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Introduzione
Le nostre tre ambulanze in meno di due
mesi percorrono 17.700 chilometri. Portano in ospedale 564 persone. L’ebola
non attira investimenti per la ricerca e per le
terapie perché non offre nessuna prospettiva di
profitti. Però grazie alla volontà e caparbietà del
nostro Dottor Matthew che molte volte lottava e si
schierava contro il parere degli esperti sanitari
mondiali che credevano che ogni intervento terapeutico
sul malato fosse inutile, esistono le sue cartelle
mediche con osservazioni, descrizioni meticolose dei
sintomi variazioni giornaliere dei quadri clinici,
intuizioni ed ipotesi cliniche. Questo prezioso lavoro
condotto dal dott. Matthew è alla base di un risultato
importantissimo : A Gulu nel nostro ospedale la
mortalità è stata del 45 %, quasi la metà di quella
segnalata in altre epidemie. Questo per voi possono
essere numeri e statistiche ma per noi dell’ospedale
st. Mary di Lacor sono risultati ottenuti grazie alle
persone che hanno assistito gli ammalati con totale
dedizione, abnegazione ed amore, senza paura fino
alla fine Una storia tragica e grandiosa allo
stesso tempo capace di ridarci fiducia e speranza per
il futuro. Ringraziamo Il Signore, per l’Africa che
per noi e per l’umanità intera ci da ancora persone
come queste.
Io lavoro a Lacor, vicino a Gulu, dall’
85. Sono fratello Comboninano. Sono addetto
alle costruzioni. e tengo la manutenzione di tutte le
attrezzature elettromedicali. Faccio in modo, nel
limite del possibile, che ogni cosa funzioni ed i
medici possano lavorare e dare il meglio di loro
stessi.
La zona di Gulu nel nord dell’Uganda,
già da anni, (16 anni) è insanguinata dalla guerriglia
ed ha dovuto affrontare in successione, e talvolta
contemporaneamente, i problemi sanitari conseguenti a
guerra ed epidemie...Menengite
nel 93, colera nel 2000 ebola fine 2000.
Il
nostro ospedale si trova così ad affrontare
contemporaneamente guerra ed epidemia di ebola.
Infatti, il nove ottobre 2000, festa
dell’Indipendenza, sono fatti e spediti i prelievi
delle persone sospette al CDC di Atlanta (Centro
controllo delle malattie e della prevenzione).e in
Sudafrica. La notte stessa nel centro di Gulu una
banda di ribelli assalta una discoteca piena di
giovani , facendo diciotto morti e una quarantina di
feriti
Cosa
è l’ebola
Ebola è un virus che prende il nome di
un torrente in Congo dove si manifesto la prima
epidemia nel ’76. Quindi è una malattia abbastanza
recente e non si sa ancora quale sia il serbatoio del
virus, Si tratta di una febbre emorragica che si
manifesta come una banale Malaria, raffreddore o
influenza ,con dolori alle articolazioni, mal di
testa, febbre, dolori al petto e dissenterie. In pochi
giorni attacca tutti gli organi del corpo ed alla fine
dissolve tutti i tessuti del corpo provocando grosse
emorragie da tutte le mucose e da tutti gli orifizi.
Provoca la morte nell’80% dei casi . E’ salita alla
ribalta mondiale nel 95 quando a Kikwit nel nord est
del Congo causò la morte di 240 persone. E’ sempre
pericolosa per il personale sanitario. A Kikwit
morirono 60 operatori sanitari tra cui sei suore
italiane le poverelle di Bergamo che assistevano gli
ammalati. Erano
passati sei mesi prima che venisse dato
l’allarme.
In Gabon nel 1997 provoca 45 morti. Nel nostro
distretto di Gulu L’ebola appare a fine settembre del
2000 e l’ultimo ammalato viene dimesso il 23 gennaio
2001.
