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DEBITO ESTERO, DIGNITA’ DELLA PERSONA,
UNITA’ DELLA FAMIGLIA UMANA

S.E. Mons. Diarmuid Martin  Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace
Città del Vaticano Trento, 27 ottobre 2000

"Pace in terra agli uomini, che Dio ama" è il tema scelto dal Papa per il suo Messaggio per la Giornata Mondiale della pace dell’anno 2000. E il Papa riassume il contenuto centrale del suo Messaggio con una frase molto semplice, frase ripetuta con formulazioni leggermente diverse in varie parti del suo testo: "l’umanità è chiamata da Dio a formare un’unica famiglia".
Oggi è necessario ritrovare il senso di questa affermazione. Troppo spesso viviamo in una cultura segnata da un forte individualismo filosofico. E questo individualismo filosofico si manifesta concretamente in una fuga dalla solidarietà, sia a livello delle singole persone, ma anche a livello istituzionale.
Oggi, ad esempio, il livello degli aiuti internazionali per lo sviluppo - cioè i fondi governativi destinati allo sviluppo - ha toccato il suo record negativo. Mentre di recente si comincia a riscontrare un primo leggero aumento, il livello è molto più basso rispetto al "Target internazionale" dello 0.7% del prodotto nazionale, che è infatti intorno allo 0.25%, La differenza tra l’impegno preso e l’aiuto effettivamente stanziato ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari annui.
Un fenomeno analogo si riscontra con la crescita di politiche di isolazionismo e di protezionismo in diverse parti del mondo, politiche che sono effettivamente il contrario della tanto vantata "globalizzazione". Occorre ricordare che ormai nessuna persona, nessuna nazione, nessuna economia - neanche quella più forte - può pensare di farcela da sola, di vivere isolata dagli altri paesi. La interdipendenza è un dato di fatto. Quello che succede in una parte del mondo ha degli effetti in tutti gli altri. Lo abbiamo visto in occasione della crisi economica nel Sud-Est asiatico, dove l’instabilità si è dimostrata contagiosa, toccando rapidamente diverse parti del globo. Ancora oggi, i primi segni di nuova volatilità nel sistema dei mercati internazionali provocano brividi agli operatori anche delle economie più forti e più stabili.
La stessa interdipendenza si riscontra nella questione, ad esempio, dell’ambiente. E’ sempre più evidente che l’intervento dell’uomo a danno dell’ambiente e del creato in una parte del mondo rischia di provocare una reazione negativa altrove.
L’interdipendenza è un dato di fatto. Allora il fatto della interdipendenza deve portare ad un rinnovato senso della solidarietà. Altrimenti porterà alla paura, alla sfiducia, all’isolazionismo e poi alla tensione tra popoli e nazioni che è all’origine delle guerre e dei conflitti bellici o economici.
E’ vero quello che il Papa dice nel suo Messaggio. "Ci sarà pace nella misura in cui tutta l’umanità saprà riscoprire la sua originaria vocazione ad essere un’unica famiglia". E’ il Papa sottolinea che è ancora questo principio che deve guidare ed ispirare il processo della globalizzazione. La globalizzazione costituirà un bene se riesce a fare "dell’umanità una sola famiglia fondata sui valori della giustizia, dell’equità e della solidarietà" (n.5).
In tutto questo contesto, si è parlato molto in questo anno giubilare della questione del debito estero dei paesi poveri. Forse occorre dire che il tema del debito estero non è il tema centrale della riflessione sociale della Chiesa in occasione del Giubileo! Il problema del debito non è il problema principale dei paesi poveri. Il tema del debito fa parte di una preoccupazione più grande ed importante che non dobbiamo mai perdere di vista.
Forse molti di voi si chiederanno come mai chi come me viene a parlare ad una Conferenza sul debito possa pensare di iniziare le sue riflessioni con una affermazione del genere. Lasciatemi spiegare il mio intento.
Pensate alla presentazione del concetto biblico di Giubileo che si trova nella Tertio Millennio Adveniente di Giovanni Paolo II, dove il Papa spiega come "le parole e le opere di Gesù costituiscono... il compimento dell’intera tradizione del Giubileo".
L’anno giubilare era "un anno di emancipazione di tutti gli abitanti della terra bisognosi di liberazione" (TMA, 12) Si rientrava in possesso della terra, si liberavano gli schiavi - si toglieva anzi il peso di ogni forma di schiavitù, si rimettevano i debiti. Il Giubileo è stato un momento privilegiato di protezione dei deboli e voleva ristabilire l’eguaglianza tra i figli d’Israele.
