Testimonianza di Elio Croce
Missionario comboniano addetto
al St. Mary’s Lacor Hospital di Gulu in Uganda


 
24 maggio 2002 ore 20.45 Sala 2 Centro Servizi Culturali S. Chiara - Trento

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Introduzione

Le nostre tre ambulanze in meno di due mesi percorrono 17.700 chilometri. Portano in ospedale 564 persone. L’ebola non attira investimenti per la ricerca e per le terapie perché non offre nessuna  prospettiva di profitti. Però grazie alla volontà e caparbietà del nostro Dottor Matthew che molte volte lottava e si schierava contro il parere degli esperti sanitari mondiali che credevano che ogni intervento terapeutico sul malato fosse inutile, esistono le sue cartelle mediche con osservazioni, descrizioni meticolose dei sintomi variazioni giornaliere dei quadri clinici, intuizioni ed ipotesi cliniche. Questo prezioso lavoro condotto dal dott. Matthew è alla base di un risultato importantissimo : A Gulu nel nostro ospedale la mortalità è stata del 45 %, quasi la metà di quella segnalata in altre epidemie. Questo per voi possono essere numeri e statistiche  ma per noi dell’ospedale st. Mary di Lacor sono risultati ottenuti grazie alle persone che hanno assistito gli ammalati con totale dedizione, abnegazione  ed amore, senza paura fino alla fine Una storia tragica e grandiosa allo stesso tempo capace di ridarci fiducia e speranza per il futuro. Ringraziamo Il Signore, per l’Africa che per noi e per l’umanità intera ci da ancora persone come queste.

Io lavoro a Lacor, vicino a Gulu, dall’ 85. Sono fratello Comboninano. Sono addetto alle costruzioni. e tengo la manutenzione di tutte le attrezzature elettromedicali. Faccio in modo, nel limite del possibile, che ogni cosa funzioni ed i medici possano lavorare e dare il meglio di loro stessi. 

La zona di Gulu nel nord dell’Uganda, già da anni, (16 anni) è insanguinata dalla guerriglia ed ha dovuto affrontare in successione, e talvolta contemporaneamente, i problemi sanitari conseguenti a guerra ed epidemie...Menengite nel 93, colera nel 2000 ebola fine 2000. Il nostro ospedale si trova così ad affrontare contemporaneamente guerra ed epidemia di ebola. Infatti, il nove ottobre 2000, festa dell’Indipendenza, sono fatti e spediti i prelievi delle persone sospette al CDC di Atlanta (Centro controllo delle malattie e della prevenzione).e in Sudafrica. La notte stessa nel centro di Gulu una banda di ribelli assalta una discoteca piena di giovani , facendo diciotto  morti e una quarantina di feriti

 Cosa è l’ebola

 Ebola è un virus che prende il nome di un torrente in Congo dove si manifesto la prima epidemia nel ’76. Quindi è una malattia abbastanza recente e non si sa ancora quale sia il serbatoio del virus, Si tratta di una febbre emorragica che si manifesta come una banale Malaria, raffreddore  o influenza ,con dolori alle articolazioni, mal di testa, febbre, dolori al petto e dissenterie. In pochi giorni attacca tutti gli organi del corpo ed alla fine dissolve tutti i tessuti del corpo provocando grosse emorragie da tutte le mucose e da tutti gli orifizi. Provoca la morte nell’80% dei casi . E’ salita alla ribalta mondiale nel 95 quando a Kikwit nel nord est del Congo causò la morte di 240 persone. E’ sempre pericolosa per il personale sanitario. A Kikwit morirono 60 operatori sanitari tra cui sei suore italiane le poverelle di Bergamo che assistevano gli ammalati. Erano passati sei mesi prima che venisse dato l’allarme. In Gabon nel 1997 provoca 45 morti. Nel nostro distretto di Gulu L’ebola appare a fine settembre del 2000 e l’ultimo ammalato viene dimesso il 23 gennaio 2001.

La fine dell’epidemia è stata dichiarata quaranta giorni dopo il 23 Marzo esattamente un anno fa. Il virus ha infettato in pochi mesi più di 500 persone. Secondo i dati dell’OMS organizzazione mondiale della sanità ne sono morte 224. 14 erano operatori Sanitari del nostro ospedale tra cui il nostro direttore sanitario il dr. Matthew. 10 altre noste infermiere colpite dal virus sono guarite.

