buono o più caritatevole degli altri. Non è vero. Ho cercato semplicemente di seguire il richiamo della mia fede e del mio cuore a compiere un’opera concreta, come già tantissima altra gente aveva fatto. Joseph, il “mio” bambino ugandese, può oggi andare a scuola, così come la sorellina Dola. Li ho incontrati durante i miei mesi di lavoro in Uganda e alla visita ho portato anche un mio caro amico. Quando ha visto la sorellina, Dola, e ha saputo che non aveva i soldi per le tasse scolastiche, ha subito deciso di sostenerla. I grandi occhioni neri di Joseph e di Dola si sono sgranati di felicità nell’apprendere la notizia. Ogni giorno leggo con gioia di tantissime persone che si sono coinvolte con l'adozione a distanza. Famiglie, anziani, classi delle elementari e dei licei, consigli comunali. In totale sono oltre 27.000! Questo libro parla di loro, anzi, di voi. E senza di voi, senza la vostra carità, questo libro non sarebbe mai nato.
Nelle prossime pagine cercherò di raccontarvi alcune di queste storie. Purtroppo, per evidenti ragioni di spazio, solo di alcune, anche se ognuna di esse meriterebbe un suo spazio (se non addirittura una sua piccola pubblicazione). Scriverò di bambini, dal Brasile all’Uganda, la cui vita è stata cambiata da questo piccolo dono di 312 Euro all’anno. Si tratta di esistenze, in molti casi, cambiate anche dal semplice apprendere di avere qualcuno, dall’altro lato del mondo, disposto a prendersi cura di loro. Scriverò anche di famiglie italiane e volontari di AVSI nel mondo commossi dalla bellezza del rapporto umano venutosi a creare con il bambino. Perché la ricchezza dell'adozione a distanza si scopre proprio nell’umanità di questo legame.

I veri beneficiari: i bambini

Eccoli, sono loro, i bambini, i primi beneficiari dell'adozione a distanza. Li incontriamo con i loro volti illuminati di gioia, accalcati al cancello di una scuola africana per salutarci o pronti a correre in acqua per fare il primo bagno nel mar Nero rumeno. Hanno tutti una storia da raccontare, da gridare. Sì, perché i bambini non sono un’astratta categoria, ma sono facce precise, storie precise. è per ognuno di questi bambini, per la singolarità di ciascuno di questi volti che è iniziato il programma di sostegno a distanza.
 

La storia di Nico

Questa è la storia di un bambino rumeno e di suo padre. Di un bambino, Nico, che come molti suoi connazionali è sieropositivo. E di un padre che fa di tutto, nonostante la povertà dei mezzi a disposizione, per essergli accanto.
Nico è nato 14 anni fa ed ha altri due fratelli, Ionut e Alina. Della mamma non sa nulla. La donna ha abbandonato la famiglia da molti anni, lasciando i figli al padre. Dovendo far fronte a molte difficoltà nel provvedere ai bisogni dei piccoli, il padre è costretto ad affidare i due maschi ad un orfanotrofio di Bucarest. Questo non gli ha comunque impedito di recarsi regolarmente in visita ai ragazzi e di riportarseli a casa durante le feste.
Il papà abita attualmente con la figlia minore Alina, insieme con la nonna paterna. La casa è di proprietà della nonna e si trova in un distretto rurale nei dintorni di Bucarest. La casa è piccolissima, ha una sola stanza agibile, ma il papà sta cercando in tutti i modi di allargarla, per farci venire a vivere Nico e Ionut. Purtroppo è disoccupato e riesce a guadagnarsi da vivere solamente con alcuni lavori saltuari.
Durante il periodo trascorso all’orfanotrofio Nico è scoperto sieropositivo e trasferito all’istituto di Vidra, specializzato nella cura ai bambini affetti di Aids. è qui che i volontari di AVSI lo incontrano e lo inseriscono nel programma “sostegno a distanza”. Il padre non ha comunque cessato le visite, anche se questo ha comportato il doversi recare in due luoghi diversi, da una parte per Ionut e dall’altra per Nico. Solo per visitare Nico, tra andata e ritorno, percorre in bicicletta quasi 60 km.
AVSI ha sempre cercato di aiutare il padre e di favorire la possibilità che Nico trascorresse i momenti di festa e di vacanza dalla scuola a casa con la sua famiglia. Per questo anche Alina è stata inserita nel programma del “sostegno a distanza”. Il papà di Nico ha lottato strenuamente per riportare il piccolo e Ionut a casa. Le autorità hanno più volte respinto la richiesta. Nella casa non c’erano ancora le condizioni minime necessarie, in particolare per la mancanza di un adeguato spazio abitabile.
Gli operatori AVSI non sono rimasti a guardare. “La situazione di Nico ci è sembrata degna di essere sostenuta, poiché suo padre è uno fra i pochissimi genitori da noi incontrati ad avere conservato un interesse per i propri figli e a desiderarne il ritorno a casa.”. Hanno cercato delle donazioni e, trovatele, hanno avviato i lavori di ristrutturazione della casa. I lavori, iniziati con la sistemazione delle due camere da letto, sono proseguiti con la costruzione di un’anticamera. Si è poi aggiunta la costruzione e il montaggio di due stufe, necessarie per garantire il riscaldamento, l’acquisto del linoleum e della moquette (per supplire il fatto che i pavimenti non erano terminati) e l’arredamento della casa. Per questo ultimo ostacolo è giunta in aiuto la buona sorte, con la donazione improvvisa di una signora che doveva traslocare e che ha donato i suoi vecchi mobili. Ora è tutto pronto per accogliere Nico e Ionut. Il papà potrà finalmente deporre la bicicletta e abbracciare i suoi figli tutte le sere.

La storia di Ecaterina

Ecaterina rispecchia con il suo sorriso la dolcezza del suo nome. Lo si capisce anche dai suoi disegni.
Ha aspettato fiduciosa per mesi una lettera di risposta dalla sua famiglia italiana, mamma, papà e tre figliolette. Ci sperava. Alla fine la lettera è arrivata. Ora sa di avere degli amici, persone che le vogliono bene. “Io non sono arrabbiata di averla ricevuta tardi, ma sono contenta di avere degli amici, soprattutto perché ho pochi amici. La famiglia di mia zia non ha figli, così che ho un motivo in più di essere contenta per i miei nuovi amici che vorrei tanto conoscere meglio”.
La sua esistenza non è stata semplice. La mamma è morta quattro anni fa ed il padre non si è mai mostrato disponibile a prendersi cura della figlia. è vissuta con lui per un certo periodo, nel villaggio materno, insieme ad altri parenti della madre, fino a quando alcuni zii non l’hanno presa in affido.
Ecaterina vive ora con loro a Cluj, una delle più grandi città della Romania. All’inizio era un po’ spaventata, temeva il passaggio dalla campagna alla città. Ora, invece, è felicissima di abitare con zia Ana e zio Ioan (“loro sono stati molto buoni con me, è come se vivessi in una favola”). Si sente come la loro figlia naturale. Anche alla sua famiglia italiana si sta sempre più affezionando. Dopo la lettera aspetta di ricevere alcune fotografie. Vorrebbe vederli con i suoi occhi i volti che la aiutano, in particolare quelli delle bambine. Ecaterina raffigura queste amiche lontane con una rosa. Belle e pure di cuore. E per ogni bambina c’è un petalo speciale.

La storia di Ritah

Avevo accennato alla mia laurea, allo “strano” regalo ricevuto per l’occasione. La laurea, grazie a Dio, non è privilegio esclusivo di noi occidentali. Grazie all'adozione a distanza, ma grazie anche ai loro sacrifici e alla loro abnegazione, alcuni ragazzi sono riusciti a conseguire questo prestigioso obiettivo.
Ritah si gongola per il risultato, con il suo elegante tailleur e la sua feluca. Una laurea, in un paese africano, è traguardo riservato a pochissimi. E si tratta per lo più di uomini. Per le donne è l’eccezione dell’eccezione. Ritah ce l’ha fatta. Sa che per questo deve ringraziare Gabriella, la sua benefattrice.
“Apprezzo di tutto cuore l’aiuto che mi avete concesso per la mia educazione. è raro trovare persone come voi!”
Ritah ha conseguito la laurea in Economia (Business Administration and Management) all’Università Makerere di Kampala (Uganda). Nel suo libretto universitario troviamo un rendimento costante, con voti molto alti in Gestione delle Risorse Umane e Sistemi d’Informazione Gestionale. Senza la generosità della sua famiglia italiana Ritah non avrebbe saputo come trovare il denaro necessario per sostenere l’esame finale. “In quel momento - scrive la ragazza - voi siete stati dei messaggeri divini accorsi in mio aiuto”.
Dopo la laurea Ritah ha iniziato a lavorare. C’era bisogno di dare una mano al fratello e alla sorella più piccoli. C’era bisogno - come aggiunge nel suo scritto - “di fare qualcosa di utile per il mio paese”.

