"Pace
in terra agli uomini, che Dio ama" è il tema scelto dal Papa per il suo Messaggio
per la Giornata Mondiale della pace dellanno 2000. E il Papa riassume il contenuto
centrale del suo Messaggio con una frase molto semplice, frase ripetuta con formulazioni
leggermente diverse in varie parti del suo testo: "lumanità è chiamata da
Dio a formare ununica famiglia".
Oggi è necessario ritrovare il senso di questa affermazione. Troppo spesso viviamo in una
cultura segnata da un forte individualismo filosofico. E questo individualismo filosofico
si manifesta concretamente in una fuga dalla solidarietà, sia a livello delle singole
persone, ma anche a livello istituzionale.
Oggi, ad esempio, il livello degli aiuti internazionali per lo sviluppo - cioè i fondi
governativi destinati allo sviluppo - ha toccato il suo record negativo. Mentre di recente
si comincia a riscontrare un primo leggero aumento, il livello è molto più basso
rispetto al "Target internazionale" dello 0.7% del prodotto nazionale, che è
infatti intorno allo 0.25%, La differenza tra limpegno preso e laiuto
effettivamente stanziato ammonterebbe a circa 100 miliardi di dollari annui.
Un fenomeno analogo si riscontra con la crescita di politiche di isolazionismo e di
protezionismo in diverse parti del mondo, politiche che sono effettivamente il contrario
della tanto vantata "globalizzazione". Occorre ricordare che ormai nessuna
persona, nessuna nazione, nessuna economia - neanche quella più forte - può pensare di
farcela da sola, di vivere isolata dagli altri paesi. La interdipendenza è un dato di
fatto. Quello che succede in una parte del mondo ha degli effetti in tutti gli altri. Lo
abbiamo visto in occasione della crisi economica nel Sud-Est asiatico, dove
linstabilità si è dimostrata contagiosa, toccando rapidamente diverse parti del
globo. Ancora oggi, i primi segni di nuova volatilità nel sistema dei mercati
internazionali provocano brividi agli operatori anche delle economie più forti e più
stabili.
La stessa interdipendenza si riscontra nella questione, ad esempio, dellambiente.
E sempre più evidente che lintervento delluomo a danno
dellambiente e del creato in una parte del mondo rischia di provocare una reazione
negativa altrove.
Linterdipendenza è un dato di fatto. Allora il fatto della interdipendenza
deve portare ad un rinnovato senso della solidarietà. Altrimenti porterà alla paura,
alla sfiducia, allisolazionismo e poi alla tensione tra popoli e nazioni che è
allorigine delle guerre e dei conflitti bellici o economici.
E vero quello che il Papa dice nel suo Messaggio. "Ci sarà pace nella misura
in cui tutta lumanità saprà riscoprire la sua originaria vocazione ad essere
ununica famiglia". E il Papa sottolinea che è ancora questo principio
che deve guidare ed ispirare il processo della globalizzazione. La globalizzazione
costituirà un bene se riesce a fare "dellumanità una sola famiglia fondata
sui valori della giustizia, dellequità e della solidarietà" (n.5).
In tutto questo contesto, si è parlato molto in questo anno giubilare della questione del
debito estero dei paesi poveri. Forse occorre dire che il tema del debito estero non è il
tema centrale della riflessione sociale della Chiesa in occasione del Giubileo! Il
problema del debito non è il problema principale dei paesi poveri. Il tema del debito fa
parte di una preoccupazione più grande ed importante che non dobbiamo mai perdere
di vista.
Forse molti di voi si chiederanno come mai chi come me viene a parlare ad una Conferenza
sul debito possa pensare di iniziare le sue riflessioni con una affermazione del genere.
Lasciatemi spiegare il mio intento.
Pensate alla presentazione del concetto biblico di Giubileo che si trova nella Tertio
Millennio Adveniente di Giovanni Paolo II, dove il Papa spiega come "le parole e
le opere di Gesù costituiscono... il compimento dellintera tradizione del
Giubileo".
Lanno giubilare era "un anno di emancipazione di tutti gli abitanti della terra
bisognosi di liberazione" (TMA, 12) Si rientrava in possesso della terra, si
liberavano gli schiavi - si toglieva anzi il peso di ogni forma di schiavitù, si
rimettevano i debiti. Il Giubileo è stato un momento privilegiato di protezione dei
deboli e voleva ristabilire leguaglianza tra i figli dIsraele.
Allora, come oggi, il tema della remissione del debito era inserito in un contesto più
grande e vasto. Oggi, come ai tempi biblici, lanno giubilare è destinato a
ripristinare la giustizia sociale e a rendere ogni persona capace di assumere il proprio
ruolo nella dignità che gli appartiene.