Allora, come oggi, il tema della remissione del debito era inserito in un contesto più grande e vasto. Oggi, come ai tempi biblici, l’anno giubilare è destinato a ripristinare la giustizia sociale e a rendere ogni persona capace di assumere il proprio ruolo nella dignità che gli appartiene.
E’ possibile realizzare oggi questa visione del Giubileo? Questa visione, specialmente il concetto della remissione del debito, non è forse più un pio sentimento religioso che una proposta realistica che la comunità delle nazioni e il mondo delle finanze dovrebbero mettere in pratica? Si sa che, almeno fino a poco tempo fa, c’erano delle personalità politiche ed esperti del mondo economico che ritenevano questa visione non solamente non realistica, ma addirittura dannosa e controproducente. Ma qualcosa sta cambiando.
Occorre esaminare più da vicino l’insegnamento del Papa. Egli nota che "sulla base della normativa giuridica" contenuta nei precetti giubilari "si viene delineando una certa dottrina sociale". Questa dottrina indica la strada che si deve seguire per raggiungere il nostro traguardo, cioè di "restituire uguaglianza" a tutti i figli della terra e restaurare rapporti di armonia ed equità nei rapporti umani.
Oggi, occorre esaminare le cause del crescente aumento delle disuguaglianze: tra i paesi ricchi e quelli poveri, all’interno delle singole nazioni. Guardando al problema della devastante povertà che colpisce milioni dei nostri fratelli e sorelle, soprattutto nei paesi poveri, si vede la necessità di procedere ad una rinnovata dottrina o piano, che dovrà dare origine poi ad un suo quadro giuridico e a una sua normativa.
E’ ormai sempre più evidente il fatto che la persona umana è la risorsa centrale di una economia moderna. Investire nelle persone, nelle loro capacità creative e innovative diventa un imperativo economico oltre che sociale e morale. Anzi la distinzione tra il fattore "economico" e "il sociale" è oggi diventata meno radicale, data la natura di una economia fondata sulla conoscenza. Non si avrà progresso sociale senza una crescita economica sostenuta. Ma ormai si comincia anche a comprendere che il progresso economico se vuole essere solido e durevole richiede anche la stabilità e la coesione sociale. Le infrastrutture di una economia non si limitano a quelle fisiche (strade, telecomunicazioni ecc.) ma comprendono anche le infrastrutture umane, e cioè una forza di manodopera preparata ed istruita con capacità di innovazione e creatività. Comprendono inoltre le infrastrutture sociali, e cioè un sistema bancario e giudiziario funzionante.
Oggi una crisi economica diventa rapidamente una crisi sociale. Troppo spesso quando i nostri mezzi di comunicazione parlano della crisi asiatica, si parla solo della parte economica della crisi e si mostrano immagini della Borsa di Wall Street o di operatori economici ed esperti della finanza. Si dimentica il costo sociale ed umano di una tale crisi. Basti ricordare le stime del numero di persone cadute nella povertà estrema a causa della crisi asiatica.
E’ in questo contesto che dobbiamo considerare il problema del debito dei paesi poveri, che è certo un problema economico, ma che se non viene risolto tali paesi non saranno mai in grado di risolvere il problema della povertà e non saranno in grado di investire nelle persone, un investimento che porta benefici sia economici che sociali. Oggi, infatti, sono spesso le stesse misure che promuovono sia la crescita economica sostenibile che lo sviluppo sociale.
Viviamo in un mondo caratterizzato dall’interdipendenza. Si parla di una nuova architettura dell’economia mondiale. Ma troppo spesso si propongono disegni e progetti con gravi difetti strutturali. Nessun architetto penserebbe di costruire un edificio con un lato preparato con fondamenta sicure, attrezzato con tutti i mezzi più moderni, e l’altro su fondamenta insicure, esposto a tutte le tempeste, senza adeguati mezzi di sicurezza. E’ evidente che un tale edificio non sarebbe mai stabile, né tanto meno veramente abitabile. In un mondo caratterizzato dall’interdipendenza, nessuno può considerasi sicuro quando il vicino vive in stato di precarietà. Mai come oggi è esistito un consenso così ampio sul fatto che il nostro mondo ha a sua disposizione tutto ciò che è necessario per portare a compimento entro breve termine la lotta contro la povertà estrema. Abbiamo i mezzi. Conosciamo anche le modalità richieste.