La storia di Solange e Claudine in Rwanda

Rimaniamo in Africa, nella regione dei Grandi Laghi, in uno stato - il Rwanda - che con l’Uganda confina. Vi sono molte affinità tra i due paesi, non fosse altro che anche in Uganda vi sono diverse persone appartenenti all’etnia tutsi.
Il Rwanda è una piccola nazione, poco più grande della Lombardia. Di questa terra, del suo verde (il Rwanda è anche chiamato il paese delle mille colline) non abbiamo saputo nulla fino al 1994. è il 6 aprile di quell’anno quando il presidente Habyarimana, di etnia hutu (etnia maggioritaria in Rwanda), muore in un incidente aereo insieme al presidente del Burundi. Bastano poche ore ed il paese precipita nel caos. Scene inenarrabili di violenza percorrono la capitale, Kigali, e le zone rurali. Nel giro di due mesi quasi un milione di persone muoiono massacrate, in quello che è ricordato come il più veloce genocidio della storia. Ad essere uccisi, a colpi di panga e machete, sono soprattutto tutsi e hutu moderati, quegli hutu che avevano cercato di resistere alla logica del sangue e della vendetta, rischiando in alcuni casi anche la vita per salvare i propri fratelli tutsi.
Dall’estate del 1994 AVSI è arrivata in Rwanda, impegnandosi soprattutto in progetti di recupero dei bambini traumatizzati dalla guerra. Centinaia di migliaia di bimbi sono diventati orfani, hanno visto le loro case incendiate e le loro scuole distrutte, sono stati costretti a vivere da profughi nei boschi e nelle foreste.
L’ adozione a distanza ha riportato il sorriso a tanti di loro. Anche ad alcune, come Claudine e Solange, che proprio bambine non sono più, ma che grazie all'adozione a distanza sono riuscite a diventare maestre e a ridare una piccola speranza a tanti orfani del genocidio. l'adozione a distanza ha reso in un colpo solo più felici ottanta bambini (Claudine e Solange ne hanno quaranta a testa nelle loro classi). La loro storia ci è raccontata dalla penna scorrevole di Marco, giornalista e operatore AVSI in Rwanda:
 

AVSI le incontra in un villaggio sperduto del Rwanda. Sono due ragazze che non hanno più i mezzi per andare a scuola; si trovano due famiglie italiane disposte a sostenerle, diventano amiche, finiscono gli studi, trovano un lavoro come insegnanti e oggi la loquace Solange ci dice - anche a nome della più riservata Claudine - che “il progetto dell'adozione a distanza ci ha levate da una vita miserabile. Se oggi abbiamo meno problemi di quanti ne avremmo potuti avere lo dobbiamo a due famiglie italiane che non abbiamo mai avuto l’occasione di conoscere” e delle quali - va detto - si sono dimenticate i nomi.

Solange e Claudine hanno rispettivamente 30 e 31 anni e quando AVSI le incontrò nel ’98 avevano smesso gli studi perché “a causa del genocidio avevamo perso tutto”. Quando le conoscemmo non erano più delle bambine, ma erano sicuramente due ragazze vulnerabili. Claudine abitava con la mamma, un fratello, una sorella e una nipote; Solange era già mamma di un bimbo e responsabile di due fratellini piccoli ai quali la guerra aveva tolto i genitori. La scuola da finire era diventata un sogno che rivelarono appena conobbero AVSI.
E da lì, da quell’incontro, “si riparte”: uniformi, materiali scolastici, tasse d’iscrizione e avanti: quarta, quinta e sesta per Claudine, solo gli ultimi due per Solange. La scuola finisce, l’importante pezzo di carta lo tengono stretto in mano e anche loro due capiscono il senso e l’importanza di non ritenere impossibile una cosa solo perché improbabile.
Per il resto è storia d’oggi: in un villaggio rwandese essere maestrine ha la sua importanza al di là dello stipendio che si ferma sui 40 euro al mese e alla qualità dell’insegnamento che, non per responsabilità loro, è quantomai scadente.

Le incontriamo con i loro quaranta alunni ciascuna: bimbi scalzi, bimbi poveri, classi nude, nessun libro di testo. Resta solo la speranza nella buona volontà delle maestre che tra le nozioni che conoscono e tanta arte nell’arrangiarsi devono insegnare francese, inglese, kinyarwanda, calcolo, scienza e tecnologia elementare, morale, religione, educazione civica e fisica.
La giornata finisce alle quattro del pomeriggio, qualche chilometro su e giù per colline e poi ecco le a casa: Solange continua a vivere ed essere la responsabile della stessa famiglia che incontrammo nel ’98, mentre in quella di Claudine si sono aggiunti cinque bambini di un fratello morto, la cui moglie è in prigione accusata di aver preso parte al genocidio. è ancora Solange che trova la frase giusta per chiudere questa rimpatriata: “AVSI prepara la vita per il futuro” e strappa un sorriso di consenso alla sempre timida Claudine.
 

La storia di Sunday Saviour


Sunday Saviour è oggi un brillante studente di scuola superiore a Lagos, in Nigeria, alla Seed Remedial School, ed è anche uno dei ragazzi più attivi nelle preparazione del giornale studentesco. Nessuno lo avrebbe detto fino a qualche anno fa. Il ragazzo non sapeva né leggere né scrivere in inglese.
Grazie all’inserimento in un classe speciale Sunday ha subito colmato le lacune, anche se sono rimasti molti problemi. Sunday, infatti, è molto povero, e il fratello maggiore non può pagargli l’istruzione. Per potersi mantenere gli studi era così costretto a lavori estenuanti. Concentrazione e rendimento ne risentivano.
Con l'adozione a distanza Sunday ha iniziato a frequentare la scuola con regolarità, compiendo passi da gigante in tutte le materie. Sunday è oggi un ragazzo con mille interessi e desideri, non solo legati al giornalismo. Nell’annuale vacanza organizzata dal campus al di fuori di Lagos è sempre tra i più partecipi e pieni di iniziative, così come è pieno di gratitudine per i suoi sostenitori italiani. A loro scrive spesso, senza risparmiare racconti su quanto gli sta accadendo a scuola e senza censurare i suoi ringraziamenti. “Vi ringrazio perché attraverso la vostra donazione avete reso per me la vita una cosa degna di essere vissuta. Spero possa giungere presto il giorno in cui incontrarci, in Nigeria o in Italia”.

La storia di Eduardo Ferreira Santos

Con le storie dei bambini delle adozioni a distanza si è cimentato anche un noto giornalista, Gianluigi Da Rold, in passato inviato del Corriere della Sera. Dal suo viaggio in Brasile abbiamo tratto la vicenda di Eduardinho. Anzi, “la rivincita di Eduardinho”, come Da Rold l’ha chiamata, la rivincita su una vita di polvere e di favelas.

Ha 26 anni, Josè Eduardo Ferreira Santos, ma ne dimostra meno. Sembra un liceale, un po’ secchione, magro e simpatico. Lo chiamano Dinho, gli italiani di AVSI e i ragazzini di Bahia, che frequentano il centro educativo nella favela.
La sua storia personale è inseparabile dall’intera vicenda del Centro Educativo e degli alagados.

Nel 1992, quando si pensò di spostare le famiglie dalle palafitte in case sulla costa, Eduardinho aveva poco più di 15 anni. La baia Ribeira Azul, quasi interamente occupata dalle palafitte, si poteva solo intuire o immaginare. Un’ipotetica urbanizzazione e industrializzazione dell’interno di Bahia si era trasformata in un tragico fallimento. Migliaia di famiglie avevano lasciato l’interno del Brasile, la campagna, e si erano diretti verso la grande baia di Todos os Santos, cercando lavoro e una casa. Le fabbriche fallirono e le case non furono mai costruite. è qui che iniziano a condividere dolore e disperazione, portare cibo e curare bambini e ammalati, i volontari di AVSI. Nel 1992 l’incontro di Dinho con don Giancarlo, durante una delle passeggiate che il ragazzino faceva per dimenticare i morsi della fame al centro di Bahia, fino al Pelorinho, fino alla casa dello scrittore Jorge Amado, alla piazza del ‘palo’ e delle ‘gabbie’, dove si mettevano gli schiavi ribelli venuti dall’Angola. Un ambiente degradato anche quello, con un’umanità disperata, ma dove c’erano anche le testimonianze dei primi missionari, le grandi chiese, le cattedrali del barocco portoghese. “Stavo guardando le vetrate di una chiesa, affascinato da quella bellezza. Mi si avvicinò un sacerdote, don Giancarlo, chiedendomi: cosa stai facendo? Gli ho spiegato quello che facevo, dove vivevo, come vivevo”.
La sua vita si rovescia. “Ho convissuto con la violenza e la morte. Dove vivevo io, dove vivo ancora, la vita non ha valore, non ha alcun senso. E come si può crescere se la vita non ha valore, non ha senso? Intuivo, mentre abitavo nel degrado degli alagados, che la vita si decide proprio quando si è ragazzi. E, paradossalmente, vedevo che i miei coetanei, quelli più intelligenti, più sensibili, più curiosi, si buttavano nello spaccio della droga, tra bande di delinquenti, oppure morivano di alcol e droga. Una breve vita consumata nella disperazione, nell’indifferenza generale. Eduardinho, invece, con il sostegno dell’adozione a distanza, con l’aiuto che arriva dall’Italia, si mantiene agli studi. Si laurea in pedagogia. E mentre Eduardinho cresce, studia e si laurea, gli organismi politici brasiliani e quelli internazionali, come la Banca Mondiale, si rendono conto delle potenzialità del progetto di recupero urbanistico degli alagados. Lentamente si dividono gli alagados in lotti di recupero, si cominciano a costruire case sulla costa. Eduardinho intanto lavora come educatore nel posto dove è cresciuto, nel Centro educativo donato da un benefattore italiano.
Adesso, mentre il piano di recupero degli alagados avanza, Eduardinho guarda i ragazzi più piccoli che giocano a pallone, che studiano, che mangiano regolarmente (tutti i giorni, anche loro).
 

Commosse da questo aiuto: le famiglie dei bambini
 

l'adozione a distanza non arricchisce umanamente solo i bambini. Sono tante le famiglie di questi bambini, le mamme e i papà, che hanno scoperto il calore di un aiuto che arriva da lontano. Molti di loro hanno ricominciato a volere bene ai propri figli coma mai -forse - avevano fatto prima.

La storia di Betty


La storia di Betty è tristemente uguale a quelle di tante altre donne africane ed ugandesi, costrette a convivere con la miseria e con il flagello dell’Aids.

