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In questi anni la vita di molti bambini è cambiata.

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Adozioni a distanza Adozioni a distanza in ALBANIA

Per i bambini che vivono in famiglia, a Tirana e in vari villaggi nel nord e nel centro del paese, l’aiuto è dato secondo i bisogni.

Vengono acquistati generi di prima necessità (alimenti, prodotti per la pulizia della casa, vestiti, libri e quaderni), che sono poi confezionati in appositi pacchi consegnati personalmente a casa di ogni bambino dai nostri operatori o dai nostri partners (generalmente congregazioni religiose).

Il contributo viene inoltre utilizzato per spese mediche e per interventi a favore della famiglia (ad esempio per la riparazione della casa).

In altri casi, a Tirana e soprattutto nella zona di Valona, i bambini sono seguiti presso alcuni centri per il doposcuola, luoghi in cui possono svolgere numerose attività ricreative e ricevere alimenti e vestiario.

Oltre alla povertà materiale, infatti, uno dei principali problemi dell’Albania è proprio la mancanza di luoghi (scuole, asili) per la formazione dei ragazzi.

Grazie al sostegno a distanza di AVSI vengono aiutati circa 1000 bambini poverissimi che vivono in baracche o alloggi di fortuna, in varie località, ma in particolare a Tirana e Valona.

Sono bambini segnalati da congregazioni religiose, con cui collaboriamo da tempo.

I piccoli ricevono aiuti alimentari, vestiario, materiale scolastico; possono frequentare la scuola materna, il doposcuola o attività integrative se hanno difficoltà di apprendimento. Con loro si organizzano gite, feste di compleanno.

Questi momenti ricreativi sono importanti per loro che vivono in villaggi o quartieri assediati dalla criminalità. Con i genitori si organizzano incontri e momenti di convivenza per sensibilizzarli su particolari temi importanti per la crescita dei figli.

POGGI FRANCESCO LUIGI in visita alla bambina sostenuta BERISHA ELA

Quando siamo arrivati con la jeep AVSI per far visita al centro di accoglienza sapevamo solo che lì avremmo probabilmente visto i bambini da poco adottati a distanza.

Di loro sapevamo il nome, l’età, la composizione del nucleo familiare, che vivevano in baracche molto povere. E il centro di accoglienza AVSI a che serviva? Lo avremmo scoperto una volta giunti davanti alla palazzina a 2 piani con le pareti color albicocca, incassata tra abitazioni fatiscenti lungo una strada sterrata alla periferia di Tirana. Nello squallore circostante mi è subito sembrata un edificio dignitoso che contrastava con il deprimente sovrapporsi di abitazioni incompiute.

Elena ha accompagnato me e mia figlia Marta all’interno, dove ci è venuta incontro un’educatrice del centro. In un ottimo italiano ci ha fatto visitare i diversi locali e, spiegandocene l’uso, ci ha a poco a poco illustrato la storia del centro AVSI.Tutto è cominciato dall’esperienza di tirocinio di due amiche, studenti di un istituto Salesiano presso i campi Rom alla periferia di Tirana. Da quelle esperienze è scaturito il desiderio di coinvolgersi in modo stabile con i bambini rom e le loro famiglie.

Si succedono corsi di aggiornamento in Italia e in altri paesi europei fino alla decisione di lavorare stabilmente in questo ambito. La possibilità di concretizzare un “sogno di giovinezza” viene dal contributo di un reverendo tedesco a favore di opere per l’infanzia in Albania. Le “educatrici di strada” si trasferiscono in questo stabile dove ogni giorno vengono condotti bambini dai campi Rom della periferia. I bimbi, di età compresa tra i sei e gli undici anni, ricevono pasti caldi, svolgono attività ludiche, vengono aiutati ed inseriti nel percorso scolastico istituzionale. Mensilmente le educatrici incontrano le famiglie dei bimbi, solitamente le madri, e con loro continuano il lavoro educativo che viene svolto nel centro.

Ci sono anche incontri periodici con le insegnanti delle scuole di diverso grado perché anche lì, come da noi, la diffidenza verso i Rom crea barriere e pregiudizi. Il lavoro degli educatori nel centro si affianca a quello degli educatori di strada che, all’interno dei campi Rom, si coinvolgono in un rapporto educativo con i bambini a cui non è permesso recarsi al centro.

Queste sono alcune informazioni che riceviamo mentre visitiamo la cucina, le aule dove i più piccoli stanno disegnando, quelle dove i grandicelli studiano, l’aula – gioco dove fanno bella mostra i giochi che incantano i bimbi di tutto il mondo: peluches, bambole, macchinine, trenini, etc.

Tutto mi sembra molto “normale”: e invece si tratta di una realtà educativa a favore di quegli zingarelli che cerchiamo di evitare quando viaggiamo in metropolitana o agli angoli delle strade mentre chiedono l’elemosina.

 E io (senza saperlo perchè la pratica l’aveva seguita mio marito mentre era a Tirana per lavoro, e si sa, gli uomini sono meno curiosi delle donne…) avevo adottato a distanza tre di loro. L’avessi saputo prima avrei chiesto alla responsabile del progetto che senso ha coinvolgersi con un “popolo” che non cambierà le sue abitudini nomadi, le sue tradizioni, la sua propensione ad arrangiarsi con mezzi non sempre leciti.

Se si dovesse considerare il valore di questa opera sulla base dei cambiamenti sociali prodotti forse si valuterebbe un fallimento in partenza. Eppure qualcuno ci ha creduto, ha creduto che anche in questa realtà ci fosse una dignità umana da far emergere e da difendere, un seme di speranza nel cuore dei più piccoli perché potesse dare frutto secondo modalità e tempi inimmaginabili.

E i frutti sono le considerazioni stupite delle mamme Rom che raccontano agli educatori: “quando tornano a casa (…misere baracche lungo il fiume) i nostri bambini ci raccontano ciò che fanno con voi, e ci insegnano ciò che imparano da voi: a lavarsi le mani prima dei pasti, ad avere cura di noi stessi e del nostro aspetto“. Bambini che portano nelle loro baracche quel germe di umanità nuova loro donato. I negozianti delle zone limitrofe i campi Rom sanno oramai distinguere i bambini che frequentano il centro di accoglienza: salutano, non rubano. E infine a scuola ci sono i primi ragazzi Rom che hanno conseguito un diploma in una scuola professionale. E un diploma potrebbe significare un lavoro regolare, chissà. Ma forse i risultati grandi o piccoli non sono il parametro con cui valutare un’opera.

A me sono rimasti nel cuore gli occhi scuri e penetranti di quei bambini mentre si alzavano a salutarci, e l’entusiasmo delle educatrici mentre ci raccontavano la loro storia intessuta della storia di quei bambini. Mi sono sentita molto meschina per il pensiero che mi aveva sfiorato appena sentita la parola Rom: “forse, se avessi saputo, avrei deciso per un altro tipo di adozione”.

Ma l’incontro con questa realtà, la testimonianza di un possibile cambiamento, la scoperta di un riconoscimento della dignità umana anche in situazioni di estremo disagio e squallore, il coinvolgimento senza riserve degli educatori che operano nel centro, tutto questo mi ha fatto tornare a casa lieta e contenta di avere come figli adottivi tre zingarelli albanesi.  

  Alcuni dati economici riferiti al paese

Superficie         28.750 Kmq
Popolazione     3,2 milioni (2001)
Reddito pro capite       1340 $
Speranza di vita           74 anni
Mortalità infantile         25‰
Analfabetismo  14,7%
Indice sviluppo umano  0,735 (95 posto)

 

 

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 04 marzo, 2010