LA FELICITA' POSSIBILE!
I bambini delle favelas
2-14 febbraio 2009
Edus propone la
MOSTRA FOTOGRAFICA
"LA FELICITA' POSSIBILE: I BAMBINI DELLE FAVELAS"
Dal
2 al 14
febbraio 2009 presso
la sala espositiva di
Piazza Dante Palazzo della Regione
Orario continuato dalle ore 09.00 alle ore 20.00 - INGRESSO
LIBERO
“La
felicità possibile: i bambini delle favelas”, è il tema
della mostra fotografica che l’organizzazione non
governativa Edus – Educazione e Sviluppo – propone dal 2 al
14 febbraio con orario continuato dalle 9.00 alle 20.00
negli spazi espositivi situati a piano terra del Palazzo
della Regione (ingresso da piazza Dante a Trento).
Le immagini documentano la realtà delle famiglie che
popolano le baracche della megalopoli brasiliana di Belo
Horizonte, che l’alluvione del 1977 costrinse a cercare
rifugio in una chiesa. Cessate le piogge, quando il fiume
ritornò al suo livello normale, le famiglie rientrarono
nelle favelas e un’infermiera, Rosetta Brambilla, iniziò ad
andarle a trovare.
Da allora le baracche divennero qualcosa di più di un punto
di incontro tra chi chiede aiuto e chi lo offre, perché
Rosetta, insieme a don Pigi Bernareggi, missionario in
Brasile dal 1962, e a decine di persone dell’Avsi
(Associazione volontari per il servizio internazionale),
diede vita negli anni ad opere d’assistenza, asili, scuole,
dispensari, corsi di formazione e d’igiene, ma soprattutto
ad una rete di relazioni umane e sociali capaci di dare
senso al vivere anche in una situazione degradata come
quella delle favelas.
Tutto ciò è documentato dalle immagini fissate dal fotografo
meranese Fabrizio Arigossi che, lungi dall’offrire in questa
mostra un reportage “distaccato”, rende visibili le
caratteristiche dell’esperienza educativa e di condivisione
portata avanti da Avsi con i bambini e le famiglie di Belo
Horizonte: la centralità della persona, il fare insieme, la
positività. Inoltre i pannelli raccontano con le parole di
Rosetta Brambilla e di altri volontari, la nascita e lo
svilupparsi delle iniziative nate da questo singolare
approccio umano nelle favelas di Belo Horizonte, iniziative
riunite sotto la sigla “Obras educativas Padre Giussani”.
PHOTO GALLERY DELLA PRESENTAZIONE
2 febbraio 2008 ore
18.00 inaugurazione della Mostra fotografica.
Partecipa Fabrizio Arigossi
(autore delle foto) e Lia Giovanazzi Beltrami Assessore alla
solidarietà internazionale e alla convivenza

I
BAMBINI DELLE FAVELAS
«Tutto cominciò con l’alluvione del ’77: le poche famiglie
che c’erano allora le avevano alloggiate in chiesa finché il
fiume ritornasse al suo livello normale. Quando le famiglie,
passate le piogge, sono ritornate nelle loro baracche, ho
iniziato ad andarle a trovare a “casa” loro e da
quest’amicizia è nata la “baracca” come punto d’incontro e
attività». Rosetta Brambilla, infermiera brianzola da
quarant’anni in Brasile, racconta così l’inizio della sua
presenza nelle favelas di Belo Horizonte.
La situazione di bisogno è un’occasione che non esaurisce il
rapporto fra chi chiede aiuto e chi lo offre. Così, Rosetta,
insieme a don Pigi Bernareggi, missionario in Brasile dal
1962, e a decine di volontari di Avsi, ha dato vita negli
anni ad opere d’assistenza, asili, scuole, dispensari, corsi
di formazione e d’igiene, ma soprattutto ad una rete di
relazioni umane e sociali che danno senso al vivere anche in
una situazione degradata come quella delle favelas
brasiliane.