Abbiamo celebrato in questi ultimi anni diverse Conferenze Internazionali su temi sociali e sullo sviluppo: quelle del Cairo, di Vienna, di Copenaghen. Sebbene siano emerse delle divergenze, anche su questioni importanti, in quella serie di Conferenze è emerso anche un notevole consenso sulla possibilità di eliminare in tempi abbastanza brevi la piaga della povertà estrema. Si tratta di destinare una serie di investimenti precisi al settore sociale, all’istruzione, alla promozione della salute primaria, oltre che agli investimenti che promuovono la democrazia e la partecipazione equa dei cittadini alla vita di un paese. Ormai queste misure sono codificate, quantificate e precisate per quando riguarda il relativo costo e le possibilità di attuazione entro termini precisi. Sono considerate parti integranti di una politica dello sviluppo moderno.
Ma per molti anni si era trascurata questa nuova visone nell’elaborazione dei programmi per la riduzione del debito dei paesi poveri, e particolarmente nello stabilire i criteri di sostenibilità del debito dei singoli paesi. Nessuno nega la necessità di porre condizioni sulla remissione del debito, insistendo, ad esempio, sulla riforma, anche strutturale, dell’economia e sull’elaborazione di politiche sociali adeguate. Ma le riforme non potranno essere concepite esclusivamente in termini di macroeconomia. Anzi, visto che abbiamo una nuova visione della centralità del sociale e dell'umano per la crescita economica, come possiamo continuare a chiedere ai paesi più poveri di ritenere meno importanti le spese per una politica sociale? Come dire ai paesi poveri che il mantenimento di un'adeguata politica sociale non appartiene oggi ad una politica per la sostenibilità nazionale? Trascurare la centralità della lotta contro la povertà e degli investimenti nelle persone costituirebbe una mancanza di impegno sociale ma ormai anche la promozione di un modello economico superato.
Da poco più di un anno, dunque, con la nuova iniziativa HIPC ("the extended HIPC initiative) si è finalmente arrivati ad un progetto che cerca di stabilire un legame organico tra riduzione del debito e programmi concreti per la riduzione della povertà. Ogni nazione che vuole entrare nel processo deve preparare una sua propria strategia per la riduzione della povertà. Secondo le norme, deve essere il paese povero stesso ad assumere il "posto di guida", ad assumere cioè la responsabilità di questa strategia, consultando ampiamente non solamente i paesi e le organizzazioni donatori, ma anche i propri cittadini e i loro rappresentanti.
E’ ancora troppo presto per valutare il successo o meno di questa nuova iniziativa. Certo, preparare una nuova strategia sociale consultando la cittadinanza, non è così facile per paesi i quali spesso sono appena emersi dal conflitto armato o da un regime dittatoriale.
Inoltre, i funzionari dei Ministeri delle Finanze o delle Istituzioni Finanziarie internazionali non sono necessariamente le persone più adatte a verificare il funzionamento di una strategia contro la povertà. Occorre evitare che essi diano da dietro le istruzioni a chi è al "posto di guida". Occorre anche vigilare affinché sia la vera società civile ad essere consultata ed a eseguire i nuovi programmi, e non i rappresentanti delle grandi ONG internazionali, con una mentalità non tanto diversa da quella dei funzionari governativi internazionali. In troppi casi, il campo dell’umanitario è diventato un business, piuttosto che un movimento di vera solidarietà e di gratuità, caratteristica essenziale della carità cristiana.
La dimensione sociale dei programmi di riduzione del debito non deve però apparire come una nuova ed ulteriore condizionalità. Piuttosto occorre trovare nuove modalità di cooperazione, tra tutti i protagonisti - governi, società civile e organizzazioni internazionali - al servizio e per il bene dei poveri.
Allora, il problema del debito è una sola dimensione di un contesto più ampio, quello del finanziamento di una politica incisiva contro la povertà e le disuguaglianze. Ma è proprio una coerente lettura di questo contesto più ampio, di questo nuovo concetto integrato di sviluppo sostenibile, che richiede di ridefinire il concetto di sostenibilità del debito, in modo da tenere in considerazione la dimensione sociale. Il contesto più ampio rafforza la tesi della necessità di una risoluzione tempestiva e definitiva del problema del debito dei paesi poveri.
A nome del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, rilancio oggi l'appello ad attivare iniziative più incisive in vista di risolvere il problema del debito dei paesi più poveri. E' l'appello del Papa. E' l'appello di alcuni governi. Ma è anche un appello popolare che viene da tanti gruppi e movimenti sensibili alla sofferenza dei paesi più poveri. Si chiede che la comunità internazionale guardi, nello spirito del Giubileo biblico, all'anno 2000 come all'anno di incisive iniziative per la risoluzione definitiva della questione del debito.