La fine dell’epidemia è stata
dichiarata quaranta giorni dopo il 23 Marzo
esattamente un anno fa. Il virus ha infettato in pochi
mesi più di 500 persone. Secondo i dati dell’OMS
organizzazione mondiale della sanità ne sono morte
224. 14 erano operatori Sanitari del nostro ospedale
tra cui il nostro direttore sanitario il dr. Matthew.
10 altre noste infermiere colpite dal virus sono
guarite.
Cosa è successo in quei giorni (cronaca)
Di quei giorni drammatici, scrivevo una
specie di diario. Come un bollettino di guerra che mandavo ad amici per
informarli di quello che succedeva a Gulu. Lo
scrivevo per non dimenticare questa esperienza
generosa e insieme drammatica nel nostro ospedale,
dove molte persone si sono donate volontariamente e
disinteressatamente fino alla morte.
La Dominique figlia del dott. Corti che attualmente si
occupa della fondazione a sostegno dell’ospedale e che
vive qui in Italia, l’ha voluto pubblicare così come
era senza neanche farmelo completare o rileggerlo.
Fin dal primo giorno dello scoppio
dell’epidemia, sotto la direzione di Matthew, direttore dell’ospedale, facevo tutto
quello che mi dicevano di fare, seguivamo un manuale
del OMS, organizzare l’isolamento con stanze
successive dove le infermiere e medici si cambiavano
si vestivano e si decontaminavano, fare scaffali per
le scarpe e per i stivali , attaccapanni per i camici
e le tute, vasche di lamiera piene di soluzione di
clorina o varechina dove passavano dentro con gli
stivali, dai leva stivali all’inceneritore, dallo
smaltimento del materiale infetto al fare le bare e
seppellire i morti. Ero quindi libero anche di entrare
nei reparti per trovare e portare conforto agli
ammalati, mentre andavo a fare qualche lavoro di
riparazione acqua-luce-ossigeno, o quando mi
chiamavano a fare qualche lastra radiografica al
torace di alcuni pazienti. Essendo saltuario, non ero
esposto al contagio come quelli che lavoravano per
molte ore al giorno nel reparto di isolamento.. Ancora
ignaro dell’epidemia, trasportai la salma di Daniel,
nostro studente infermiere al suo villaggio lontano
270 km. In macchina con me avevo 14 infermiere sue
amiche.
I primi giorni saltavano fuori sempre
cose nuove. Portare i morti nell’obitorio nessuno lo
voleva più fare. Allora per i primi tempi lo facevo
io, aiutato da qualche anima buona, poi ci siamo
organizzati anche in questo con volontari. E così
abbiamo fatto per il servizio ambulanze. All’inizio
ero solo io. Poi trovati tre autisti volontari entravo
in servizio solo quanto gli altri avevano finito,
ossia la mattina presto o la sera dopo le sei.
Ma veniamo a quei giorni.
Il primo caso sospetto si presenta a fine settembre
del 2000. Un’allieva infermiera di diciannove anni,
Christine, si ammala e muore in pochi giorni: febbre,
emorragie, blocco renale. Si pensa a malaria
cerebrale. Gli esami di laboratorio non danno
risultati chiari.
Matthew Lukwiya era a Kampala per un
Master in “Salute pubblica”.
In sua assenza si ammalano altre due
studenti infermieri, Daniel e Monica, con gli stessi
sintomi.
Matthew è richiamato urgentemente a Gulu.
Si comincia a pensare all’Ebola, (una febbre
emorragica virale contro cui ancora non esistono cure.
Ha delle esplosioni improvvise, arriva, uccide qualche
centinaio di persone, e poi sparisce nel nulla. Ebola
si trasmette per contatto diretto in poco tempo e
colpisce quasi tutti gli organi, il dolore è
lacerante, ed alla fine dissolve tutti i tessuti del
corpo provocando grosse emorragie da tutte le mucose e
da tutti gli orifizi. La mente lucida fino alla fine.
Provoca la morte nell’80% dei casi)
Le studentesse infermiere vorrebbero
tutte scappare e andare a casa loro.
Matthew fa loro un discorso molto semplice: “E'
possibile che si tratti di Ebola - dice. Il periodo di
incubazione della malattia è di circa venti giorni.