Questa mostra nasce dall’incontro tra un fotografo meranese,
Fabrizio Arigossi, sostenitore dell’attività di Avsi, e
l’esperienza in atto a Belo Horizonte. La sequenza
d’immagini esposta non è il reportage di un osservatore
neutrale, per quanto sensibile. Attraverso il particolare
colto dall’obiettivo della macchina fotografica, vuole
invece testimoniare un’esperienza di carità che, pur
partendo dal bisogno, non si ferma ad esso. La centralità
della persona, il fare insieme, la positività: è il “metodo”
insegnato da don Luigi Giussani.
Belo Horizonte, capitale dello Stato del Minas Gerais, è
stata fondata poco più di un secolo fa secondo un progetto
che prevedeva 100 mila abitanti. Oggi, la città,
eminentemente industriale, ha una popolazione di oltre 2
milioni e mezzo d’abitanti che supera i 4 milioni se si
considerano i municipi della regione metropolitana.
Una parte importante di questa popolazione – oltre il 22%
secondo le più recenti stime – vive nella cosiddetta “città
informale”, in vilas e favelas, in condizioni molto
precarie, dovute all’assenza di infrastrutture, servizi e
possibilità d’accesso al lavoro.
Abitazioni fatiscenti, alta disoccupazione, reddito
insufficiente, disgregazione familiare, instabilità del
tessuto sociale: tutto ciò si ripercuote soprattutto su
bambini e ragazzi, i più esposti all’abbandono, alla
violenza ed allo sfruttamento.
La conseguenza più comune per questi bambini è quella
dell’abbandono della scuola per l’entrata precoce nel mondo
del lavoro, spesso associata alla vita in «strada». Nella
maggioranza dei casi ciò compromette definitivamente per
questi bambini la possibilità di studiare ed in seguito
qualificarsi professionalmente per emergere dalla loro
condizione sociale.
Ecco perché centrale nell’azione di Avsi è il sostegno ad
opere educative. I cartelli che seguono documentano,
attraverso le parole di Rosetta Brambilla e di altri
volontari, la nascita e lo svilupparsi di queste opere nelle
favelas di Belo Horizonte, attualmente riunite sotto la
sigla “Obras educativas Padre Giussani”.
Sono quattro gli asili (creches) dell’Obras Educativas Padre
Giussani attivi attualmente nelle favelas di Belo Horizonte.
L’asilo “Etelvina Caetano de Jesus” nacque nel 1978, sotto
un semplice tendone. Seguirono, negli anni successivi, le
creches “Jardim Felicidade”, “Dora Ribeiro” e “Gilmara
Iris”.
«Il lavoro educativo comprende momenti d’incontro, visite
alle case, gite, laboratori, feste con la partecipazione
delle famiglie e di tutte le persone della comunità che lo
desiderano.
Per le mamme l’asilo è diventato nel tempo un punto di
riferimento ed è per tutte loro un luogo dove si possono
incontrare amici, conversare, imparare e costruire. Fin dai
primi anni si è loro offerta l’opportunità di imparare ad
accudire i figli e la casa partecipando alle attività
dell’asilo. Oltre ad imparare a lavare, stirare e spazzare,
hanno scoperto che potevano ed erano capaci di dialogare,
coccolare e accarezzare i propri figli».
(Helena Perdigão, ottobre 2004)
Fra
la fine del 2001 e l´inizio del 2002, l’Associação Creche
Jardim Felicidade ha costruito nel bairo “Jardim Felicidade"
il Centro "Casa Novella", una struttura d’accoglienza per
bambini abbandonati o in situazioni di rischio.
«In casi d’emergenza, il poter offrire rapidamente un aiuto
e un sostegno materiale e psicologico è di fondamentale
importanza e l’allontanamento provvisorio dall’ambito
familiare, a volte, può rappresentare l’unica possibilità di
sopravvivenza per questi bambini.