Betty ha 40 anni ed è vedova, avendo perso suo marito tre anni or sono proprio a causa di questo terribile male. Attualmente vive con i suoi sei bambini in uno slum non molto distante dal centro di Kampala. Un anno dopo la morte del marito anche lei è risultata HIV positiva. Le cure a cui è sottoposta alla Nsambya Home Care Clinic attenuano solo in parte gli effetti dirompenti della malattia. Spesso è costretta a rinunciare a lavorare, a causa di febbri molto alte e di una sensazione generale di debolezza.
Nella sua baraccopoli vive in una modestissima capanna di una stanza sola, per la quale spende 30.000 scellini (circa 17 Euro) di affitto al mese. è una cifra troppo grossa per lei, che campa vendendo frutta e verdura ai lati della strada. Ci sono sei bambini da sfamare e cinque di questi da mandare a scuola. Le adozioni a distanza di AVSI e l’assistenza degli operatori del Cowa le hanno alleggerito un insostenibile fardello. Betty è oggi una madre più felice e serena, anche se sa che l’Aids potrebbe presto allontanarla dai suoi figli. Silvia, Nicholas, Bruno, Morris e Ronald possono frequentare regolarmente la scuola. Non solo. A casa hanno finalmente dei materassi e delle lenzuola, dei vestiti e quel cibo indispensabile a poter condurre un’esistenza normale.

 

Una lettera della madre di Moris

In un mondo pieno di pregiudizi capita anche che si guardi con insofferenza chi adotta a distanza un bimbo albanese. Può anche capitare che lo stesso sostenitore si trovi in una situazione imbarazzante, quasi a doversi giustificare con vicini e conoscenti per l’aiuto che sta compiendo. Forse per qualcuno gli albanesi, presunto popolo di piccoli e grandi delinquenti, mafiosi e sfruttatori della prostituzione, non meriterebbero un simile aiuto.

Ma i bambini albanesi non sono dei futuri criminali. Sono bambini come tutti gli altri. Con un cuore grande e dei grandi desideri. E anche le loro famiglie, le loro mamme e i loro papà, sono persone con lo stesso grande cuore. è gente che ringrazia per l’aiuto dato ai proprio figli. Leggete cosa scrive dal villaggio di Bathore la madre di Morris.

“Io, Doda, la madre di Morris, il quale aiutaste come se fosse un vostro figlio, vi volevo ringraziare perché adesso non si sente più come un orfano che sta crescendo tra tante difficoltà.
C’è tanta buona volontà in lui per ringraziarvi per la gratitudine che avete dimostrato e dimostrate per Morris, perché grazie al vostro sostegno stanno crescendo anche gli altri figli. Morris sta crescendo bene, con tanta cultura e con una mente sensibile per capire le sofferenze e le origini di quest’ultima, come per la morte di suo padre.Frequenta regolarmente l’asilo ed è un bambino ottimista e con tanta volontà. Appena torna dall’asilo lui racconta le cose che fa e che impara.

Io come madre di cinque figli orfani vi sono molto grata e vi assicuro che vi terremo sempre nel nostro cuore e molto presto sarà Morris che vi scriverà su ogni cosa che si sente per la sua vita e il suo futuro. Esprimo la mia grande fiducia che sarà Dio che vi ripagherà per questo aiuto. Con tanto rispetto e affetto, Doda”

 

Una lettera dalla Russia alla Sicilia

Restiamo nell’Europa Orientale, ma questa volta compiamo un balzo di alcune migliaia di chilometri, verso le steppe dell’ex Unione Sovietica, a Novosibirsk, cuore della Siberia. Sono terre caldissime d’estate e gelide durante il lunghissimo -interminabile- inverno.
Un sostegno a distanza, l’aiuto di una famiglia italiana (siciliana), può riscaldare il cuore di una famiglia russa. Anche se le temperature scendono (di giorno!!!) a –33 gradi. Sarà il vento caldo dell’Etna. Di questa famiglia siciliana non gli basta sapere l’esistenza. Vogliono scriverle e vogliono individuare sulla mappa questa lontana isola.

“Buongiorno Elisabetta, Nicola, Antonio e Verdiana!
Vi scrivono gli amici della Russia. Nella nostra famiglia ci sono la mamma Irina, il papà Anatolij e due figli, Volodia (4 anni) e Igor (5 mesi).
La vostra lettera è stata per noi una cosa improvvisa, e molto piacevole. Grazie mille per le parole calde, per la foto e il disegno.
Anche noi siamo molto felici che abbiamo degli amici in un paese come l’Italia, così lontana! Noi con Volodia abbiamo trovato la Sicilia sulla cartina e lui era molto triste che siete così lontani e ha detto: ‘Sarebbe meglio se abitassero più vicino!’
Da noi c’è già l’inverno, c’è molta neve, e fa freddissimo. Di giorno si arriva già a –33 gradi! Volodia ama molto l’inverno, perché può essere tirato sulla slitta, può fare dei pupazzi di neve e correre sul ghiaccio.
Adesso all’asilo prepariamo per la festa del capodanno una favola e noi mamme cuciamo dei costumi, decoriamo l’albero di capodanno e compriamo dei regalini per i bambini. Volodia vi manda la sua foto e il disegno. Vi auguriamo cose buone e belle, un bacione da noi tutti! Aspettiamo un’altra vostra lettera.
Con affetto”.

 

La storia di Thiago e la mamma Jualiana di Rio de Janeiro

Ci sono alcuni casi in cui si stringe il cuore all’operatore sociale nel vedere la famiglia in cui un bambino vive. E nel pensare che, se non è ben seguito, l’aiuto dell'adozione a distanza potrebbe essere usato per scopi che con la crescita del bambino hanno poco a che vedere. Ma il miracolo di un cambiamento può accadere. Una madre, colpita dall’affetto che c’è verso il proprio piccolo, può tornare a guardare all’aiuto dell'adozione a distanza come a qualcosa di inequivocabilmente indirizzato al proprio bambino.
La storia che ci racconta Paola arriva da Rio de Janeiro. Ne sono protagonisti il piccolo, Thiago, e la mamma, Juliana. “Da quando la conosciamo Juliana usa droga ed è sempre senza un lavoro. Qualche mese fa ha avuto un’altra bambina, ma non ha un rapporto stabile con nessuno dei padri dei suoi figli. Thiago veniva all’asilo sempre disordinato, e soprattutto aveva una denutrizione abbastanza grave che siamo riusciti a recuperare”.
Con la nascita della bambina, Paola e un’altra assistente sociale, Rosane, si recano a trovare Juliana per chiederle se c’era qualche necessità che potevano soddisfare attraverso l'adozione a distanza.
“Juliana ci ha subito detto che aveva bisogno di un letto a castello perché tutti dormivano per terra con piccoli e finissimi materassi su un pavimento di cemento”. Dopo una settimana la madre si reca da Paola con i preventivi per l’acquisto del letto e dei nuovi materassi. “Io ero sola e certo non avrei potuto andare con lei a comprare il letto. Abbiamo fatto insieme i conti e poi le ho dato i soldi in mano, insieme ai dati per la nota fiscale. Sapevo che era molto rischioso darle quei soldi, ma ho voluto correre il rischio. Ho voluto scommettere sul rapporto con lei!”.
Per un mese Juliana sparisce. Paola inizia a pensare che quei soldi siano finiti in un acquisto ben diverso dal letto. Le amiche del Centro la rimproverano. “Hai fatto male a darle quel denaro”. I cambiamenti non sono impossibili. Accadono, eccome se accadono, specie quando una persona si sente voluta bene nonostante gli errori commessi nella vita.
“Un giorno Juliana mi si presenta davanti, tutta dimessa, chiedendo scusa. Io le dico subito, con tono arrabbiato, che non mi interessava sapere che cosa avesse fatto dei soldi. Ma lei mi rispose subito, dicendomi che il letto era arrivato solo il giorno prima e che aveva perso i dati per la nota fiscale. Mi disse che il letto era bellissimo e che Thiago non usciva più di casa, tanto era comodo quel nuovo ‘aggeggio’. Mi disse anche che con gli 8 reais di resto (meno di 3 euro) si era permessa di comprare dei pannolini per la bambina. E mi fa vedere gli scontrini”. Paola è commossa. Non pensava che Juliana avrebbe potuto cambiare. “Mi ha proprio sorpreso il suo cambiamento”. La scommessa su quel rapporto è stata vinta. Oggi riesce solo a pensare a quanto sia felice Thiago accoccolato nel suo letto.
 

Jardim Felicidade in Brasile e la storia di Elaime

Sempre dal Brasile, da Belo Horizonte, ecco la storia di un’altra mamma, una ragazza di favela, aiutata dal “Centro Educativo Jardim Felicidade”.
“Jardim Felicidade” è un’oasi di serenità in mezzo alla favela. Se guardi fuori dalle grandi finestre vedi una distesa di catapecchie tutte rigorosamente munite di antenna televisiva, qualcuna anche di antenna parabolica. Perché in favela, dove povertà e violenza la fanno da padrone, la TV è il solo mezzo per uscire, per sognare un mondo diverso, possibilmente un mondo da telenovela. Ma dentro le mura il mondo è già diverso. Al Jardim Felicidade, in un ambiente accogliente, dotato di tutte le necessarie strutture, bambini di tutte le età, dai pochi mesi sino ai 13/14 anni, hanno la possibilità di mangiare e di giocare, di lavarsi e di studiare, di essere accolti e curati, di imparare a crescere secondo un processo di sviluppo umano che parte dal valore della persona. Qui le mamme di favela, spesso giovanissime provenienti da storie difficili e violente, trovano accoglienza indipendentemente dalla loro storia e vengono aiutate a crescere i figli. Qui giovani in cerca di un lavoro imparano un mestiere, attraverso corsi professionali.
Jardim Felicidade è uno dei molti centri di accoglienza diurni per l’infanzia che AVSI ha realizzato nelle favelas delle grandi città brasiliane, per dare ai bambini l’assistenza necessaria per il loro corpo e per lo sviluppo armonico delle loro potenzialità intellettive. Queste azioni sono rese possibili anche grazie all’adozione a distanza, che si configura come un vero e proprio progetto educativo e non come la semplice distribuzione di denaro o di beni materiali.