 

Cosa è successo in quei giorni (cronaca)

 Di quei giorni drammatici, scrivevo una specie di diario. Come un bollettino di guerra che mandavo ad amici per informarli di quello che succedeva a Gulu. Lo scrivevo  per non dimenticare questa esperienza generosa e insieme drammatica nel nostro ospedale, dove molte persone si sono donate volontariamente e disinteressatamente fino alla morte. La Dominique figlia del dott. Corti che attualmente si occupa della fondazione a sostegno dell’ospedale e che vive qui in Italia, l’ha voluto pubblicare così come era senza neanche farmelo completare o rileggerlo.

 Fin dal primo giorno dello scoppio dell’epidemia, sotto la direzione di Matthew, direttore dell’ospedale,  facevo tutto quello che mi dicevano di fare, seguivamo un manuale del OMS, organizzare l’isolamento con stanze successive dove le infermiere e medici si cambiavano si vestivano e si decontaminavano, fare scaffali per le scarpe e per i stivali , attaccapanni per i camici e le tute, vasche di lamiera piene di soluzione di clorina o varechina dove passavano dentro con gli  stivali, dai leva stivali all’inceneritore, dallo smaltimento del materiale infetto al fare le bare e seppellire i morti. Ero quindi libero anche di entrare nei reparti per  trovare e portare conforto agli ammalati, mentre andavo a fare qualche lavoro di riparazione acqua-luce-ossigeno, o quando mi chiamavano a fare qualche lastra radiografica al torace di alcuni pazienti. Essendo saltuario, non ero esposto al contagio come quelli che lavoravano per molte ore al giorno nel reparto di isolamento.. Ancora ignaro dell’epidemia, trasportai la salma di Daniel, nostro studente infermiere  al suo villaggio lontano 270 km. In macchina con me avevo 14 infermiere sue amiche.

I primi giorni saltavano fuori sempre cose nuove. Portare i morti nell’obitorio nessuno lo voleva più fare. Allora per i primi tempi lo facevo io, aiutato da qualche anima buona, poi ci siamo organizzati anche in questo con volontari. E così abbiamo fatto per il servizio ambulanze. All’inizio ero solo io. Poi trovati tre autisti volontari entravo in servizio solo quanto gli altri avevano finito, ossia la mattina presto o la sera dopo le sei.

Ma veniamo a quei giorni. Il primo caso sospetto si presenta a fine settembre del 2000. Un’allieva infermiera di diciannove anni, Christine, si ammala e muore in pochi giorni: febbre, emorragie, blocco renale. Si pensa a malaria cerebrale. Gli esami di laboratorio non danno risultati chiari.

Matthew Lukwiya era a Kampala per un Master in “Salute pubblica”.

In sua assenza si ammalano altre due studenti infermieri, Daniel e Monica, con gli stessi sintomi.

 Matthew è richiamato urgentemente a Gulu. Si comincia a pensare all’Ebola, (una febbre emorragica virale contro cui ancora non esistono cure. Ha delle esplosioni improvvise, arriva, uccide qualche centinaio di persone, e poi sparisce nel nulla. Ebola si trasmette per contatto diretto in poco tempo e colpisce quasi tutti gli organi, il dolore è lacerante, ed alla fine dissolve tutti i tessuti del corpo provocando grosse emorragie da tutte le mucose e da tutti gli orifizi. La mente lucida fino alla fine. Provoca la morte nell’80% dei casi)

Le studentesse infermiere  vorrebbero tutte scappare e andare a casa loro. Matthew fa loro un discorso molto semplice: “E' possibile che si tratti di Ebola - dice. Il periodo di incubazione della malattia è di circa venti giorni. Tutti noi potremmo essere già infettati dal virus. Conviene che nessuno torni a casa, il virus  potrebbe infettare la vostra famiglia e distruggerla”.