Il lavoro con le famiglie è un lavoro impegnativo, non privo
d’insuccessi, di passi avanti e poi di ritorno al punto di
partenza, ma vale la pena sempre, perché significa
valorizzare e rafforzare ciò che le persone hanno costruito,
la loro storia, le relazione esistenti, cioè quel tessuto
sociale e quell’insieme di esperienze che costituiscono il
loro patrimonio di vita».
(Rosetta Brambilla, dicembre2002)
Il
Centro Alvorada è sorto nel 1998 con lo scopo di offrire un
luogo educativo per bambini, giovani e adolescenti del
quartiere Jardim Felicidade.
Oggi,
ospita 240 adolescenti dai 6 ai 15 anni ed offre, oltre ad
un aiuto scolastico, laboratori di teatro, musica,
informatica, arte su legno e attività ricreative. Il Centro
Alvorada si prende cura, inoltre, di altri 78 giovani da 15
fino ai 18 anni che sono accompagnati ed introdotti nel
mondo del lavoro.
«Il
Centro socio-educativo Alvorada è nato dall’amicizia fra
cinque professori e alcune famiglie, che volevano poter
offrire continuità stabile al lavoro educativo svolto
dall’Asilo Jardim Felicidade.
Non è
stato pensato come “un progetto a tavolino”, ma si è
sviluppato rispondendo alle esigenze che bambini e famiglie
evidenziavano. Oltre al doposcuola, sono così nate attività
differenziate come i laboratori di teatro, musica e danza
per accompagnare i giovani nella riscoperta del bello e
della tradizione, l’officina di falegnameria per insegnare
l’ordine e l’importanza del lavoro manuale, il laboratorio
di informatica e la biblioteca per assaporare il gusto del
conoscere, il cinema e lo sport per imparare a divertirsi.
Dal
2003, attraverso il progetto “Adolescentes Trabalhadores”
del Banco do Brasil, il Centro Alvorada ha iniziato ad
accompagnare circa 100 giovani di 16-17 anni nell’avventura
dal primo lavoro; rinsalda le motivazioni, offre sostegno
nelle difficoltà del lavoro e aiuto scolastico».
(Cristina Soffiantini, ottobre 2007)
LA PRIMA CARITÀ È L’EDUCAZIONE
«L’accoglienza in contesti caratterizzati da povertà,
rappresenta non solo una soluzione per bambini, ma si
traduce in un’esperienza educativa per la comunità intera
che spinge nel tempo a ridare al nucleo famigliare
un’identità precisa e quindi una solidità».
(Rosetta Brambilla, Dicembre
2002)
«Fin
dall’inizio delle creches lo sguardo al bambino si è sempre
rivolto anche all’ambito educativo al quale appartiene, che
è la famiglia, anche se molte volte non sapeva affrontare il
proprio compito o avesse bisogno dell’aiuto di qualcuno per
scoprirlo. Durante il cammino di questi anni il poter
partecipare del cambiamento di rapporto, assistendo al
miracolo di madri che cominciavano ad occuparsi dei loro
figli perché vedevano com’erano trattati ed amati nella
creche, ci ha sempre più convinti che questo è il cammino
certo».
(Rosetta Brambilla, S.
Natale 2003)
LA
CARITÀ SARÀ SEMPRE NECESSARIA
Quando
c'è qualcosa di bello in noi, noi ci sentiamo spinti a
comunicarlo agli altri. Quando si vedono altri che stanno
peggio di noi, ci sentiamo spinti ad aiutarli in qualcosa di
nostro. Tale esigenza è talmente originale, talmente
naturale, che è in noi prima ancora che ne siamo coscienti e
noi la chiamiamo giustamente legge dell'esistenza.
Questa “spinta” verso la carità non è qualcosa di esteriore
a noi, come un dovere, ma qualcosa che coincide con noi
stessi: siamo fatti così, abbiamo questa struttura. Questo
darsi, questo comunicarsi, questo interessarsi all’altro, fa
parte della nostra natura così come la sorprendiamo
nell’esperienza.