Tutti noi potremmo essere già infettati dal virus.
Conviene che nessuno torni a casa, il virus potrebbe
infettare la vostra famiglia e distruggerla”.
Matthew e Maria, chiamano le caposala, le
infermiere e le portantine. Decidono di aprire il reparto isolamento e cercavano
volontarie. Era presente anche suor Genoveffa,
comboniana di quasi settant’anni, incaricata della
farmacia. All’appello di Matthew e di Maria nessuno
alza la mano, dopo qualche istante solo suor Genovefa
alza la mano. Le infermiere avevano ben vivo il
ricordo dei tre studenti morti pochi giorni prima.
Dopo un po’ Margaret Awot, caposala ed amica di Maria,
dice ha suor Genoveffa che lei ha due figlie ed ha
paura di morire ma nello stesso tempo dice che non si
può lasciare queste persone morire da sole ed alza la
mano seguita da un’altra ed un’altra ancora. Arrivano
ad essere una quarantina. Un 10 % del personale.
Venerdì sera 13 ottobre
, arrivano i risultati delle analisi dal Sud Africa e
America: si tratta di Ebola .
I casi diventano sempre più numerosi.
C’è anche il rischio che l’epidemia si diffonda nei 35
campi profughi nella zona di Gulu, dove vivono
ammassate più di trecento mila persone in condizioni
igieniche drammatiche.
Anche i riti funebri rappresentano un
veicolo di contagio tremendo, Il cadavere per tradizione viene sempre
lavato e, come segno di unione con il defunto e con
gli antenati, tutti i membri del clan si lavano le
mani con la stessa acqua e così l’epidemia dilaga nei
villaggi decimando le persone.
Le nostre ambulanze vengono chiamate
molte volte al giorno, per raggiungere villaggi sempre
più lontani in cui sono segnalati casi sospetti di
Ebola. In molti casi la segnalazione arriva quando è
ormai troppo tardi. All'inizio i sintomi si confondono
con quelli della malaria. .(Le nostre tre ambulanze in meno di due
mesi percorrono 17.700 chilometri. Portano in ospedale 564 persone). Dopo
una settimana dall’apertura del reparto ebola, i
ricoverati erano 63. I morti 18. In ospedale la
tensione e' altissima.
Il dr. Corti e il dr. Bruno,
l’amministratore, sono in ferie. Rientreranno quanto prima.
Ogni sera, alla fine della giornata,
Matthew viene a trovarmi. Mi confida le sue
preoccupazioni per il personale dell’ospedale, le
difficoltà ed incomprensioni che incontra con le
autorità distrettuali e con le organizzazioni
sanitarie straniere, e non ultime le preoccupazioni
per la famiglia che vive a Kampala, lontana da lui.
Una sera mi dice che sentiva la necessità
più che mai di pregare, di chiedere aiuto a Dio, perché facesse passare presto
questa prova, perché nel personale volontario, la
stanchezza cresceva sempre di più, erano in pochi con
tanto lavoro e diventava sempre più facile commettere
imprudenze in reparto.
Cominciano infatti ad ammalarsi
infermiere e portantine.
Ogni volta che muore uno del personale è
una tragedia.
A tutto il personale vien voglia di scappare. Si
formano capannelli di infermieri contro Matthew, che
non vuole arrendersi.
Matthew
è un po’ come Mosè: si sente solidale con il suo
popolo; sente l'ospedale, la gente, i malati,
come suoi; e dall’altra parte si lamenta con Dio,
perché non sa più cosa fare con il personale medico ed
infermieristico che vuole abbandonare l’ospedale e gli
ammalati, venendo meno alla loro vocazione e alla
loro missione.
Ha parole di fuoco per quelli che, senza
lavorare nel reparto dell’ebola, mormorano, sobillano e cercano di
dissuadere quelli che si sono offerti volontari.