Matthew e Maria, chiamano le caposala, le infermiere e le portantine. Decidono di aprire il reparto isolamento e cercavano volontarie. Era presente anche suor Genoveffa, comboniana di quasi settant’anni, incaricata della farmacia.  All’appello di Matthew e di Maria nessuno alza la mano, dopo qualche istante solo suor Genovefa  alza la mano. Le infermiere avevano ben vivo il ricordo dei tre studenti morti pochi giorni prima. Dopo un po’ Margaret Awot, caposala ed amica di Maria, dice ha suor Genoveffa che lei ha due figlie ed ha paura di morire ma nello stesso tempo dice che non si può lasciare queste persone morire da sole ed alza la mano seguita da un’altra ed un’altra ancora. Arrivano ad essere una  quarantina. Un 10 % del personale.

Venerdì sera 13 ottobre , arrivano i risultati delle analisi dal Sud Africa e America: si tratta di Ebola .

 I casi diventano sempre più numerosi. C’è anche il rischio che l’epidemia si diffonda nei 35 campi profughi nella zona di Gulu, dove vivono ammassate più di trecento mila persone in condizioni igieniche drammatiche.

Anche i riti funebri rappresentano un veicolo di contagio tremendo, Il cadavere per tradizione viene sempre lavato e, come segno di unione con il defunto e con gli antenati, tutti i membri del clan si lavano le mani con la stessa acqua e così l’epidemia dilaga nei villaggi decimando le persone.

Le nostre ambulanze vengono chiamate molte volte al giorno, per raggiungere villaggi sempre più lontani in cui sono segnalati casi sospetti di Ebola. In molti casi la segnalazione arriva quando è ormai troppo tardi. All'inizio i sintomi si confondono con quelli della malaria.  .(Le nostre tre ambulanze in meno di due mesi percorrono 17.700 chilometri. Portano in ospedale 564 persone). Dopo una settimana dall’apertura del reparto ebola, i ricoverati erano 63. I morti 18. In ospedale la tensione e' altissima.

 Il dr. Corti e il dr. Bruno, l’amministratore, sono in ferie. Rientreranno quanto prima.

Ogni sera, alla fine della giornata, Matthew viene a trovarmi. Mi confida le sue preoccupazioni per il personale dell’ospedale, le difficoltà ed incomprensioni che incontra con le autorità distrettuali e con le organizzazioni sanitarie straniere, e non ultime le preoccupazioni per la famiglia che vive a Kampala, lontana da lui.

 Una sera mi dice che sentiva la necessità più che mai di pregare, di chiedere aiuto a Dio, perché facesse passare presto questa prova, perché nel personale volontario, la stanchezza cresceva sempre di più, erano in pochi con tanto lavoro e diventava sempre più facile commettere imprudenze in reparto.

Cominciano infatti ad ammalarsi infermiere e portantine.

 Ogni volta che muore uno del personale è una tragedia. A tutto il personale vien voglia di scappare. Si formano capannelli di infermieri contro Matthew, che non vuole arrendersi.

 Matthew è un po’ come Mosè: si sente solidale con il suo popolo; sente l'ospedale, la gente, i malati, come suoi; e dall’altra parte si lamenta con Dio, perché non sa più cosa fare con il personale medico ed infermieristico che vuole abbandonare l’ospedale e gli ammalati,  venendo meno alla loro vocazione e alla loro missione. 

Ha parole di fuoco per quelli che, senza lavorare nel reparto dell’ebola, mormorano, sobillano e cercano di dissuadere quelli che si sono offerti volontari.

Con i volontari del reparto invece ha parole piene di tenerezza. Pochi giorni prima di morire, dice:

“Voi non potete immaginare quanto mi siate cari. Siete quanto ho di piu’ prezioso in questo momento. Il vostro viso e’ stampato dentro di me. ( Quel giorno erano morte due infermiere).

Con i nostri sacrifici stiamo salvando molte vite umane. 

Siamo ancora liberi di andarcene. Ma saremmo senza pace. Sapremmo che eravamo in grado di offrire aiuto e non l’abbiamo fatto.”

 Il 18 novembre si ammala Simon Ajok, un infermiere del reparto di isolamento.