Elaime, una ragazza di favela di 25 anni, quattro figli di 8, 7, 3 anni e l’ultimo di pochi mesi, ha trovato qui al Centro non solo il sostegno per i suoi figli, ma anche la propria personale realizzazione. Elaime lavora qui al Centro da un anno e mezzo e fa le pulizie. Ha un viso sorridente e aperto e parla volentieri. Già anni fa aveva chiesto l’ammissione al centro per il proprio figlio maggiore, che oggi ha 8 anni, ma allora non c’era posto. Oggi tutti e quattro frequentano il centro.
“Ho sempre pregato molto, dice, ma prima di lavorare qui era come se Dio non ci fosse”. Suo marito non trovava lavoro e lei, per aiutare la famiglia senza lasciare i piccoli per strada, puliva l’aglio a casa. Qui l’aglio, di cui si fa ampio uso in cucina, viene venduto come una sorta di poltiglia condita con l’olio, per cui ogni spicchio deve essere sbucciato e poi ammollato prima di essere lavorato. Pochi centesimi di reais (poche centinaia di vecchie lire) per ogni chilo.
Ma poi improvvisamente le è stato chiesto se voleva lavorare al Centro e da allora “è come se Dio avesse aperto gli occhi”. Anche suo marito ha trovato un lavoro fisso. E poi l’aiuta in tutto e “non la picchia” (qui la cosa è eccezionale). Oggi fanno progetti per migliorare la loro casa. Stanno pensando di aggiungere una stanzetta per i figli, visto che oggi ne hanno una sola per tutta la famiglia. Qualche mese fa il figlio maggiore ha accusato un problema agli occhi ed allora è stato messo in lista per la visita oculistica. Le è stato chiesto di accompagnarlo insieme ad altri tre bambini del Centro. E lei si è dimostrata così attenta e responsabile da stupire lo stesso medico. Oggi è lei che accompagna i bambini del Centro dall’oculista quando occorre, e questo la rende molto felice perché dice “è molto importante fare una cosa a favore di tutti, partecipare a un’opera comune”. L’ adozione a distanza la riempie di stupore e di riconoscenza: il fatto che qualcuno dall’altra parte del mondo pensi ai suoi figli senza conoscerli e senza pretesa alcuna le insegna ad essere aperta ai bisogni degli altri e a perdere il senso di possesso nei confronti dei suoi bambini. Alla sostenitrice che ha in adozione Raffaella, la sua piccola di 7 anni, scrive dicendo “la nostra bambina”. è il suo modo semplice e diretto di mostrare gratitudine verso questa donna che da lontano ha a cuore come lei il destino di sua figlia.


Lontani di casa, vicini con il cuore: i sostenitori a distanza

Sono tanti, tantissimi, oltre 27.000. Arrivano da tutte le regioni italiane, dalla Lombardia come dalla Sicilia, da grandi centri urbani a piccoli paesi di montagna. Sono famiglie, con figli o senza figli, single, nonne con i loro nipoti. Ma sono anche compagni di classe, gruppi di amici, di consiglieri circoscrizionali e comunali. Ce ne sono di tutte le classi sociali, dall’impiegato al dirigente. C’è anche l’operaio che fa fatica ad arrivare alla fine del mese, ma che non rinuncia alla sua quota di 312 Euro. Ci sono persino i detenuti di alcune carceri. Insomma, il panorama di coloro che in questi anni hanno sottoscritto un’adozione a distanza è estremamente e incredibilmente variegato. Non ci sono stereotipi.
La carità è davvero affare di tutti.
Ci sono sostegni a distanza che nessuna disavventura, nemmeno l’evento più tragico, può fermare. Il destino - lo leggerete nella sua lettera - è parso accanirsi contro questa donna. Nell’ultimo decennio la sua vita è stata costellata da una serie ininterrotta di lutti e sofferenze. Ella, tuttavia, non ha voluto rinunciare a questo gesto di bene verso chi riteneva più sfortunato di lei. Il suo è un inno alla positività della vita.

“Mi chiamo E.,Ho 50 anni, sono vedova da quasi quattro anni. Ho un figlio adorabile, di 24 anni. La mia vita, fino a un certo punto, è stata bellissima, circondata da veri affetti, ma sempre in salita, lottando quotidianamente per la sopravvivenza, onestamente, con sani principi, dedicandomi alla famiglia e ai miei amici, condividendo gioie e dolori.
Poi l’AIDS ha stroncato la vita di mio fratello, un tumore quella di mio marito, una malattia cardiaca quella di mia madre, il morbo di Alzheimer quella di mio padre, il dolore la vita del mio fratello più piccolo, portandolo in carcere da circa un anno. Tutte queste vicende sono accadute dal 1992 fino ad oggi. Finita una ne cominciava un’altra… Praticamente i miei ultimi dieci anni li ho passati lottando contro il male.
Eppure l’amore che ho provato e ricevuto mi ha dato la forza per continuare a vedere l’esperienza della vita, una cosa meravigliosa, che va vissuta fino in fondo. Sentendo lamentele ingiustificate di alcune persone, mi chiedo perché non abbiano il coraggio di guardarsi intorno. Potrebbero rendersi conto di quanto sono fortunati. Io so di esserlo stata, anche se per un periodo. è per questo che voglio aderire alla vostra iniziativa dell'adozione a distanza, che condivido, e ringrazio tutti quelli che lavorano perché funzioni. Con le mie modeste possibilità vorrei poter contribuire a regalare un sorriso in più”.


Gol! Lascio a voi pensare se sia stato dopo un veloce contropiede o al termine di un’azione corale, conclusa dal centravanti con una spettacolare rovesciata. La verità è che grazie ad una squadra di calcio femminile - il pallone non è solo sport per maschi! - due bambine possono oggi andare a scuola.
 

La testimonianza di Ilaria, una sostenitrice dell'AVSI

La storia è semplice, come è semplice per queste ragazze correre dietro ad una palla da insaccare in rete.

“Cari amici di Avsi,
mi chiamo Ilaria e sono una ragazza di 18 anni. Scrivo per raccontarvi brevemente la piccola storia che sta dietro alle nostre due adozioni a distanza. Faccio parte di una squadra di calcio femminile; siamo una trentina di ragazze, dai 14 ai 30 anni, e quest’anno abbiamo deciso di rendere un po’ più significativa la nostra tradizionale cena di Natale.
Sotto suggerimento di un nostro dirigente abbiamo scelto di non fare la classica cena in pizzeria, ma di arrangiarci per conto nostro, grazie all’aiuto di alcune mamme volenterose, e di usare i soldi che sarebbero stati spesi in pizzeria per aiutare qualcuno meno fortunato di noi. Conoscendo bene le iniziative di AVSI ho pensato di proporre un’adozione a distanza; quando ho spiegato alle altre ragazze di cosa si trattava loro hanno accettato volentieri. Inaspettatamente il presidente della nostra squadra, che era presente in quel momento, colpito dall’idea che avevamo avuto, ha deciso lì per lì di sostenerne anche lui una personalmente, inviandoci nel giro di pochi giorni l’assegno per un intero anno. Colpita dalla semplicità con cui tutto questo è successo ho desiderato raccontarvelo, anche per spiegarvi il motivo della nostra richiesta di adottare, se è possibile, una ragazza: per poterla considerare una nuova giocatrice, una di noi.
Grazie!”


Avreste mai pensato che una giovane coppia avrebbe voluto incontrare durante il viaggio di nozze il bambino sostenuto a distanza? Gabriele e la moglie (la storia è raccontata in uno degli ultimi numeri di Buone Notizie*) si sono spinti fino in Messico. Ma non sono stati i soli. Anche altre coppie, fresche di matrimonio o in procinto di farlo, hanno avuto lo stesso desiderio.
Davide e Naila sono volati in Argentina, terra di pianure sconfinate, di gauchos e di ghiacciai nella Terra del Fuoco. Da un paio d’anni la nazione attraversa una crisi economica e sociale molto profonda. La ricchezza del passato appare un lontano ricordo. Ancora oggi, seppure non con la frequenza dell’autunno 2001, dominano lo scontento popolare e le manifestazioni di piazza. Difficile fare previsioni sulla ripresa dell’Argentina, delicatissimo il compito del nuovo presidente Kirchner.
In questo contesto la povertà urbana e rurale è dilagata. Migliaia di famiglie, prima autosufficienti, se non addirittura benestanti, si ritrovano a convivere con questa ondata di miseria. Sono i bambini i primi a soffrirne.
 