Con i volontari del reparto invece ha
parole piene di tenerezza. Pochi giorni prima di morire, dice:
“Voi non potete immaginare quanto mi
siate cari. Siete quanto ho di piu’ prezioso in questo
momento. Il vostro viso e’ stampato dentro di me. (
Quel giorno erano morte due infermiere).
Con i nostri sacrifici stiamo salvando
molte vite umane.
Siamo ancora liberi di andarcene. Ma
saremmo senza pace. Sapremmo che eravamo in grado di
offrire aiuto e non l’abbiamo fatto.”
Il 18 novembre si ammala Simon Ajok,
un infermiere del reparto di isolamento.
Tre giorni dopo, il 21 novembre, le sue
condizioni sono gravissime. Comincia a sanguinare dal
naso e dalle mucose. In un tentativo disperato di
ritrovare il respiro, strappa via la maschera
dell’ossigeno. Tossisce violentemente proiettando
tutto intorno molte particelle di muco e sangue che
macchiano anche le pareti della stanza. Come
impazzito, esce dalla stanza, si strappa il catetere e
la flebo e entra nel lungo corridoio insanguinando il
pavimento. Erano le cinque di mattina. Babù era
l’infermiere di turno quella notte. Lui e le
infermiere si ritirarono prese dal panico. Babù
gridava “Per favore, Simon torna indietro” Erano tutti
quanti protetti da cima a fondo: stivali, camici,
grembiule, guanti, maschera, berretto ed occhiali.
Era però la prima volta che vedevano un paziente di
ebola che si comportava così. Poi Babù ha fatto quello
che tutti avevano fatto per anni quando le cose
andavano fuori controllo. Chiama e chiede aiuto a
Matthew. Matthew arriva in reparto. Non c’è tempo per
pensare. Tentano di calmare Simon, lo riportano a
letto, puliscono pavimenti e pareti dal sangue.
Matthew era ben protetto, ma non si era messo ne
visiera ne occhiali. Simon subito dopo muore in un
mare di sangue che usciva dal naso.
La Mattina nessuno vuole andare a
lavorare negli altri reparti. Vogliono abbandonare
l’ospedale. Assemblea con tutto il personale. Alcuni
Propongono di portare gli ammalati nella savana e fare
un lazzaretto lontano dai centri abitati. Un
infermiere dice che era meglio se pagava i suoi
volontari a fine giornata perché non sapevano e
arrivavano al mattino. Suor Maria, suora africana si
alza indignata contro questo infermiere dicendoli di
vergognarsi a parlare così, che non c’erano soldi al
mondo che potessero pagare la loro vita. Loro
lavoravano in reparto ebola coscienti anche di poter
morire ma lo facevano per amore del prossimo come Gesù
ci aveva insegnato e per fedeltà alla loro missione.
Matthew ha ribadito di vergognarsi a
parlare così davanti a gente che dava la vita per li
altri. Per lui anche se fosse rimasto solo avrebbe
continuato e riferendosi a quello che aveva fatto
quella mattina per il Simon diceva che aveva rifatto
il letto e pulito il corpo di Simon e pulito il sangue
sparso sulle pareti e per terra. A concluso poi se
lui dovesse abbandonare non avrebbe avuto più il
coraggio di presentarsi sulla faccia della terra
perché avrebbe tradito la sua missione e la sua
vocazione.
Pochi giorni dopo il Matthew si ammala.
La sera del 28 novembre Matthew ha 38 e
mezzo di febbre
e un fortissimo mal di testa. Vuole che gli porti la
Novalgina. “È malaria”, dice.
La mattina presto vado ancora a trovarlo:
sta ancora male e la novalgina non gli ha fatto
niente. Il sospetto che abbia l’Ebola e' grande.
Diciamo insieme una preghiera di abbandono
alla volontà di Dio e mettiamo tutto nelle mani della Madonna. Vuole che
Chiami il Dr. Cipriano, suo vice. Crede di avere una
sinusite ed anche malaria
Viene fatto il test dell’ebola: risultato
negativo.
Tiriamo tutti un sospiro di sollievo.