Tre giorni dopo, il 21 novembre, le sue condizioni sono gravissime. Comincia a sanguinare dal naso e dalle mucose. In un tentativo disperato di ritrovare il respiro, strappa via la maschera dell’ossigeno. Tossisce violentemente proiettando tutto intorno molte particelle di muco e sangue che macchiano anche le pareti della stanza. Come impazzito, esce dalla stanza, si strappa il catetere e la flebo e entra nel lungo corridoio insanguinando il pavimento. Erano le cinque di mattina. Babù era l’infermiere di turno quella notte. Lui e le infermiere si ritirarono prese dal panico. Babù gridava “Per favore, Simon torna indietro” Erano tutti quanti protetti da cima a fondo: stivali, camici, grembiule, guanti, maschera, berretto  ed occhiali. Era però la prima volta che vedevano un paziente di ebola che si comportava così. Poi Babù ha fatto quello che tutti avevano fatto per anni quando le cose andavano fuori controllo. Chiama e chiede aiuto a Matthew. Matthew arriva in reparto. Non c’è tempo per pensare. Tentano di calmare Simon, lo riportano a letto, puliscono pavimenti e pareti dal sangue. Matthew era ben protetto, ma non si era messo ne visiera ne occhiali. Simon subito dopo muore in un mare di sangue che usciva dal naso.

La Mattina nessuno vuole andare a lavorare negli altri reparti. Vogliono abbandonare l’ospedale.  Assemblea con tutto il personale. Alcuni Propongono di portare gli ammalati nella savana e fare un lazzaretto lontano dai centri abitati.  Un infermiere dice che era meglio se pagava i suoi volontari a fine giornata perché non sapevano e arrivavano al mattino.  Suor Maria, suora africana si alza indignata contro questo infermiere dicendoli di vergognarsi a parlare così, che non c’erano soldi al mondo che potessero pagare la loro vita. Loro lavoravano in reparto ebola coscienti anche di poter morire ma lo facevano per amore del prossimo come Gesù ci aveva insegnato e per  fedeltà alla loro missione.

Matthew ha ribadito di vergognarsi a parlare così davanti a gente che dava la vita per li altri. Per lui anche se fosse rimasto solo avrebbe continuato e riferendosi a quello che aveva fatto quella mattina per il Simon diceva che aveva rifatto il letto e pulito il corpo di Simon e pulito il sangue sparso sulle pareti e per terra.  A concluso poi se lui dovesse abbandonare non avrebbe avuto più il coraggio di presentarsi sulla faccia della terra perché avrebbe tradito la sua missione e la sua vocazione.  Pochi giorni dopo il Matthew si ammala.

La sera del 28 novembre Matthew ha 38 e mezzo di febbre e un fortissimo mal di testa. Vuole che gli porti la Novalgina. “È malaria”, dice.

 La mattina presto vado ancora a trovarlo: sta ancora male e la novalgina non gli ha fatto niente. Il sospetto che abbia l’Ebola e' grande.

Diciamo insieme una preghiera di abbandono alla volontà di Dio e mettiamo tutto nelle mani della Madonna. Vuole che Chiami il Dr. Cipriano, suo vice. Crede di avere una sinusite ed anche malaria

Viene fatto il test dell’ebola: risultato negativo. Tiriamo tutti un sospiro di sollievo.

 Il giorno dopo 29 novembre Matthew sta ancora male. Viene fatto un nuovo prelievo per effettuare un secondo test. ancora negativo.

La mattina del giorno dopo, Pierre Rollen, capo del team Americano del CDC rifà il test. Si pensa opportuno di trasferirlo da casa sua all’ ospedale. Lo porto io in macchina e lo aiuto a salire in mettersi in una stanza dell’ospedale.  Completamente senza protezione.

Sono le tre del pomeriggio, sono in macchina, con Piero Corti. Stiamo andando in cimitero, per il funerale di Helen, un’altra infermiera morta di Ebola. Piero mi dice: “Il test di Matthew è positivo: è Ebola”. Sento come una mazzata in testa. Le lacrime mi rigano il volto.

 Al ritorno dal funerale, trovo il dr. Yotty e Juliet, responsabile delle infermiere, e Babù. Do loro la notizia e ci mettiamo tutti a piangere. Dopo due giorni il suo quadro clinico si fa sempre più tragico. I polmoni si riempiono di acqua e i suoi reni non funzionano più. Respira sempre peggio.  Lo vogliamo salvare a tutti i costi. Si pensa anche a portarlo in un centro specializzato in sud Africa, ma il permesso viene negato. In una precedente epidemia in Gabon, un altro medico colpito da ebola era stato portato in sud Africa. Lui era guarito ma una infermiera sud Africana si era infettata e morta , da allora hanno negato il ricovero di questi casi ai non sud africani.  Viene allora intubato ed applicato il respiratore automatico. Viene assistito a turni di quattro ore da medici anestesisti. Uno fa parte dell’OMS, venuto per l’ebola. Gaetano Azimonti specialista in anestesia volontario dell’Avsi viene da un altro ospedale per fare i turni.  Dall’Italia sono pronti a partire altri medici specialisti in anestesia e rianimazione che lo hanno conosciuto e sono pronti a portare anche una apparecchio per la dialisi. 