La storia di Macarena in Argentina

Per molti di loro le adozioni a distanza sono arrivate al momento opportuno. Macarena è una di queste bambine che ne beneficiano, grazie proprio al sostegno di Davide e Naila. La bimba va a scuola nel popoloso e desolato barrio di Gonzales Catan, periferia di Buenos Aires. Utilizza le strutture della Obra di Padre Mario Pantaleo, una grandiosa opera nata dalla misericordia di questo minuto sacerdote italiano. Ci sono scuole elementari e superiori, corsi professionali, attività per anziani e portatori di handicap. Insomma, tante iniziative per cercare di rendere maggiormente dignitosa la non facile esistenza di queste persone. Di quest’opera Davide e Naila ammirano “l’aria di pace e sicurezza che Padre Mario ha saputo creare” e conoscono Perla, la direttrice, “una persona che ammalia e incanta con la sua personalità spiccata e la sua simpatia, con i suoi pensieri e con i suoi fatti, con la sua familiarità e con il suo impegno quotidiano”.
La coppia inizia ad accorgersi che con il proprio contributo Macarena è contenta, può crescere e studiare in un ambiente umano.
Arriva poi la visita alla piccola, nella sua casa, dove abita con i genitori e altre tre sorelle. La più grande, grazie all’Obra ha completato gli studi superiori e si è potuta iscrivere all’Università.
“Macarena nei primi momenti è giustamente intimorita e intimidita. Chi siamo, in fondo, noi venuti dall’Italia? Non vogliamo essere né Babbo Natale, né i Re Magi, sebbene abbiamo da darle alcune cose utili per la scuola, altre anche per giocare!!!”.
La giornata prosegue. Davide si esercita nel suo castellano con il padre, mentre Naila è intenta a giocare con Macarena. Giunta l’ora di pranzo decidono tutti insieme di mangia re delle ottime empanadas di carne, patatine fritte a volontà e flan con dulce de leche (una delizia straordinaria, racconta Davide), il tutto innaffiato da bevande varie e dall’aroma inconfondibile della birra Quilmes.
La coppia, prima di congedarsi, scatta alcune fotografie. Vuole conservare in modo indelebile il ricordo della giornata. Conclude Davide il suo racconto: “ Ovviamente non manchiamo di filmare questi momenti, sebbene non vogliamo esagerare. Non abbiamo di fronte degli extraterrestri, ma delle persone uguali in tutto e per tutto a noi. Gli auguriamo di tutto cuore che il futuro significhi riscatto e opportunità di vivere con dignità al pari di chiunque altro essere vivente. E se questo è possibile realizzarlo grazie all’Obra ed agli esempi di impegno concreto di persone straordinarie come Perla, Antonella, Soledad e di tante altre come loro, allora gridiamo, sino a farci sentire da un emisfero all’altro, VIVA LA SOLIDARIETA’, VIVA LA PACE, VIVA PADRE PANTALEO”.

Da alcuni anni, come abbiamo letto nella storia di Eduardinho, AVSI è impegnata in un vastissimo progetto di urbanizzazione della grande favela di Novos Alagados a Salvador de Bahia. Il progetto ha riscosso molti apprezzamenti, in particolare dalla Banca Mondiale, che lo ha cospicuamente finanziato e ne ha riconosciuto lo straordinario valore aggiunto dal punto di vista umano. I favelados, infatti, non sono rimasti a guardare gli aiuti che sono arrivati, ma hanno lavorato a stretto contatto con gli operatori di AVSI per rendere vivibile la loro area.
 

La storia di Jamerson in Brasile


E' qui che è ambientata la storia di Jamerson e di Graziella. Jamerson è un bambino di 10 anni. Da due anni, proprio vicino a casa sua, AVSI ha realizzato, con l’aiuto della Fondazione Umano Progresso, il Centro João Paulo II, dove bambini e ragazzi vengono accolti e aiutati a crescere. Qui Jamerson passa, insieme al fratello di 12 anni, la sua giornata, nelle ore in cui non frequenta la scuola. Studio, attività ricreative, gioco del pallone e soprattutto un pasto completo. Da alcuni anni Jamerson è sostenuto con l’adozione a distanza da Graziella.
Nessuno dei due ha dimenticato la bellezza di quell’incontro.
Vestito di tutto punto con pantaloni lunghi e perfino le scarpe (le uniche che ha, un paio di stivali di gomma) aspetta seduto su un piccolo divano nell’unica stanza della sua casa La mamma, prima di andare al lavoro (fa le pulizie in città), l’ha riordinata con cura. L’ aria è calda e umida, fuori ci sono 35 gradi, ma lui non si muove per paura di sciupare l’abito buono. Gli occhi bellissimi dicono di un’attesa, non senza qualche timore.

Ma anche Graziella è impaziente e timorosa. Si è decisa a questo viaggio, lasciando a casa marito e due figli e prendendo una settimana di ferie dal lavoro, per questo incontro. Si è preparata mentalmente cento volte sulle cose da dire. Nei preparativi a casa ha coinvolto tutti i suoi bambini, che hanno più o meno l’età di Jamerson, l’hanno aiutata a scegliere lo zainetto da regalare, le varie magliette e i pantaloncini, i pastelli colorati e i quaderni. I colleghi prima di partire hanno fatto una colletta per sostenere i progetti di AVSI a Salvador Bahia. Ma adesso il momento è tutto suo.
Dal Centro l’hanno seguita tutti: la responsabile delle adozioni a distanza, gli insegnanti, gli educatori e anche alcuni ragazzi. Una piccola processione si inoltra in un viottolo affiancato da un rigagnolo maleodorante, lungo il quale sorgono baracche su palafitte.

L’abbraccio di Graziella a Jamerson è lungo e silenzioso. C’è un’aria di commozione generale ed è come se ognuno volesse dire qualcosa ma non sa da dove cominciare. Poi Graziella comincia a parlargli dei suoi bambini che da casa salutano questo fratellino a distanza, ad aprire i regali, a chiedergli della scuola e di cosa fa. Un po’ stordito Jamerson si rannicchia nelle sue braccia e non sapendo cosa dire inizia un canto. è una piccola canzone che ha imparato al Centro ed è quella che gli piace di più. è il suo modo semplice di dire grazie per la cosa grande che gli sta succedendo. Poi l’aria si sdrammatizza e tutti parlano e ridono. Insieme si ritorna al Centro e Jamerson si toglie gli stivaletti per cominciare a piedi nudi una partita di pallone con gli altri ragazzi.

A tutti resta la memoria di un’esperienza unica. “Questo è stato il momento più importante della mia vita, dopo la nascita dei miei figli”, dirà Graziella ai responsabili del Centro che a loro volta lo hanno vissuto “come il momento che ha dato significato al nostro lavoro e che ha coronato il nostro impegno. Non lavoriamo solo per aiutare dei bambini, ma per costruire dei rapporti”. E qui ha preso concretezza un rapporto di amicizia che può cambiare la vita delle persone.


“Signore, ascoltami.
Se sta scritto
che le dita dei giorni
strapperanno tutto l’azzurro
al mio giovane cielo
e che dovrò rovinare
per ventiquattro anni
lungo scarpate di cella
fa’ che sulle mie fredde labbra
io abbia caldi accenti di perdono
per il sangue e il sole perduto
sul sentiero triste
dell’infanzia di guerra”

 

Da “Il testamento di un ergastolano”

Una cella larga pochi metri, circondata da pareti spesse, caldissime d’estate e gelide d’inverno. Una grata d’acciaio, unico spiraglio verso il mondo circostante. Questo è il carcere, con i suoi orari, i suoi turni, le sue abitudini, luogo in cui molto spesso l’umano - invece di essere rieducato - sprofonda nella più cupa mestizia.
Ci sono però inferriate che non hanno soffocato il cuore dei carcerati. La storia che vi raccontiamo arriva proprio dalle mura di una prigione, porte spalancate verso i grandi bisogni della terra, dei bambini del terzo mondo.
M., V. e A. si conoscono in carcere. Lì incontrano anche F., G. e L. Hanno diversi anni da scontare per i loro crimini. Sono dentro per furti e rapine, errori compiuti quando erano per lo più giovani sbandati. Nessuno vuole giustificarli. Nemmeno loro lo fanno.
In carcere torna la voglia di studiare, di rifarsi una vita. Si iscrivono tutti al diploma di ragioneria in un Istituto Tecnico del luogo. Nascono anche dei bellissimi rapporti con i docenti della scuola, in particolare con uno di loro.
Quando, attraverso la campagna Tende*, si imbattono in AVSI e vengono a conoscenza del programma di adozioni a distanza, i sei detenuti decidono che vale la pena di fare qualcosa. C’è bisogno del loro aiuto. Il detenuto - pensano - non è e non deve essere semplice oggetto di iniziative di solidarietà. Il detenuto, in quanto uomo, deve essere motore di solidarietà!
“Un gesto di umanità - sottolineano i loro insegnanti - particolarmente significativo, anche perché realizzato, in qualità di soggetti attivi, da persone normalmente ritenute, semmai, beneficiarie di azioni di solidarietà”.
Ecco cosa scrive un altro carcerato, M., detenuto con una condanna che terminerà nel 2005: “Nonostante la mia prigionia mi sento in dovere verso chi è stato e rimane molto più sfortunato di me”. I due gruppi di detenuti sponsorizzano così due bambini, uno in Kenya, a Nairobi (dove frequenta una scuola professionale) e uno in Sudamerica. Il bambino di M. è in Libano. Sono come dei figli per loro. Li amano, gli vogliono bene, gli scrivono con continuità. Fanno di tutto, attraverso il lavoro nel carcere, per racimolare i 312 Euro necessari all’adozione a distanza.
Non si arrendono neanche quando uno di loro, quello che aveva maggiormente spinto per l'adozione a distanza, è trasferito in un altro carcere.
Il sostegno continua come un ponte a mille arcate che congiunge le inferriate di una prigione alla savana del Kenya.

Andiamo per un attimo dall’altra parte della barricata, dai carcerati agli agenti di polizia. Ha voluto raccontarcelo, scrivendo direttamente alla sede AVSI, la responsabile di un locale centro di solidarietà, molto colpita da quanto accaduto: “Desidero farvi sapere che nel progetto si sono coinvolti alcuni agenti di polizia dell’Ufficio Immigrazione.
Pur trattandosi di un gesto apparentemente semplice, considero questa scelta concreta da loro operata assai significativa ed importante, non solo per il bambino che ne potrà beneficiare, ma anche per coloro che hanno aderito alla proposta. Frequentando l’Ufficio Immigrazione della questura da oltre dodici anni, ne conosco molto bene le dinamiche e l’atmosfera, spesso determinata da una cinica indifferenza o da un disinteresse sia nei confronti degli utenti che degli stessi colleghi. Mi commuove, quindi, a maggior ragione vedere queste stesse persone attivarsi personalmente decidendo di condividere un gesto concreto: proprio perché si tratta di un atteggiamento raro, desideravo farvelo sapere”.