Il giorno dopo 29 novembre
Matthew sta ancora male. Viene fatto un nuovo prelievo
per effettuare un secondo test. ancora negativo.
La mattina del giorno dopo, Pierre Rollen,
capo del team Americano del CDC rifà il test. Si pensa
opportuno di trasferirlo da casa sua all’ ospedale. Lo
porto io in macchina e lo aiuto a salire in mettersi
in una stanza dell’ospedale. Completamente senza
protezione.
Sono le tre del pomeriggio,
sono in macchina, con Piero Corti. Stiamo andando in
cimitero, per il funerale di Helen, un’altra
infermiera morta di Ebola. Piero mi dice: “Il test
di Matthew è positivo: è Ebola”. Sento come una
mazzata in testa. Le lacrime mi rigano il volto.
Al ritorno dal funerale, trovo il dr.
Yotty e Juliet, responsabile delle infermiere, e Babù.
Do loro la notizia e ci mettiamo tutti a piangere.
Dopo due giorni il suo quadro clinico si fa sempre più
tragico. I polmoni si riempiono di acqua e i suoi reni
non funzionano più. Respira sempre peggio. Lo
vogliamo salvare a tutti i costi. Si pensa anche a
portarlo in un centro specializzato in sud Africa, ma
il permesso viene negato. In una precedente epidemia
in Gabon, un altro medico colpito da ebola era stato
portato in sud Africa. Lui era guarito ma una
infermiera sud Africana si era infettata e morta , da
allora hanno negato il ricovero di questi casi ai non
sud africani. Viene allora intubato ed applicato il
respiratore automatico. Viene assistito a turni di
quattro ore da medici anestesisti. Uno fa parte dell’OMS,
venuto per l’ebola. Gaetano Azimonti specialista in
anestesia volontario dell’Avsi viene da un altro
ospedale per fare i turni. Dall’Italia sono pronti a
partire altri medici specialisti in anestesia e
rianimazione che lo hanno conosciuto e sono pronti a
portare anche una apparecchio per la dialisi.
Matthew muore il 5 dicembre all’una e
venti di notte.
Sento squillare il telefono. Chiama il dr.
Gaetano.
Mi dice di chiamare subito il Dr. Simon Mandel del
Organizzazione Mondiale della Sanità, perché Matthew
ha incominciato a sanguinare. Quando arriviamo in
reparto è già morto. Vado a chiamare la moglie
Margaret e la sua mamma. Sono le due di notte. Sono
ancora in piedi. Stanno pregando.
Quando la mamma arriva in reparto, il corpo di Matthew è stato già
chiuso nella sacca di plastica.
La mamma piange: "Quando è nato l'ho
preso in braccio, l'ho lavato, l'ho asciugato; ora non
solo non posso stringerlo, lavarlo e asciugarlo: non
posso neanche vedere il suo viso per l’ultima volta".
E poi madre e moglie si
mettono a pregare.
Margaret la moglie
piena di rassegnazione e di fede ringraziando
il Signore Gesù. Diceva “Gesù
in questo momento di dolore fin quasi a morire ti
ringrazio di avermi donato un marito così caro e
meraviglioso come Mathew che ha offerto la sua vita
per gli ammalati e per la tua gloria
L a mamma anche lei piena di fede
davanti al suo figlio morto ha pregato così..”
Ti prego mio Dio che il dottore
Lokwia sia il salvatore del popolo che vive a Lacor
malato di ebola. Perché lui morì per salvare la vita
del suo popolo . Tuo figlio Gesu Cristo morì pure per
salvare il popolo e adesso anche Lokwya ha sacrificato
la sua vita per salvare la vita degli altri.
Il
Sacrificio di Matthew unito al sacrificio di tutti
quei sanitari che sono morti e il coraggio di tutti
gli altri che hanno accettato di lavorare come
volontari ha impedito, probabilmente, che quei morti
fossero migliaia. E ha dato dignità alla morte di
quanti non ce l’hanno fatta.
Cosa sostiene una sfida umana
come quella da voi vissuta al Lancor?