E possibile realizzare oggi questa visione del Giubileo? Questa visione,
specialmente il concetto della remissione del debito, non è forse più un pio sentimento
religioso che una proposta realistica che la comunità delle nazioni e il mondo delle
finanze dovrebbero mettere in pratica? Si sa che, almeno fino a poco tempo fa,
cerano delle personalità politiche ed esperti del mondo economico che ritenevano
questa visione non solamente non realistica, ma addirittura dannosa e controproducente. Ma
qualcosa sta cambiando.
Occorre esaminare più da vicino linsegnamento del Papa. Egli nota che "sulla
base della normativa giuridica" contenuta nei precetti giubilari "si viene
delineando una certa dottrina sociale". Questa dottrina indica la strada che
si deve seguire per raggiungere il nostro traguardo, cioè di "restituire
uguaglianza" a tutti i figli della terra e restaurare rapporti di armonia ed equità
nei rapporti umani.
Oggi, occorre esaminare le cause del crescente aumento delle disuguaglianze: tra i paesi
ricchi e quelli poveri, allinterno delle singole nazioni. Guardando al problema
della devastante povertà che colpisce milioni dei nostri fratelli e sorelle,
soprattutto nei paesi poveri, si vede la necessità di procedere ad una rinnovata dottrina
o piano, che dovrà dare origine poi ad un suo quadro giuridico e a una sua
normativa.
E ormai sempre più evidente il fatto che la persona umana è la risorsa centrale
di una economia moderna. Investire nelle persone, nelle loro capacità creative e
innovative diventa un imperativo economico oltre che sociale e morale. Anzi la distinzione
tra il fattore "economico" e "il sociale" è oggi diventata meno
radicale, data la natura di una economia fondata sulla conoscenza. Non si avrà progresso
sociale senza una crescita economica sostenuta. Ma ormai si comincia anche a comprendere
che il progresso economico se vuole essere solido e durevole richiede anche la stabilità
e la coesione sociale. Le infrastrutture di una economia non si limitano a quelle fisiche
(strade, telecomunicazioni ecc.) ma comprendono anche le infrastrutture umane, e cioè una
forza di manodopera preparata ed istruita con capacità di innovazione e creatività.
Comprendono inoltre le infrastrutture sociali, e cioè un sistema bancario e giudiziario
funzionante.
Oggi una crisi economica diventa rapidamente una crisi sociale. Troppo spesso quando i
nostri mezzi di comunicazione parlano della crisi asiatica, si parla solo della parte
economica della crisi e si mostrano immagini della Borsa di Wall Street o di operatori
economici ed esperti della finanza. Si dimentica il costo sociale ed umano di una
tale crisi. Basti ricordare le stime del numero di persone cadute nella povertà estrema a
causa della crisi asiatica.
E in questo contesto che dobbiamo considerare il problema del debito dei paesi
poveri, che è certo un problema economico, ma che se non viene risolto tali paesi non
saranno mai in grado di risolvere il problema della povertà e non saranno in grado di
investire nelle persone, un investimento che porta benefici sia economici che sociali.
Oggi, infatti, sono spesso le stesse misure che promuovono sia la crescita economica
sostenibile che lo sviluppo sociale.
Viviamo in un mondo caratterizzato dallinterdipendenza. Si parla di una nuova
architettura delleconomia mondiale. Ma troppo spesso si propongono disegni e
progetti con gravi difetti strutturali. Nessun architetto penserebbe di costruire un
edificio con un lato preparato con fondamenta sicure, attrezzato con tutti i mezzi più
moderni, e laltro su fondamenta insicure, esposto a tutte le tempeste, senza
adeguati mezzi di sicurezza. E evidente che un tale edificio non sarebbe mai
stabile, né tanto meno veramente abitabile. In un mondo caratterizzato
dallinterdipendenza, nessuno può considerasi sicuro quando il vicino vive in stato
di precarietà. Mai come oggi è esistito un consenso così ampio sul fatto che il nostro
mondo ha a sua disposizione tutto ciò che è necessario per portare a compimento entro
breve termine la lotta contro la povertà estrema. Abbiamo i mezzi. Conosciamo anche le
modalità richieste.