 Matthew muore il 5 dicembre all’una e venti di notte.

 Sento squillare il telefono. Chiama il dr. Gaetano. Mi dice di chiamare subito il Dr. Simon Mandel del Organizzazione Mondiale della Sanità, perché Matthew ha incominciato a sanguinare. Quando arriviamo in reparto è già morto. Vado a chiamare la moglie Margaret e la sua mamma.  Sono le due di notte. Sono ancora in piedi. Stanno pregando.

 Quando la mamma arriva in reparto, il corpo di Matthew è stato già chiuso nella sacca di plastica.

 La mamma piange: "Quando è nato l'ho preso in braccio, l'ho lavato, l'ho asciugato; ora non solo non posso stringerlo, lavarlo e asciugarlo: non posso neanche vedere il suo viso per l’ultima volta". E poi madre e moglie si mettono a pregare.

 Margaret la moglie piena di rassegnazione e di fede ringraziando il Signore Gesù. Diceva “Gesù in questo momento di dolore fin quasi a morire ti ringrazio di avermi donato un marito così caro e meraviglioso  come Mathew che ha offerto la sua vita per gli ammalati e per la tua gloria

 L a mamma anche lei piena di fede davanti al suo figlio morto ha pregato così..” Ti prego mio Dio che il dottore Lokwia sia il salvatore del popolo che vive a Lacor malato di ebola. Perché lui morì per salvare la vita del suo popolo . Tuo figlio Gesu Cristo morì pure per salvare il popolo e adesso anche Lokwya ha sacrificato la sua vita per salvare la vita degli altri.

 Il Sacrificio di Matthew unito al sacrificio di tutti quei sanitari che sono morti e il coraggio di tutti gli altri che hanno accettato di lavorare come volontari ha impedito, probabilmente, che quei morti fossero migliaia. E ha dato dignità alla morte di quanti non ce l’hanno fatta.

 

Cosa sostiene una sfida umana come quella da voi vissuta al Lancor?

 Noi missionari, siamo fortunati, siamo gente libera, non sposata , senza figli,  il donarsi , la gratuità, fanno parte della nostra consacrazione alle missioni. Non dico che sia sempre così scontata... ma - diciamo - dovrebbe essere più naturale.

 Ma per le persone comuni che si sono offerte volontarie per l’ebola, per i medici, per le infermiere, per gli autisti delle ambulanze, "la gratuità" voleva  significare lasciarci la pelle, lasciare soli i figli,  la moglie o il marito e quelli che amavano. Questo donarsi era considerato dai loro stessi familiari e dai loro cosiddetti amici una vera pazzia.

 Ora, passata la tempesta, a distanza di un anno ripenso a Maria Di Santo ( una donna ed infermiera super, l’aveva definita Pierre Rollen il capo degli esperti americani. E’ del Abruzzo), responsabile del personale infermieristico, che era giunta al termine di un incarico per la Cooperazione Italiana , e decise di restare per darci una mano. Fin dal primo giorno si è buttata dentro anima e corpo in questa avventura, seguita da una quarantina di infermiere offertesi volontariamente. Sempre in reparto fino alla fine dell’epidemia. Molte volte rimaneva da sola.

 Suor Pierina, religiosa africana, morì anche lei di ebola. La contrasse mentre lavorava nell’ospedale governativo di Gulu, Matthew la stimava. Al suo funerale Matthew dice: “Sto comprendendo la professione medica. L'abbiamo scelta, forse per prestigio, o perché ci sentivamo intelligenti, o perché volevamo salvare vite umane. Oggi capisco che è una chiamata di Dio, e che il servizio alla vita non puo' essere separato dalla disponibilità a dare la propria vita come l’ha data suor Pierina.