Noi missionari, siamo fortunati, siamo
gente libera, non sposata , senza figli, il donarsi
, la gratuità, fanno parte della nostra
consacrazione alle missioni. Non dico che sia sempre
così scontata... ma - diciamo - dovrebbe essere più
naturale.
Ma per le persone comuni
che si sono offerte volontarie per l’ebola, per i
medici, per le infermiere, per gli autisti delle
ambulanze, "la gratuità" voleva significare
lasciarci la pelle, lasciare soli i figli, la
moglie o il marito e quelli che amavano. Questo
donarsi era considerato dai loro stessi familiari e
dai loro cosiddetti amici una vera pazzia.
Ora, passata la tempesta, a distanza di un
anno ripenso a Maria Di Santo ( una donna ed
infermiera super, l’aveva definita Pierre Rollen il
capo degli esperti americani. E’ del Abruzzo),
responsabile del personale infermieristico, che era
giunta al termine di un incarico per la Cooperazione
Italiana , e decise di restare per darci una mano. Fin
dal primo giorno si è buttata dentro anima e corpo in
questa avventura, seguita da una quarantina di
infermiere offertesi volontariamente. Sempre in
reparto fino alla fine dell’epidemia. Molte volte
rimaneva da sola.
Suor Pierina, religiosa africana, morì
anche lei di ebola. La contrasse mentre lavorava nell’ospedale governativo di
Gulu, Matthew la stimava. Al suo funerale Matthew
dice: “Sto comprendendo la professione medica.
L'abbiamo scelta, forse per prestigio, o perché ci
sentivamo intelligenti, o perché volevamo salvare vite
umane. Oggi capisco che è una chiamata di Dio, e che
il servizio alla vita non puo' essere separato dalla
disponibilità a dare la propria vita come l’ha data
suor Pierina.
Penso alle suore comboniane
dell’ospedale. Suor Miriam Armanasco, della Valtellina
, incaricata della sartoria e lavanderia, faceva salti
mortali perché il reparto avesse ogni giorno
biancheria pulita e disinfettata. Nel bel mezzo
dell’epidemia anche lei ha incminciato a sentirsi male
ed è stata. Sentiva tutti i sintomi dell’ebola. Diceva
alle sue consorelle: “Statemi lontane che non ci
succeda come alle sei suore “Poverelle” di Brescia,
morte di ebola in Congo nel ‘95”. Era convinta di
aversela presa. Mai, mi diceva, si era sentita così
tranquilla, serena, abbandonata alla volontà di Dio e
pronta all’incontro con il padre eterno. I test sono
sempre risultati negativi. E’ convinta di aver avuto
l’ebola e di essere guarita per le preghiere e le
lacrime delle sue aiutanti nella sartoria e
lavanderia..
Altre suore Comboniane di
altre comunità sparse per l’Uganda , saputo dell’ebola,
sono subito venute ad aiutarci.
Tra queste suor Dorina Tadiello,
medico, che, appena saputo dell’epidemia, ha lasciato
la sua missione si è offerta volontaria. Suor Giovanna
Calabria nipote di san Giovanni Calabria, del campo
profughi Sudanesi, e suor Fausta che lavorava in un
altro ospedale.
tre angeli - non saprei definirle in altro modo.
Sempre presenti e
premurose ad aiutare a servire ed incoraggiare tutti
quanti. Credo che i malati che sono stati
assistiti da loro non le dimenticheranno mai.
A quelli che erano in punto di morte - per i
quali non si poteva fare piu' niente, da un punto di
vista medico -
queste suore li hanno aiutate a sentirsi meno soli ed
a soffrire ed a morire dignitosamente facendo loro
sentire l'abbraccio di Dio.
Suor Dorina ha lasciato una tale impronta che le
infermiere ed i medici e tutta la gente la ricordano e
la ringraziano per aver continuamente ricordato loro
le ragioni per cui si donavano agli altri.