Anna Maria è una vispa signora sulla settantina

“Sono la nonna Anna e prima di partire per l’Italia voglio lasciarvi il mio saluto e il mio grazie per avermi permesso di vivere tra voi un’esperienza veramente bella. Spesso dicevo ai miei figli che sentivo di avere nel cuore ancora tanto amore da poter donare, ma soprattutto avevo voglia che dei bambini piccoli potessero essere l’oggetto di tale amore…”.
Inizia così la lettera scritta da nonna Anna agli operatori AVSI dopo la sua permanenza di un mese in Brasile, paese nel quale ha adottato a distanza un bambino.
“Quando, appena varcato il cancello, mi è venuto incontro Vito con il suo sorriso e poi pian piano tutti gli altri, ho capito che ero approdata al posto giusto: mi sentivo veramente a casa, anche se in un posto ‘totalmente sconosciuto’”.

Anna Maria scopre poco a poco che quell’amore che desiderava donare le è restituito in abbondanza. “L’esperienza dei giorni successivi è stata molto ricca: io credevo di venire qui per donare amore. In realtà sono stata io ad essere riempita di tanto amore, sia da parte dei bimbi che da parte di tutte le persone che qui lavorano”.
Il contatto con i bambini, soprattutto con quelli piccoli, è per lei fonte di stupore. “è una cosa bellissima vedere la vita spalancarsi nei suoi primi mesi. è come il colore del cielo all’alba, che ha tutta un’intensità particolare. I primi passi di Pedro, il primo gattonare di Bruno, il muoversi spesso maldestro e combinaguai, ma tuttavia sempre allegro e fiducioso, di Alex, sono tutti per me carichi di significato”.
Per Anna Maria è giunto il momento di tornare in Italia, da figli e nipoti. C’è la consapevolezza che “il loro bisogno è altrettanto grande”.
Prima di congedarsi da Alex, Bruno e Pedro, li guarda un’ultima volta, ad uno ad uno, mentre dormono, con i loro occhietti chiusi. “Mi domando quale sarà il loro destino, che cosa ne sarà di loro in futuro. Per tutto questo non mi posso dare una risposta: sono però certa che il loro destino è nelle mani di un Padre buono, che li ama di un amore infinitamente più grande del mio piccolo (seppur grande) amore di nonna”.

Elda è un’altra nonna. Di bambini, tra figli e nipoti, ne ha visti e curati parecchi. Gli acciacchi della vecchiaia non le permettono, come ad Anna Maria, di viaggiare dall’altra parte del mondo per incontrare la bambina. Alla sua Adijat, nigeriana, cerca comunque di trasmettere - attraverso le sue lettere - tutto il suo affetto. Parole semplici, come semplice e lieto è il loro rapporto, esemplificativo dei tanti rapporti semplici che nascono con l'adozione a distanza.
 

“Cara Adijat,
ti ringrazio di cuore per il bel disegno, per la fotografia e per le notizie che mi hai spedito. Sono veramente lieta di poterti aiutare, perché vedo che ti piace andare a scuola e sei seria con il tuo lavoro; questo è molto importante! Devi sempre cercare nella tua vita di lavorare duramente, così che il meglio di te stessa possa venire fuori. Ti faccio una grande in bocca al lupo per il tuo esame di scuola elementare. Guardando la tua fotografia posso vedere che sei veramente una bella bambina! Io sono già una nonna, con un po’ di problemi a causa dell’età. Ti chiedo di pregare per me affinché possa vivere con pazienza la mia condizione. Pregherò per te perché tu possa crescere come una brava ragazza e perché la tua vita possa essere felice e serena. Auguro ogni bene a te e alla tua famiglia.
Nonna Elda”


Cecilia non ha mai incontrato il suo Monday, un bambino nigeriano. A questo bambino e alla sua famiglia non smette però mai di pensare. Così come di ringraziare gli operatori sociali AVSI per il lavoro che svolgono:

“Cari amici,
vi scrivo questa lettera non solo per spedire una cartolina natalizia a Monday, ma anche per ringraziarvi per ciò che state facendo per i bambini e per noi.
Sì, voi state facendo qualcosa anche per noi! Infatti è solo attraverso il vostro lavoro che i nostri sacrifici possono essere utili per qualcosa di veramente grande. Vi spedisco anche una foto mia e di mia madre, affinché la diate, se possibile, a Monday. Se possibile vorremmo anche che diceste a Monday che noi lo amiamo e che preghiamo per lui e per la sua famiglia.
Grazie di tutto e buon Natale a tutti voi!
Cecilia


Accanto al bambino: la presenza discreta degli educatori

Non un lavoro burocratico, una sedia da scaldare e un cartellino da timbrare al più presto. Lo si è capito dalla lettera di Cecilia, dal modo in cui li ringrazia.
Per gli operatori AVSI (e grazie a Dio non solo per loro) il lavoro, in Italia o all’estero, è innanzitutto una missione, un compito. Sì, anche se la parola è altisonante, credo non si debba aver paura a parlare di missione.
Quando si vive il lavoro come missione se ne scoprono tanti aspetti piacevoli, si guarda con stupore a tanti fatti ed incontri che avvengono quotidianamente.
Per chi segue l'adozione a distanza incontri di questo tipo, con i bambini, le loro famiglie e le famiglie italiane, non mancano. Al centro di tutto c’è la persona, bambino o adulto che sia. Maria, sposata da poco, in Libano con il marito, ha subito desiderato presentarsi ai sostenitori dei suoi bambini. Ha voluto testimoniare che dietro il lavoro oscuro di tutti i giorni, di lettere e cartoline da tradurre, di pacchi da consegnare, c’era un volto e una storia precisa. Non voleva rimanere, come lei stessa scrive, “un nome mai sentito”.

Cari sostenitori,
molti di voi hanno già avuto modo di “conoscermi” attraverso comunicazioni di diverso tipo, per altri invece sono un nome mai sentito.
Vi scrivo allora per presentarmi.
Sono Maria e da quasi sei mesi vivo in una cittadina a mezz’ora circa da Beirut. Sono venuta qui per lavorare con AVSI sul progetto che coinvolge tutti noi: l'adozione a distanza. Mi sono sposata appena prima di partire e anche mio marito vive qui e lavora per AVSI. Resteremo ancora per parecchio tempo e per questo credo sia giusto presentarmi, farvi sapere che sono qui e chi sono. Il mio lavoro consiste nel cercare di agevolare il più possibile le comunicazioni tra voi e, attraverso le organizzazioni locali, i bambini; nell’essere sul posto per poter rispondere alle vostre domande e seguire direttamente l’evoluzione dei bambini aiutati dal programma AVSI. Con la mia presenza un “pezzo” di AVSI è presente direttamente in loco esclusivamente per seguire il progetto Sostegno a Distanza. Mi sono laureata in filosofia lo scorso dicembre, pertanto non avevo mai lavorato a tempo pieno prima di venire qui e devo dire che mi sento molto fortunata: ho scoperto un lavoro che mi appassiona ed impegna, che mi sta facendo crescere molto e che coinvolge molti aspetti della mia vita.
Sono felice di essere qui, non solo per il lavoro. I libanesi sono ospitali (i bambini, ed anche i loro genitori, mi chiedono quasi sempre di invitarvi a venirli a trovare) ed è per me affascinante incontrare tante religioni e culture diverse anche solo andando al supermercato.
Sebbene io abbia pensato questa lettera solo per presentarmi, non posso lasciarmi sfuggire l’occasione, oltre che per ringraziarvi, per chiedervi una cosa. Vorrei solo esortarvi a scrivere ai bambini che sostenete, o anche solo a mandare una vostra fotografia con due righe scritte dietro. Oltre che il vostro aiuto economico, l’aiuto più grosso per questi bambini è sapere che c’è chi pensa a loro da lontano, sentirsi coccolati, sapere che ci sono facce e famiglie precise dietro alla possibilità di pagare le tasse scolastiche. Questa è infatti la richiesta che tutti i bambini mi hanno fatto: chiedervi di scrivere loro. Potrei anche descrivervi come brillano gli occhi dei bambini che ricevono notizie, fotografie, che insomma mi possono raccontare di voi e chiamarvi per nome.
Vi ringrazio ancora e sono a vostra disposizione per qualsiasi questione che riguardi l’impegno che vi siete presi.
Maria

 

La testimonianza di Claudia dalla Romania

Claudia, volontaria in Romania, è rimasta stupita dalla decisione di una coppia di sposi di sostenere le adozioni a distanza. Anche lei ha preso carta e penna per scrivere. Lo stupore deve essere comunicato.

“Carissimi,
innanzitutto auguri per il vostro matrimonio. Non ci conosciamo. Io sono Claudia e lavoro in Romania nel progetto in cui è inserita la casa Emilia.
Vi ringrazio perché il vostro gesto, oltre a costituire un prezioso aiuto economico per la casa, è stato per me la dimostrazione che sentire, commuoversi e rispondere al bisogno del mondo può essere così vissuto che cambia anche il modo di immaginare, organizzare e festeggiare il momento più importante della vita, che per voi è stato il giorno del vostro matrimonio.
Il vostro gesto mi ha fatto comprendere che la forza di chi sta lontano ed è a lavorare ‘sul campo’, sta tutta nella grandezza e nella generosità di chi sta a ‘casa’. Quindi grazie, soprattutto per voi. Penso che il regalo più grande per chi vi sta accanto siano proprio le vostre persone. Prometto che vi scriverò al più presto raccontandovi della casa.
Claudia”

 

 

Una lettera di Edomond dalla Romania

Ecco un’altra lettera - questa volta dall’Albania - di un educatore che constata gli effetti positivi dell'adozione a distanza. Scrive, tra le altre cose, che “prima che questi bambini ci incontrassero non andavano a scuola, mancava loro l’educazione e non socializzavano; oggi le cose sono cambiate”. La parola ‘cambiamento’ è quella che compare più spesso.