“Ti ho amato con un amore eterno e ho avuto pietà del tuo
niente”
(Geremia)
La vera
carità è questo entrare, questo condividere il nostro nulla
da parte del Figlio di Dio.
La carità non è una generosità: la generosità parte da
quello che a noi manca, che vogliamo riempire con qualcosa,
e prima o poi ci stanchiamo. La gratuità, invece, parte da
quello che sobbalza nel nostro cuore, da quello che ci
riempie, da quello che trabocca di quello che noi riceviamo
a nostra volta.
Se noi non allarghiamo la nostra ragione per essere
disponibili a cogliere, a sorprendere, a lasciare venire
fuori veramente il bisogno dell’altro, ci sembra sempre che
ci debba essere qualcuno che ci dice cosa dobbiamo essere o
qual è il nostro vero bisogno. Se non ci rendiamo veramente
disponibili ad ascoltare, ad accogliere il vero bisogno,
come possiamo non imporre la nostra misura?
Soltanto
condividendo ci rendiamo conto che «non siamo noi a farli
contenti.
(Julián
Carron)
Il
nostro bisogno è essere contenti, il nostro vero bisogno è
la felicità. L’unica vera giustizia piena è quella che
corrisponde alla nostra esigenza di pienezza; qualsiasi
altra idea di giustizia è riduttiva. Perciò andare fino in
fondo è come capire di più noi stessi, la realtà e il
bisogno che abbiamo noi, e che hanno gli altri, dell’unica
risposta, di che cosa mi corrisponde, perché attraverso
questa condivisione, attraverso l’impotenza del mio
tentativo, io capisco che quello di cui hanno bisogno è
quello di cui ho bisogno io: Cristo.
(Julián
Carron)
«La
carità sarà sempre necessaria, anche nella società più
giusta. Non c’è nessun ordinamento statale giusto che possa
rendere superfluo il servizio dell’amore. Chi vuole
sbarazzarsi dell’amore si dispone a sbarazzarsi dell’uomo in
quanto uomo”.
(Benedetto XVI, Deus caritas est, n. 28)
Gesù non
ha guarito tutti gli ammalati del suo tempo: avrebbe potuto
farlo, aveva la possibilità di farlo e non l’ha fatto.
Quando
sentiamo la nostra impotenza nel rispondere a tutti, non
dobbiamo scoraggiarci, perché neanche Lui, che poteva farlo,
l’ha fatto. Quando rispondiamo, quello che possiamo fare è
come un segno attraverso cui portiamo tutto.
Quello
che a noi tante volte manca è vedere nel particolare, nel
gesto concretissimo, la totalità. Per rispondere al bisogno
Gesù ha fatto, a volte, dei miracoli; attraverso quei segni
era come dicesse: «Guardate che ci sono io. Guardate che la
realtà è più grande di quello che voi avete in testa, e non
siete da soli con il vostro nulla: ci sono io qui». Questo
rispondeva molto di più al vero bisogno, perché rispondendo
al bisogno concreto, rendeva presente quella Sua presenza,
che era la risposta totale.
(Julián
Carrón)
Le
foto esposte sono state scattate da Fabrizio Arigossi a Belo
Horizonte e San Paolo in occasione di due viaggi in Brasile
nel gennaio 2005 e nel febbraio e marzo 2007.
Le
citazioni di don Luigi Giussani sono tratte da “Il senso
della caritativa”(1° ed. Milano, 1961); quelle di don Julián
Carrón si riferiscono all’intervento all’assemblea dei
responsabili delle Tende Avsi 2006/2007 e degli Avsi Point,
tenuta a Milano il 18 novembre 2006.
Hanno
collaborato:
Fabrizio Arigossi, Antonio Battistella, Emanuele Beltrami,
Alice Bertoli, Costanza Giatti, Gottardo Giatti, Martin
Götsch, Neide Lima de Oliveira, Giuseppe Marzano, Annamaria
Mendola, Franco Pedranz, Nicola Properzi, Cristina
Soffiantini, Marco Stefanini, Roberto Vivarelli

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