 Penso alle suore comboniane dell’ospedale. Suor Miriam Armanasco, della Valtellina , incaricata della sartoria e lavanderia, faceva salti mortali perché il reparto avesse ogni giorno biancheria pulita e disinfettata. Nel bel mezzo dell’epidemia anche lei ha incminciato a sentirsi male ed è stata. Sentiva tutti i sintomi dell’ebola. Diceva alle sue consorelle: “Statemi lontane che non ci succeda come alle sei suore “Poverelle” di Brescia, morte di ebola in Congo  nel ‘95”. Era convinta di aversela presa. Mai, mi diceva,  si era sentita così tranquilla, serena, abbandonata alla volontà di Dio e pronta all’incontro con il padre eterno. I test sono sempre risultati negativi.  E’ convinta di aver avuto l’ebola e di essere guarita per le preghiere e le lacrime delle sue aiutanti nella sartoria e lavanderia..

 Altre suore Comboniane di altre comunità sparse per l’Uganda , saputo dell’ebola, sono subito venute ad aiutarci.

Tra queste suor Dorina Tadiello,  medico, che, appena saputo dell’epidemia, ha lasciato la sua missione si è offerta volontaria. Suor Giovanna Calabria nipote di san Giovanni Calabria, del campo profughi Sudanesi, e suor Fausta che lavorava in un altro ospedale.

tre angeli - non saprei definirle in altro modo. Sempre presenti e premurose ad aiutare a servire ed incoraggiare tutti quanti. Credo che i malati che sono stati assistiti da loro non le dimenticheranno mai. A quelli che erano in punto di morte  - per i quali non si poteva fare piu' niente, da un punto di vista medico - queste suore li hanno aiutate a sentirsi meno soli ed a soffrire ed a morire dignitosamente facendo loro sentire l'abbraccio di Dio.

Suor Dorina ha lasciato una tale impronta che le infermiere ed i medici e tutta la gente la ricordano e la ringraziano per aver continuamente ricordato loro le ragioni per cui si donavano agli altri. Suor Dorina ha scritto, in un libro, i suoi ricordi di questa esperienza vissuta dentro il reparto di isolamento. Il titolo è “Mistero di Luce” pubblicato dalle suore Comboniane. 

 Nella battaglia all’ebola alcuni erano motivati da principi religiosi, altri no. Ma tutti animati da un gran cuore e da un grande spirito di compassione.

 Penso a Margaret Awot , la prima che alzò la mano dopo la suor Genoveffa. Lo fece pensando che la gente colpita aveva bisogno del suo aiuto. Assieme a quelle del suo gruppo, prima di entrare in servizio, pregavano.

 Penso ad Aldo, mio autista: il 17 settembre un figlio suo di 20 anni è stato la prima vittima di Ebola accertata dal test. Ha cinque figli suoi , quattro altri sono di sua sorella, morta di aids ed altri quattro di suo  fratello, morto di ebola l’8 ottobre scorso.  Totale, 13 figli da mantenere. Quando ho chiesto dei volontari come autisti si è offerto subito dicendo che era sicuro che suo figlio era morto di ebola , lo aveva assistito curato e lavato e se non era morto di ebola fino allora non sarebbe più morto di ebola.

Ho chiesto che cosa l’avesse spinto a offrirsi come volontario. Mi ha risposto: l’amore di Dio. La stessa risposta me l’hanno data Babu, Peter ed altri infermieri.

 Ma penso anche al Dr. Yotty Zabulon , che dopo la morte di Matthew è rimasto il responsabile del reparto ebola. Ugandese,un  Protestante. Non praticante. Sua moglie invece religiosissima, quasi una fanatica.  La domenica - dice - preferisco passare due ore in reparto con i malati che andare in chiesa, questa è la mia preghiera domenicale. Un uomo con un cuore immenso e una grandissima umanità. Sempre disponibile, giorno e notte. Terminato il giro dei medici, ripercorreva la corsia per parlare con i malati, per ascoltarli, per dare un bicchiere d’acqua,. E se era necessario, aiutava le infermiere a lavare i pavimenti, a cambiare i malati, li lavava dalla diarrea, dal vomito, dal sangue. Mi diceva “ Quando torno a casa , una cosa che mi fa soffrire è quella di non poter abbracciare mio figlio di quattro mesi; lo faccio tenere lontano; mi accontento di guardarlo ; ho sempre paura di poterlo contagiare.