Abbiamo celebrato in questi ultimi anni diverse Conferenze Internazionali su temi sociali
e sullo sviluppo: quelle del Cairo, di Vienna, di Copenaghen. Sebbene siano emerse delle
divergenze, anche su questioni importanti, in quella serie di Conferenze è emerso anche
un notevole consenso sulla possibilità di eliminare in tempi abbastanza brevi la piaga
della povertà estrema. Si tratta di destinare una serie di investimenti precisi al
settore sociale, allistruzione, alla promozione della salute primaria, oltre che
agli investimenti che promuovono la democrazia e la partecipazione equa dei cittadini alla
vita di un paese. Ormai queste misure sono codificate, quantificate e precisate per quando
riguarda il relativo costo e le possibilità di attuazione entro termini precisi. Sono
considerate parti integranti di una politica dello sviluppo moderno.
Ma per molti anni si era trascurata questa nuova visone nellelaborazione dei
programmi per la riduzione del debito dei paesi poveri, e particolarmente nello stabilire
i criteri di sostenibilità del debito dei singoli paesi. Nessuno nega la necessità di
porre condizioni sulla remissione del debito, insistendo, ad esempio, sulla riforma, anche
strutturale, delleconomia e sullelaborazione di politiche sociali adeguate. Ma
le riforme non potranno essere concepite esclusivamente in termini di macroeconomia. Anzi,
visto che abbiamo una nuova visione della centralità del sociale e dell'umano per la
crescita economica, come possiamo continuare a chiedere ai paesi più poveri di
ritenere meno importanti le spese per una politica sociale? Come dire ai paesi poveri che
il mantenimento di un'adeguata politica sociale non appartiene oggi ad una politica per la
sostenibilità nazionale? Trascurare la centralità della lotta contro la povertà e degli
investimenti nelle persone costituirebbe una mancanza di impegno sociale ma ormai anche la
promozione di un modello economico superato.
Da poco più di un anno, dunque, con la nuova iniziativa HIPC ("the extended HIPC
initiative) si è finalmente arrivati ad un progetto che cerca di stabilire un legame
organico tra riduzione del debito e programmi concreti per la riduzione della povertà.
Ogni nazione che vuole entrare nel processo deve preparare una sua propria strategia per
la riduzione della povertà. Secondo le norme, deve essere il paese povero stesso ad
assumere il "posto di guida", ad assumere cioè la responsabilità di questa
strategia, consultando ampiamente non solamente i paesi e le organizzazioni donatori, ma
anche i propri cittadini e i loro rappresentanti.
E ancora troppo presto per valutare il successo o meno di questa nuova iniziativa.
Certo, preparare una nuova strategia sociale consultando la cittadinanza, non è così
facile per paesi i quali spesso sono appena emersi dal conflitto armato o da un regime
dittatoriale.
Inoltre, i funzionari dei Ministeri delle Finanze o delle Istituzioni Finanziarie
internazionali non sono necessariamente le persone più adatte a verificare il
funzionamento di una strategia contro la povertà. Occorre evitare che essi diano da
dietro le istruzioni a chi è al "posto di guida". Occorre anche vigilare
affinché sia la vera società civile ad essere consultata ed a eseguire i nuovi
programmi, e non i rappresentanti delle grandi ONG internazionali, con una mentalità non
tanto diversa da quella dei funzionari governativi internazionali. In troppi casi, il
campo dellumanitario è diventato un business, piuttosto che un movimento di vera
solidarietà e di gratuità, caratteristica essenziale della carità cristiana.
La dimensione sociale dei programmi di riduzione del debito non deve però apparire come
una nuova ed ulteriore condizionalità. Piuttosto occorre trovare nuove modalità di
cooperazione, tra tutti i protagonisti - governi, società civile e organizzazioni
internazionali - al servizio e per il bene dei poveri.
Allora, il problema del debito è una sola dimensione di un contesto più ampio,
quello del finanziamento di una politica incisiva contro la povertà e le disuguaglianze.
Ma è proprio una coerente lettura di questo contesto più ampio, di questo nuovo
concetto integrato di sviluppo sostenibile, che richiede di ridefinire il concetto di
sostenibilità del debito, in modo da tenere in considerazione la dimensione sociale.
Il contesto più ampio rafforza la tesi della necessità di una risoluzione tempestiva e
definitiva del problema del debito dei paesi poveri.
A nome del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, rilancio oggi l'appello ad
attivare iniziative più incisive in vista di risolvere il problema del debito dei paesi
più poveri. E' l'appello del Papa. E' l'appello di alcuni governi. Ma è anche un appello
popolare che viene da tanti gruppi e movimenti sensibili alla sofferenza dei paesi più
poveri. Si chiede che la comunità internazionale guardi, nello spirito del Giubileo
biblico, all'anno 2000 come all'anno di incisive iniziative per la risoluzione definitiva
della questione del debito.
