Sabato c’è
stata ancora una scossa forte, ha dato il
colpo definitivo a vari edifici pericolanti.
Ma la gente vive per strada. L’indicazione è
ancora e sempre dormire fuori. Di giorno si
fa in tempo a scappare ma di notte, se
dormi, no.
Ieri notte
eravamo in quattordici nel nostro
giardinetto, il clima dei Caraibi aiuta.
Avevamo tanti ospiti anche perche si
preparava l’evacuazione di un gruppo di
italiani.
Dopo tanti
dubbi mio marito ed io abbiamo deciso di
mandare nostro figlio Alessandro in Italia
dai nonni, accompagnato da Diane, la moglie
in gravidanza del nostro collega Andrea che
lavora alla sistemazione di un acquedotto da
parte di Avsi con Mlfm.
Abbiamo passato
molte ore in aeroporto prima che il C130
dell’aeronautica militare partisse, il caos
dell’aeroporto è grande, il personale non
tutto operativo, aiuti che arrivano e
stazionano, compresa la task force americana
che si attendeva come la risoluzione dei
problemi.
Ho avuto molto
tempo per ripensarci, per capire se stavo
facendo la cosa giusta. Penso di sì, che sia
giusto per Alessandro andar via da questi
orrori, raggiungendo la sua mezza patria. Ma
è giusto che respiri una vita che sa di
grandi ideali, anche rischiosi, e non di
certezze borghesi. Questo ho imparato dai
miei genitori, questo desidero per
Alessandro. Ma il distacco è stato
dolorosissimo.
Ieri abbiamo
accolto nei nostri spazi di Martissat tre
turni di 300 bambini che i familiari ci
lasciavano per 3-4 ore per poter cercare
parenti, verificare le case, capire cosa
fare. In uno spazio sicuro, a giocare
lontano dalla distruzione e dalla morte. La
ricezione degli aiuti e la loro dislocazione
è molto difficile: strade ingombre, mezzi
rari, caos. Alcune cose sono disponibili nel
resto del paese, anche nei dintorni della
città, ma la catena logistica ha bisogno di
tempo per partire.
Il nostro
materiale disponibile a Port au Prince è
stato tutto distribuito a 300 persone tra
giovedì, venerdì e sabato. Abbiamo ricevuto
un primo stock, dall’estero, in modo
rocambolesco: fondi italiani, spesi a
Madrid, volo della cooperazione spagnola via
dominicana e poi via elicottero a Port au
Prince. Abbiamo ora i telefoni satellitari.
Un altro
carico, con coperte, teli e materassi ha
invece dovuto sostare in frontiera. In
questo momento apprendo che il carico di
materassini e sapone e altri generi di prima
necessità ha varcato il confine ed è passato
dalle mani del team Avsi di Santo Domingo a
quello di Haiti. Era un passaggio difficile,
incastrare gli orari. E pensare che fino a
pochi giorni fa si faceva squillare il
cellulare anche per farsi aprire il
cancello.
Le UN si stanno
organizzando, la Minustah (United Nations
stabilization mission in Haiti, ndr) sta
iniziando a orientarsi. Confido molto in
loro, avevano finalmente preso il controllo
della situazione dopo anni di fuori
controllo. Speriamo si rimettano in sella.
La lotta contro il tempo è sfiancante. Le
giornate iniziano prestissimo e finiscono
tardi. Anche se la sera non è sicuro stare
in giro. In questi anni abbiamo fatto tanto
per il recupero psicologico e umano dei
bambini traumatizzati dalla violenza e degli
uragani del 2008. Ora siamo tutti in un
tunnel buio. Ma sentiamo nel cuore che siamo
fatti per la vita. Non soli, ma con l’aiuto
di tutti, ce la faremo.
Il racconto: la gioia più
grande? Ritrovare un bambino
Continua la
testimonianza di Fiammetta Cappellini,
volontaria Avsi ad Haiti. La
difficoltà di gestire l ’emergenza rimane
grande, come quella di ritrovare le persone.
Prevale una sensazione generale di
impotenza. E i bambini sono sempre i più
colpiti. «Le adozioni? Meglio tendere ad
aiutarli qui».
18 gennaio
2010, Port au Prince, Haiti
Scrivo di sera,
intanto che posso usare internet. Ormai
ho l’ossessione della linea, quando
il segnetto verde di Skype diventa grigio si
ripiomba nell’isolamento.
Stasera
dormiremo in casa. A Les Cayes, al sud del
paese, nella zona rurale, già ieri hanno
dormito in casa. I nostri due colleghi di
Avsi ospitano altre cinque persone. Anche
là, dove non è successo nulla di grave, si
stanno allestendo campi sfollati, sono
confluiti feriti negli ospedali, e la
Minustah (United Nations stabilization
mission in Haiti, presente dal 2004, ndr) si
sta attrezzando per stoccare merce che forse
arriverà via mare. Si sta decentrando la
crisi.
Oggi a Cité
Soleil, una città nella città di Port au
Prince, abbiamo raccolto i primi dati sui
bambini di cui ci siamo occupati fino al
terremoto di martedì scorso.
Ne seguiamo (o
seguivamo?) diverse centinaia,
personalmente, uno a uno, da vari anni. Li
aiutavamo, con il sostegno a distanza, ad
andare a scuola, avere le cose più
necessarie (materasso per dormire, scarpe,
divisa per la scuola, cibo), fare esperienze
di ordine e di bellezza. Ci ha sempre
sostenuto in questo la convinzione che una
vita povera dev’essere anche degna. Un
bambino senza scarpe non può andare a
scuola. Si vergogna, è considerato indegno.
Siamo andati a
cercarli e a vedere le loro famiglie. Su un
centinaio, oltre 60 hanno perso la casa o ce
l’hanno gravemente danneggiata. Ma quando
riesci a trovarli, che gioia grande! Quando
non conosci la sorte di qualcuno, com’è
bello ritrovarsi, o sentirsi dire di un
bambino che sì, c’è, ma è andato dalla zia,
che ha la casa ancora in piedi.
Ho bussato a
molte porte per avere il necessario per i
nostri campi. Qualcosa abbiamo avuto, acqua,
salviette, generi di questo tipo, ma cibo
no. Il cibo va accompagnato dalla Minustah.
La sicurezza lo impone. Però le situazioni
di violenza, che pur ci sono, mi paiono non
essere così generalizzate. Certo, pare tutto
appeso a un filo, un filo che per ora tiene.
L’atmosfera di
Port au Prince è surreale. Da una parte le
giornate sono scandite dalla presenza delle
personalità mondiali più potenti, che
determinano traffico, blocco delle attività,
affollarsi dei media, delle forze di
sicurezza. Dall’altra ti guardi intorno e
pensi all’impotenza totale dell’uomo. Anche
il Segretario generale dell’Onu era cosi
impotente di fronte alle macerie. Ho sentito
che in Italia è cresciuto il dibattito
sull’adozione temporanea di questi bambini.
Ma qui già prima c’erano moltissimi
abbandoni. Ora bisogna pensarci bene, se
dopo il trauma del terremoto, magari con la
perdita di uno o di entrambi i genitori,
vale la pena trapiantarli. Bisogna pensare
che ogni caso è diverso, che i bambini non
sono funghi, hanno relazioni, rapporti, e
reciderli può essere fatale. Meglio tendere
ad aiutarli qui.
A proposito di
aiuto, mi è sembrata interessante la
proposta del segretario generale di Avsi di
destinare da parte dell’Italia metà del
montepremi del gioco del lotto ad Haiti. Non
risolve ma educa. E ne abbiamo tutti
bisogno.