Quando Babu, l'infermiere, una mattina non si presenta più in reparto di isolamento, lo va a cercare a casa. Lo trova con la febbre alta. Malaria pensa lui. Babu vive da solo nessuno che prepari qualcosa da bere o da mangiare.. Il Dr. Yotty non se la sente di lasciarlo solo. Se lo porta a casa propria. La moglie si prende cura di lui. Dopo due giorni Babu risulta positivo al test di Ebola. Grazie a Dio si salveranno tutti: Babu, Yotty e la sua famiglia!

Prima di partire, mi disse che aveva capito che, a fare le cose solo per gli uomini, senza una motivazione superiore, senza darsi ragione di quello che si fa, senza Dio, non si riesce a durare a lungo nel servizio del prossimo. Questa esperienza dell’ebola l’aveva cambiato.

 Penso, per esempio, a Grace Akullo, infermiera , ventisette anni, due gemelli bellissimi di quattro anni. E’ morta di Ebola cantando con un filo di voce, un canto di ringraziamento a Dio, era circondata da suor Dorina, da Matthew ed altre infermiere di turno in lacrime.

Un giornalista svizzero, Peter Baumgartner, corrispondente del Tages-Anzeiger, qualche mese fa è venuto a fare un giro in Uganda. Mi diceva che in tutta la sua esperienza africana non aveva mai trovato delle persone africane che si donavano gratuitamente per gli altri.

Quando gli ho fatto presente il sacrificio di Matthew e delle nostre infermiere morte, ha detto che per lui erano eccezioni. Io gli ho risposto che, se per lui erano eccezioni, per me era qualcosa di grande che stava accadendo.  Il loro incontro con gente come Lucille e Piero Corti, fondatori dell’ospedale, ed altri cristiani li avevano cambiati.

Il loro cambiamento non era avvenuto per un immotivato senso del dovere, ma perché avevano fatto un incontro con Qualcuno (con la Q maiuscola), che dava senso e motivava la loro donazione e la loro vita.

 Anche la Grace Akullo non viene fuori dal niente. Anche lei era stata cambiata da Gesù Cristo incontrato nel movimento carismatico.  Sfogliando il suo album di foto si vede come era stata presa da questo incontro. Merita menzionarle. Una raccolta di foto con amici ripresi nei vari momenti di vita, di allegria ,balli, scuola,  reparto, lavoro ed anche di foto che riprendono le persone ed i momenti che hanno cambiato la sua vita. Ad ogni foto aveva scritto una frase o dedica. Ritratta davanti ad un letto di un malato scriveva ( Per Piacere a Dio). Ripresa con una suora che aveva appena fatto i voti ( Quelli che dicono di sì a Dio si trovano con la loro vita illuminata da un nuovo significato) Ripresa con  altri pazienti davanti al presepio allestito nel suo reparto di Chirurgia ( sapevo che io calpestavo una terra santa) Per lei l'ospedale era una Terra Santa, lì il verbo era fatto carne, Gesù vivo nei malati, lì si ripeteva ogni giorno la sua passione e morte di per la salvezza del mondo intero.

 In una lettera scritta il 19 ottobre ad un sua nipote di nome  Atim come Dominique che aiutava per pagare la scuola le descriveva l’ebola come una terribile malattia che non perdona e gli descriveva i sintomi e di stare attenta e di non venire a trovarla ne lei ne mamma e papà ne nessuno, Diceva alla  nipote di dire a tutti di pregare per lei  perchè aveva deciso di andare a lavorare in quel reparto dell’ebola. Le diceva che la sua amica Florence era già ammalata di ebola . Finiva la lettera invitando tutti i membri della famiglia ancora a pregare per lei esposta al pericolo. di morire. Quando scriveva queste cose forse aveva già l’ebola.

Si era infettata nel reparto ustionati. Una mamma aveva portato un bambino bruciato. Questa donna aveva già l’ebola, ma non lo sapeva. Ha infettato una donna tutta ustionata, bruciata, vicina di letto, che Grace tutti i giorni medicava. 

  Matthew , Grace , Simon , Suor Pierina e tanti altri morti sono Africani. La loro adesione a Cristo,  tutt’altro che poetica e consolante, era fatta di diarrea, di vomito e di sangue da pulire. Era fatta di paura di contagiarsi. Di paura di morire.