“Prima di tutto è un piacere ringraziare la disponibilità di tutte le persone e le famiglie italiane che con molta generosità hanno continuato a sostenere i bambini bisognosi. Per la Missione Cattolica che opera da dieci anni nel territorio di Kucova la collaborazione con AVSI è considerata molto utile. La Missione, operando in questa zona, conosce quindi da vicino la realtà economica e sociale di diverse categorie sociali. Anche per noi è chiaro, notando le difficoltà che la nostra società sta attraversando, che non possiamo rimanere insensibili verso la parte più indifesa della società, e cioè i bambini.
è naturale dunque aiutare i bambini abbandonati, quelli orfani e di strada. Questi bambini non vengono seguiti dai propri genitori e non possono soddisfare i propri bisogni di base; anche per questo facilmente cadono nelle mani di persone senza scrupoli.
Ma grazie a questo sostegno a distanza abbiamo visto che i risultati possono promettere bene. Prima che questi bambini ci incontrassero non andavano a scuola, mancava loro l’educazione e non socializzavano. Oggi le cose sono cambiate. Certo, i cambiamenti si fanno pian piano, ma almeno qualcosa si muove.
All’inizio il progetto si è rivelato molto difficile, visto che il primo intervento bisognava farlo in famiglia e che proprio i genitori sono stati i primi a non riuscire a capire perché ci trovavamo davanti a loro per aiutare i loro figli in modo che la loro vita cambiasse; allo stesso tempo ci scontravamo con una mentalità ancorata a vecchie tradizioni e difficile da scalfire. Partendo da questo punto si sono chiarite a noi due fasi fondamentali del nostro intervento:
1.andare incontro al bisogno quotidiano della famiglia attraverso aiuti economici ed alimentari
2.attenzione ai bambini facendo loro frequentare regolarmente la scuola
Avendo in mente il principio sul quale si realizza questo sostegno a distanza, siamo consapevoli che i risultati non possono essere immediati, ma siamo convinti che in questa tipologia di bambini (almeno quelli a cui ci riferiamo noi), alcuni cambiamenti si siano già notati; in questi ultimi cresce la fiducia per una vita migliore e crescono delle belle amicizie con i loro coetanei. Hanno trovato un posto dove si sentono più felici, dove qualcuno si cura di loro, dove possono giocare e comunicare i propri desideri svelando i loro sogni per il futuro.
In questa realtà sono seguiti col progetto sostegno a distanza trentadue bambini meravigliosi, che non chiedono più di tanto se non di essere felici come gli altri.
A loro basta anche un sorriso ed una carezza affettuosa, e nonostante non siano cresciuti in una atmosfera familiare normale, col nostro aiuto e con quello di coloro che ci accompagnano in questa avventura, ogni giorno vediamo dei cambiamenti importanti in loro
Edmond, Kucova”.

 

La testimonianza di Silvia in Mozambico

Non è stato facile per Silvia seguire il marito in Mozambico. Non è stato facile ambientarsi, scontrarsi ogni giorno con una povertà che soffoca qualsiasi parola. Ad un certo punto, inaspettata, è arrivata la proposta di dare una mano al programma delle adozioni a distanza. E, pian piano, Silvia ha iniziato ad amare quello splendido paese africano e i suoi bambini.

“Quando sono arrivata in Mozambico, non sapevo cosa fosse l’Africa e avevo una gran paura, ma sono stata subito accolta da un originale gruppo di amici, che mi hanno fatto sentire subito a casa. Così, quando Domingos (responsabile del progetto sostegno a distanza) mi ha chiesto di dargli una mano a tradurre alcune schede da mandare in Italia, ho detto subito di sì. All’inizio, quando leggevo le storie di quei bambini, non potevo fare a meno di piangere.

La maggior parte erano senza genitori, vivevano in capanne, senz’acqua, luce e spesso senza niente da mangiare, dato che nessuno (nonni, zii e una quantità di cugini di ogni grado) lavorava. Poi mi è venuto da pensare all’importanza di quello che facevo: ogni lettera che scrivevo poteva salvare una piccola vita, grazie all’adozione a distanza; allora ogni minimo particolare era importante, più attenzione e più amore ci mettevo, più possibilità avevano quei bimbi di una vita migliore. Da quel momento, ogni tasto del computer diventava una preghiera.

Poi sono diventata curiosa: volevo vedere quei bambini. Allora un giorno mi sono fatta portare da Domingos a visitare uno dei progetti. Un gruppo di amici, poveri di risorse, dava la vita per offrire a dei ragazzini non solo un pezzo di pane e l’iscrizione a scuola, ma soprattutto un’amicizia e un accompagna mento che le famiglie non potevano dare.

Allora ho pensato di offrire la mia disponibilità per cercare di ottimizzare tempi e costi del loro lavoro; così me li scarrozzo qua e là in macchina, all’ospedale, a comprare le cose lontano, ecc.

Due episodi mi hanno colpito. Il primo è stata la gita a Catembe: abbiamo portato al mare trentacinque ragazzi di famiglie poverissime dai 12 ai 15 anni; molti di loro non erano mai usciti dal loro quartiere di baracche. Abbiamo preso l’autobus tutti insieme fuori dalla chiesa e poi il traghetto, tutti stipati fino alla spiaggia. Lì abbiamo organizzato dei giochi e hanno fatto il bagno, poi abbiamo mangiato insieme (io avevo fatto settanta panini e una torta) e cantato. Mentre li guardavo, mi assaliva la domanda: “Che ne sarà di loro?”. Prego il Signore che li mantenga sempre così semplici e pieni di entusiasmo nei confronti della difficile realtà che sono chiamati a vivere. L’ altro episodio è la storia di una bambina di 11 anni di una delle famiglie più povere, gemella di altri tre fratellini (in Africa i gemelli sono considerati una disgrazia), che si è mangiata un ago. L’abbiamo portata all’ospedale (un luogo dove non c’è neanche l’energia elettrica e quando entri ti senti svenire dal puzzo), dove l’hanno operata, aperta dal collo alla vita (poverina), ma l’operazione è andata miracolosamente bene. Sono stata con lei tutti i giorni a tenerle la manina. Quando è tornata a casa, le abbiamo chiesto perché avesse mangiato un ago e la sua risposta è stata: ero stanca di vivere. Dentro di me pensavo: “

La capisco, in quella casa senz’acqua né pavimento, senza mai un abbraccio o un conforto”. Ma Rosalia, una ragazza che lavora per AVSI, mozambicana, anche lei molto povera, che vive in una casa col tetto di lamiera, orfana di madre, con un padre invalido e i fratelli da mantenere, ha detto alla bimba: “Devi essere forte, devi studiare per poi trovare un lavoro e andare via da questa casa, ma soprattutto devi fare come me, trovare degli amici veri, così la vita non è più difficile, devi stare con me”. Allora ho capito cos’è il ‘sostegno a distanza’.”
 

La storia di Marcel, rifugiato congolese

Una grande devozione alla Madonna e un affetto senza misura per i bambini. Nasce così la bellissima iniziativa di Marcel, rifugiato congolese in Uganda, e oggi responsabile dell’Arca dei Bambini “Nostra Signora della pace”.
Marcel è nato trent’anni fa nell’ex Zaire. Le tormentate vicissitudini del suo paese costrinsero nel 1973 il padre a cercare rifugio, insieme al figlio, in Uganda. Passato poco tempo il padre fu forzatamente rimandato in Zaire, lasciando Marcel senza alcuna cura familiare. Grazie all’aiuto di alcuni amici e vicini, Marcel riesce a trovare lavoro come autista all’ospedale Nsambya di Kampala. Qui conosce i volontari AVSI, ma possiamo dire che sono soprattutto i volontari AVSI a venire a conoscenza della sua toccante storia.

Nel suo lavoro, nonostante non fosse medico, Marcel diventa amico di molti pazienti affetti da Aids. A loro si affeziona e quando qualcuno muore decide di prenderne con sé i figli. Nel 1988 Marcel abitava già con sei bambini orfani.

Due anni più tardi, con la morte di un altro amico, i bambini da accudire raddoppiano. Per ognuno di loro prova un affetto speciale, ma i mezzi per sostenerli iniziano a scarseggiare. Marcel chiede aiuto e così AVSI inserisce i “suoi” bambini nel programma delle adozioni a distanza.
Oggi Marcel abita a Luwero, 64 km a nord di Kampala (città tristemente famosa per i massacri compiuti dalle bande del presidente Obote nei primi anni Ottanta). Nella sua casa ci sono quarantasei bambini, aiutati con l'adozione a distanza. Pensate un po’, un papà con quarantasei figli! La maggior parte di loro sono orfani a causa dell’Aids, mentre alcuni sono bambini di strada, senza più alcun legame con le famiglie d’origine. Tutti loro vanno ogni giorno a scuola e durante le vacanze si prodigano in piccoli lavori agricoli o nell’allevamento di polli e maiali, cercando di raggranellare qualche soldino in più necessario alla loro grande famiglia. è davvero una bella storia, una storia che Marcel si augura non debba mai terminare.
 