In questi giorni il Congresso degli Stati Uniti ha finalmente stanziato il contributo degli Stati Uniti all’iniziativa HIPC. Ormai un’ulteriore importante ostacolo è stato tolto dalla strada della sua piena applicazione. E’ importante non deludere le aspettative di milioni di cittadini comune dei paesi ricchi e dei paesi poveri che desiderano che il maggior numero di paesi tragga il maggior beneficio entro questo anno 2000. Il empo delle mezze misure è ormai superato.
Anche i paesi poveri devono assumere le proprie responsabilità. Ai governi dei paesi poveri è affidata la responsabilità del futuro delle loro popolazioni. Su di essi ricade la responsabilità di una diversa gestione dell'economia e della preoccupazione per i più deboli. Nella ricerca di soluzioni sostenibili, essi devono fare in modo che ogni utile ricavo proveniente dalla riduzione del peso del debito del passato, sia destinato al beneficio dei cittadini, soprattutto che sia investito a favore dei giovani, ragazzi e ragazze, offrendo loro una base più sicura per la loro partecipazione al futuro. E’ particolarmente preoccupante di riscontrare, proprio da parte di alcuni paesi che stanno per entrare nel processo HIPC, un aumento nelle spese militari.
L'appello va al cosiddetto "settore privato", alle banche, all'industria, agli imprenditori. Si tratta del settore che ha forse le maggiori opportunità di guadagno dal nuovo assetto globale dell'economia. Da parte sua deve trovare la maniera, attraverso l'investimento, e attraverso la condivisione di conoscenze e tecnologie, di portare il suo contributo allo sviluppo e alla crescita dei paesi più poveri. Occorre anche superare il protezionismo di alcuni settori del mercato del Nord.
Con la solidarietà di tutti si potranno trovare le soluzioni tecniche per risolvere il problema del debito internazionale, e fare in modo che tale situazione non si ripeta, ma che i rapporti tra le nazioni diventino più equi ed armoniosi nel rispetto della dignità di ogni persona.
Tradurre la riduzione del debito in una politica decisiva contro la povertà non è, però, un compito per i soli governi. Occorre creare un’opinione pubblica favorevole e coinvolgere la società civile, nell’elaborazione e nella verifica dei programmi. Sono i cittadini stessi che subiscono le conseguenze negative dei programmi di riforma economica. Devono essere consultati. Si deve sentire la loro voce. Devono essere aiutati ad articolare bene le loro esigenze. Qui le persone che hanno con grande zelo e determinazione sostenuto le campagne e le raccolte di firme, dovranno ora impegnarsi nella promozione nei paesi indebitati di una società civile vivace e responsabile.
Mentre i fondi necessari per lanciare la nuova HIPC sono ormai già a disposizione, è evidente che se la riduzione del debito non deve succedere a scapito di altri bisogni urgenti nel campo dello sviluppo, occorre anche una nuova ed ingente iniezione di fondi per la cooperazione internazionale. Occorre creare una nuova ed autentica cultura della solidarietà internazionale. Occorre combattere le tendenze nei paesi ricchi verso l’isolazionismo ed il protezionismo. Sarebbe un vero paradosso se i paesi ricchi dedicassero fondi alla riduzione del debito e allo stesso tempo continuassero a bloccare l’equo accesso ai loro mercati dei prodotti di quegli stessi paesi. E’ ingiusto chiedere ai paesi poveri di intraprendere i sacrifici associati alla transizione verso una vera economia di mercato, e poi bloccare l’accesso dei loro prodotti ai mercati importanti, con sistemi di protezionismo contrari ai meccanismi del mercato.
Dall’altra parte occorre creare una nuova politica nei paesi poveri in cui lo spreco, la corruzione e l’inefficienza siano eliminati e sostituiti con programmi mirati a rispondere alle necessità dei più poveri, specialmente nei settore istruzione e salute.
Naturalmente occorre anche eliminare le spese inutili e non produttive dei paesi poveri. In particolare - e qui torno ad un tema a me caro - occorre ridurre le spese per le armi. Occorre raggiungere un consenso internazionale sul principio di stabilire un tetto massimo per le spese militari, determinato in termini di una percentuale delle spese nazionali. Occorre eliminare ogni forma di sovvenzione o incentivo da parte dei paesi del Nord del mondo alle industrie che forniscono armi alle zone in conflitto del Sud.
Infine, occorre ora procedere con decisione. Non lasciamo passare questa opportunità dell’Anno Giubilare, senza intraprendere un passo decisivo verso la risoluzione definitiva della crisi del debito. E’ ampiamente riconosciuto che questo è fattibile. Come afferma il Papa: "sono i poveri che pagano il prezzo delle indecisioni e dei ritardi".

 
 

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 11 giugno, 2008