In questi giorni il Congresso degli Stati Uniti ha finalmente stanziato il contributo
degli Stati Uniti alliniziativa HIPC. Ormai unulteriore importante ostacolo è
stato tolto dalla strada della sua piena applicazione. E importante non deludere le
aspettative di milioni di cittadini comune dei paesi ricchi e dei paesi poveri che
desiderano che il maggior numero di paesi tragga il maggior beneficio entro questo anno
2000. Il empo delle mezze misure è ormai superato.
Anche i paesi poveri devono assumere le proprie responsabilità. Ai governi dei paesi
poveri è affidata la responsabilità del futuro delle loro popolazioni. Su di essi ricade
la responsabilità di una diversa gestione dell'economia e della preoccupazione per i più
deboli. Nella ricerca di soluzioni sostenibili, essi devono fare in modo che ogni utile
ricavo proveniente dalla riduzione del peso del debito del passato, sia destinato al
beneficio dei cittadini, soprattutto che sia investito a favore dei giovani, ragazzi e
ragazze, offrendo loro una base più sicura per la loro partecipazione al futuro. E
particolarmente preoccupante di riscontrare, proprio da parte di alcuni paesi che stanno
per entrare nel processo HIPC, un aumento nelle spese militari.
L'appello va al cosiddetto "settore privato", alle banche, all'industria,
agli imprenditori. Si tratta del settore che ha forse le maggiori opportunità di guadagno
dal nuovo assetto globale dell'economia. Da parte sua deve trovare la maniera, attraverso
l'investimento, e attraverso la condivisione di conoscenze e tecnologie, di portare il suo
contributo allo sviluppo e alla crescita dei paesi più poveri. Occorre anche superare il
protezionismo di alcuni settori del mercato del Nord.
Con la solidarietà di tutti si potranno trovare le soluzioni tecniche per risolvere il
problema del debito internazionale, e fare in modo che tale situazione non si ripeta, ma
che i rapporti tra le nazioni diventino più equi ed armoniosi nel rispetto della dignità
di ogni persona.
Tradurre la riduzione del debito in una politica decisiva contro la povertà non è,
però, un compito per i soli governi. Occorre creare unopinione pubblica favorevole
e coinvolgere la società civile, nellelaborazione e nella verifica dei programmi.
Sono i cittadini stessi che subiscono le conseguenze negative dei programmi di riforma
economica. Devono essere consultati. Si deve sentire la loro voce. Devono essere aiutati
ad articolare bene le loro esigenze. Qui le persone che hanno con grande zelo e
determinazione sostenuto le campagne e le raccolte di firme, dovranno ora impegnarsi nella
promozione nei paesi indebitati di una società civile vivace e responsabile.
Mentre i fondi necessari per lanciare la nuova HIPC sono ormai già a disposizione, è
evidente che se la riduzione del debito non deve succedere a scapito di altri bisogni
urgenti nel campo dello sviluppo, occorre anche una nuova ed ingente iniezione di fondi
per la cooperazione internazionale. Occorre creare una nuova ed autentica cultura della
solidarietà internazionale. Occorre combattere le tendenze nei paesi ricchi verso
lisolazionismo ed il protezionismo. Sarebbe un vero paradosso se i paesi ricchi
dedicassero fondi alla riduzione del debito e allo stesso tempo continuassero a bloccare
lequo accesso ai loro mercati dei prodotti di quegli stessi paesi. E ingiusto
chiedere ai paesi poveri di intraprendere i sacrifici associati alla transizione verso una
vera economia di mercato, e poi bloccare laccesso dei loro prodotti ai mercati
importanti, con sistemi di protezionismo contrari ai meccanismi del mercato.
Dallaltra parte occorre creare una nuova politica nei paesi poveri in cui lo spreco,
la corruzione e linefficienza siano eliminati e sostituiti con programmi mirati a
rispondere alle necessità dei più poveri, specialmente nei settore istruzione e salute.
Naturalmente occorre anche eliminare le spese inutili e non produttive dei paesi poveri.
In particolare - e qui torno ad un tema a me caro - occorre ridurre le spese per le armi.
Occorre raggiungere un consenso internazionale sul principio di stabilire un tetto massimo
per le spese militari, determinato in termini di una percentuale delle spese nazionali.
Occorre eliminare ogni forma di sovvenzione o incentivo da parte dei paesi del Nord del
mondo alle industrie che forniscono armi alle zone in conflitto del Sud.
Infine, occorre ora procedere con decisione. Non lasciamo passare questa opportunità
dellAnno Giubilare, senza intraprendere un passo decisivo verso la risoluzione
definitiva della crisi del debito. E ampiamente riconosciuto che questo è
fattibile. Come afferma il Papa: "sono i poveri che pagano il prezzo delle
indecisioni e dei ritardi". |