La testimonianza di Ketty dall'Uganda

Nord Uganda. Un conflitto dimenticato, con pochi titoli sui giornali o “speciali” in televisione. Troppo scomodo arrivare a Gulu e Kitgum. Niente alberghi, niente ristoranti.
Nessuna importanza geopolitica. Eppure questa guerra che si combatte da diciassette anni, tra l’esercito del presidente Museveni e i ribelli - appoggiati dal Sudan - del Lord Resistance Army, con le sue decine di migliaia di morti e di profughi, meriterebbe qualche riga in più.
C’è però una Kitgum che non si arrende alla morte, al terrore e alla disperazione, ma cerca di vivere con gioia e speranza. Ketty, 48 anni portati benissimo e un luminoso sorriso che le attraversa il volto, ne è l’esempio lampante.
Eppure Ketty non ha alle spalle un’esistenza agevole. Il marito l’ha abbandonata ben presto e lei ha dovuto crescere da sola i sei figli.
Da dodici anni, insieme ad un nutrito gruppo di volontari, lavora per il Meeting Point, una organizzazione non governativa locale impegnata su diversi fronti. Compiono visite a domicilio ai malati di Aids, portando loro cibo e medicine. Organizzano corsi di informazione su diversi temi, dall’Aids alla nutrizione. In collaborazione con AVSI aiutano con il programma di adozioni a distanza oltre trecentocinquanta bambini, nella maggioranza dei casi orfani di genitori morti di Aids.
La giornata di Ketty non prevede soste. Con la sua motocicletta, un vecchio modello di Yamaha color verde militare, percorre ogni giorno diversi chilometri. Ne ha fatti quasi 50 mila in poco più di un anno. Su e giù per il distretto, fino ai villaggi più remoti, per portare un attimo di conforto ai malati terminali. Non l’ha mai fermata nemmeno il timore degli attacchi dei ribelli, anche se mi confida che in questi ultimi tempi ha dovuto limitare le sue uscite fuori città.
Ogni giorno arrivano al Meeting Point decine di persone bisognose di aiuto. La situazione economica dei distretti Acholi, d’altronde, va peggiorando di giorno in giorno. Basta camminare per il vicino mercato e scambiare quattro chiacchiere con i proprietari delle bancarelle per capire che la gente non ha soldi. La venditrice con cui parlo mi confessa che in tutta la giornata non ha ancora venduto niente. Eppure, le magliette e i pantaloni che espone (roba usata proveniente dagli Stati Uniti via Mombasa) hanno dei prezzi per noi occidentali irrisori: 3.000 scellini (1 Euro e 50 centesimi) e anche meno.
Gli ultimi dati della Banca Mondiale sono altrettanto chiarificatori: due terzi degli Acholi vivono sotto la soglia di povertà di un dollaro al giorno. Come sono lontani Kampala e i progressi di una nazione che ha conosciuto negli ultimi quindici anni una costante crescita economica.
La folla di persone che entra al Meeting Point è lo specchio di una miseria dilagante. Si incontrano vecchie signore avvizzite in abiti tradizionali consunti e giovani adolescenti, sieropositive, in cerca di un disperato sostegno, cibo e medicine, per la propria famiglia.
Ketty e i suoi volontari ascoltano con attenzione ogni singolo caso, ma sanno che non gli è possibile far fronte a tutte le richieste. Insieme a John, anche lui come Ketty un ex insegnante, ci rechiamo in alcune capanne non molto distanti da quello che è considerato il centro cittadino. Dobbiamo divincolarci tra una fila di bambini, spesso con in mano una pesante tanica tracimante d’acqua, che mostrano nei nostri confronti la stessa giocosa simpatia dei loro coetanei di tutto il mondo.
Susan, 50 anni, è distesa inerme su un esile materasso. Il volto e il corpo sono irrimediabilmente scavati, segno di una malattia giunta ormai al suo stadio terminale. Quando John entra nella sua casa Susan riesce comunque a sollevare il capo. C’è in questa donna una dignità composta, una speranza non scalfita dal continuo dolore. Stringe forte tra le mani il rosario regalatole da un volontario del Meeting Point e dice di trovare in esso la sua unica forza. John non si mette a intavolare grandi discorsi. Poche parole, dette dal profondo del cuore, e il desiderio discreto di fare compagnia a questa donna morente e dimenticata. E per un istante, anche al cospetto degli uomini la vita di Susan riacquista quel valore immenso donatole da Dio.
 

Ellen e Julie al Meeting Point in Uganda

Ritroviamo la stessa gratitudine di Susan anche nei tanti studenti appoggiati dal Meeting Point. Molti fra loro ricevono l’aiuto della famiglia italiana da dieci anni. Senza questa piccola ma decisiva cifra non avrebbero mai potuto completare il ciclo dell’istruzione primaria e iniziare le scuole secondarie.
Alla Uganda Martyrs Primary School sono alcune decine i bimbi che beneficiano del programma di sostegno a distanza. I maschietti corrono allegri per il campo da calcio, con le loro divise dalle camicie bianche e calzoncini porpora. Le fanciulle invece si cimentano in una partita di netball, un gioco molto simile al basket e largamente diffuso nelle scuole di questi distretti. Ellen e Julie frequentano il settimo anno e stanno per preparare l’esame finale. Nonostante la timidezza e un inglese non ancora perfettamente padroneggiato, le due piccole allieve esprimono anche con le parole tutta la contentezza per il sostegno che ottengono. Andare scuola è il viatico per un futuro migliore, ma è anche la certezza di un presente più dignitoso, lontano dai massacranti lavori quotidiani cui molte loro coetanee sono sottoposte.

Il Meeting Point non si limita a consegnare l’obolo. Con questi piccoli c’è un rapporto umano intenso e per loro si organizzano diverse attività, dalla messa in scena di spettacoli teatrali sull’Aids alla discussione pubblica di disegni. Sono momenti in cui i ragazzi possono parlare liberamente dei loro drammi, delle loro paure, del loro desiderio di pace e di una vita felice. Dalle loro matite traspaiono tutte le sofferenze (assassinii, rapimenti, capanne incendiate dai ribelli, etc..) patite in questi anni a causa della guerra. Samuel ha raffigurato un aereo dell’esercito regolare di Kampala (ne conosce anche il modello, un Mig 21!) che si abbassa in picchiata sul campo da calcio di Kitgum, scatenando il panico nella folla. è un episodio di pochi mesi fa, che nel susseguente fuggi fuggi causò la morte di un bambino. Un banale scherzo, per intimidire la gente. Per questi ragazzi del Nord Uganda il pericolo non è solo il Lord Resistance Army, ma anche un esercito governativo così poco seriamente impegnato a difendere le popolazioni locali.
Guardando a Ketty, Doris e agli altri volontari del Meeting Point gli scolari dell’Uganda Martyrs riscoprono il calore di un abbraccio più forte di qualsiasi esercito e qualsiasi bomba. Anche Ketty torna a casa piena di gioia. “Ho incontrato qualcosa di bello che dà significato alla mia vita”. Questa è la scritta che campeggia sulla sua maglietta del Meeting Point. C’è da crederci che ha incontrato qualcosa di bello. Dormirà lieta anche questa notte, nonostante si accinga a portare i suoi figli sotto le tettoie di una delle scuole del centro cittadino.

E oggi...

Non passa giorno che a Cesena non arrivino richieste per nuovi sostegni a distanza. Il tam tam, incessante e discreto, di amici, parenti e conoscenti allarga a macchia d’olio il vasto mondo dei sostenitori a distanza. Non supereroi, ma gente comune, disposta a dare la possibilità di una vita più dignitosa ad un bimbo tanto lontano.
Oggi mi ritrovo a lavorare in Serbia. Rivedo i volti di alcuni bambini che da quasi due anni sono seguiti con l'adozione a distanza. Sono tutti contenti quando il signor Stefano (così lo chiamano) o Milica visitano le loro famiglie e consegnano i pacchi regalo.
Sandra, una bellissima bambina di 5 anni, è riuscita a sottoporsi ad un’operazione che doveva già subire nel primo anno di vita. Con l'adozione a distanza sono finalmente arrivati i soldi per l’intervento. Aveva gravi problemi di dizione e non poteva mangiare normalmente, a causa di una malattia chiamata “schisis palati secondaria”.
Rivedo anche Nemanja. Nessuno gli toglierà il dolore per la morte della madre. I suoi lineamenti così dolci e il suo viso sormontato da biondi capelli non nascondono la sofferenza. Ha visto suo padre ammazzarla. Ma oggi Nemanja è un ragazzo socievole, grazie anche al costante affetto dei suoi nonni. Gli piace chiacchierare con gli amici e giocare a calcio Ai suoi sostenitori scrive: “tanti saluti per la gente che non conosco e che spero di incontrare un giorno. Ringrazio anche del regalo che ho ricevuto. Spero che un giorno veniate da noi. Tanta felicità e salute vi augurano Nemanja e i nonni”.
Nena e la sua famiglia italiana hanno iniziato una corrispondenza fittissima. è nato un rapporto affettuoso ed intenso, fatto di una piena condivisione di quanto sta accadendo nelle loro vite. In un loro momento di difficoltà scrive Nena: “So che siete tanto tristi per tutto quello che vi è accaduto e per questo mi dispiace tanto. Dovete essere forti come lo era la mia mamma quando hanno operato la mia sorellina. Vi penserò e pregherò sempre per voi. Scrivetemi sempre. Io vi voglio bene e vi mando i miei più sinceri auguri perché stiate bene anche di salute. Saluti e baci per tutti,
Nena”

Non è nella semplicità di queste righe la bellezza del rapporto che può nascere con l'adozione a distanza?
Lo spazio a mia disposizione sta per finire. Ma l'adozione a distanza non finisce qui. Il mio impegno e il nostro impegno deve proseguire. C’è da portare avanti negli anni il sostegno iniziato. C’è da proporlo ai nostri amici... La sfida è lanciata... La accettiamo?

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 04 gennaio, 2012  
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