Se penso alle parole di Gesù “ non c’è amore più grande del dare la vita per i nostri fratelli”, non posso fare a meno di pensare a loro.

Erano Africani come quelli che vedete anche voi qui in Italia, tutti i giorni sulle vostre strade.

 

 Le ragioni

 

Chi è più forte di ebola? E’ Gesù che è alla sorgente del nostro essere ed operare che ci fa vivere in pienezza e da un senso nuovo anche in situazioni come quella dell’ebola. “Ama il tuo prossimo come te stesso , fa agli altri quello che vorreste essere fatto  a te”. L’ebola ha ucciso parecchi di noi ma il sacrificio e lo spirito di  Matthew e di tutte le nostre infermiere ha un valore eterno e vivrà per sempre. Vedevano in ogni colpito di ebola una persona umana da non abbandonare, da aiutare. Per loro i colpiti di ebola erano persone che chiedevano disperatamente aiuto. Come Gesù amarono queste persone fino alla fine , fino  a morire per loro.

L’uganda terra di martiri. Fin dall’inizio dell’evangelizzazione d’Uganda nel 1878 22 giovani paggi alla corte del Re sono stati uccisi perché diventati cristiani non volevano più sottomettersi alle voglie omosessuali del Re. Nel 1917 nel nord Uganda altri due giovani Martiri Gildo e Daudi sono stati uccisi perché erano andati ha predicare il vangelo in una zona di schiavisti.  Il più giovane Gildo aveva 14 anni.

Ora nel 2000 abbiamo avuto i nostri martiri. 

Se ci fosse da fare un logos uno stemma per i nostri Martiri di Lacor  me lo raffigurerei così: L’ Africa con al centro l’Uganda, al centro dell’Uganda un grande Cuore che sprigiona fiamme, St. Mary’s Hospital Lacor come cuore che palpita e il suo sangue versato che irriga e da vita all’Uganda, all’Africa.  Questo per me è il Lacor Hospital e finche il Signore ci dona persone come il Matthew , la Grace , suor Pierina, Simon ,  e tutte le altre morte per amore agli altri , l’Uganda l’africa può guardare con speranza al futuro. 

  

Conclusione

 

Noi all’Ospedale di Lacor abbiamo conosciuto molti momenti difficili: la guerra, guerriglia, saccheggio, distruzione, epidemie, e ogni volta siamo stati in grado di rispondere con tutte le nostre energie. Pensavamo che non ci fosse niente peggiore di quello che avevamo gia’ vissuto, ma non avevamo fatto i conti con l’ebola e questa sfida così insidiosa. Il male è terribile: colpisce in poco tempo quasi tutti gli organi, il dolore è lacerante, la mente rimane lucida fino alla fine nella maggioranza dei casi. E’ per questo che è importante il lavoro del personale sanitario: ridurre la sofferenza e curare per quanto possibile il male e controllare il contagio. Quello che sta avvenendo in me da quando e’ iniziata l’epidemia è una riflessione che sta dando una svolta alla mia vita, e riguarda  la comprensione della professione medica che noi scegliamo un giorno forse per il prestigio o perchè siamo intelligenti o perchè vogliamo salvare vite umane. Oggi capisco più in profondità che è una vocazione, una chiamata da Dio, e che il servizio alla vita è inscindibile dalla disponibilità a donare la propria vita. Sono consapevole del rischio oggi nell’esercizio della professione medica, ma io ho fatto la mia scelta e non mi tiro indietro. La mia vita e’ cambiata e non sarà più come prima. A illuminare questa decisione è anche l’esempio del nostro personale morto di ebola. Sono tutte persone giovani, al termine della loro carriera con un futuro davanti , sogni che finalmente credono di poter  realizzare e poi all’improvviso si trovano di fronte la morte. Mai una parola di rimpianto, mai risentimento o pentimento per aver scelto una professione così rischiosa. Hanno accettato con serenità la tragica realtà. Daniel in punto di morte ha ringraziato per tutto quello che aveva ricevuto durante la sua permanenza nella scuola infermieri  e aveva soggiunto: ‘io sto per morire, ma voi continuate con coraggio, è troppo importante il nostro lavoro ’. Sono tutti martiri della carità”.

 

Fr. Elio Croce

Missionario Comboniano

 

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 04 gennaio, 2012  
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