Suor Dorina ha scritto, in un libro, i suoi ricordi di
questa esperienza vissuta dentro il reparto di
isolamento. Il titolo è “Mistero di Luce”
pubblicato dalle suore Comboniane.
Nella battaglia all’ebola alcuni erano
motivati da principi religiosi, altri no. Ma tutti animati da un gran
cuore e da un grande spirito di compassione.
Penso a Margaret Awot , la prima che alzò la
mano dopo la suor Genoveffa. Lo fece pensando che la
gente colpita aveva bisogno del suo aiuto. Assieme a
quelle del suo gruppo, prima di entrare in servizio,
pregavano.
Penso ad Aldo, mio autista:
il 17 settembre un figlio suo di 20 anni è stato la
prima vittima di Ebola accertata dal test. Ha cinque
figli suoi , quattro altri sono di sua sorella, morta
di aids ed altri quattro di suo fratello, morto di
ebola l’8 ottobre scorso. Totale, 13 figli da
mantenere. Quando ho chiesto dei volontari come
autisti si è offerto subito dicendo che era sicuro che
suo figlio era morto di ebola , lo aveva assistito
curato e lavato e se non era morto di ebola fino
allora non sarebbe più morto di ebola.
Ho chiesto che cosa l’avesse spinto a
offrirsi come volontario. Mi ha risposto: l’amore
di Dio. La stessa risposta me l’hanno data Babu,
Peter ed altri infermieri.
Ma penso anche al Dr. Yotty Zabulon
, che dopo la morte di Matthew è rimasto il
responsabile del reparto ebola. Ugandese,un
Protestante. Non praticante. Sua moglie invece
religiosissima, quasi una fanatica. La domenica -
dice - preferisco passare due ore in reparto con i
malati che andare in chiesa, questa è la mia preghiera
domenicale. Un uomo con un cuore immenso e una
grandissima umanità. Sempre disponibile, giorno e
notte. Terminato il giro dei medici, ripercorreva la
corsia per parlare con i malati, per ascoltarli, per
dare un bicchiere d’acqua,. E se era necessario,
aiutava le infermiere a lavare i pavimenti, a cambiare
i malati, li lavava dalla diarrea, dal vomito, dal
sangue. Mi diceva “ Quando torno a casa , una cosa che
mi fa soffrire è quella di non poter abbracciare mio
figlio di quattro mesi; lo faccio tenere lontano; mi
accontento di guardarlo ; ho sempre paura di poterlo
contagiare.
Quando Babu, l'infermiere, una mattina non
si presenta più in reparto di isolamento, lo va a cercare a casa. Lo
trova con la febbre alta. Malaria pensa lui. Babu vive
da solo nessuno che prepari qualcosa da bere o da
mangiare.. Il Dr. Yotty non se la sente di lasciarlo
solo. Se lo porta a casa propria. La moglie si prende
cura di lui. Dopo due giorni Babu risulta positivo al
test di Ebola. Grazie a Dio si salveranno tutti: Babu,
Yotty e la sua famiglia!
Prima di partire, mi disse che aveva
capito che, a fare le cose solo per gli uomini, senza una motivazione
superiore, senza darsi ragione di quello che si fa,
senza Dio, non si riesce a durare a lungo nel servizio
del prossimo. Questa
esperienza dell’ebola l’aveva cambiato.
Penso, per esempio, a Grace Akullo,
infermiera
, ventisette anni, due gemelli bellissimi di quattro
anni. E’ morta di Ebola cantando con un filo di voce,
un canto di ringraziamento a Dio, era circondata da
suor Dorina, da Matthew ed altre infermiere di turno
in lacrime.
Un giornalista svizzero,
Peter Baumgartner, corrispondente del Tages-Anzeiger,
qualche mese fa è venuto a fare un giro in Uganda. Mi
diceva che in tutta la sua esperienza africana non
aveva mai trovato delle persone africane che si
donavano gratuitamente per gli altri.
Quando gli ho fatto presente il sacrificio
di Matthew e delle nostre infermiere morte, ha detto che per lui erano
eccezioni. Io gli ho risposto che, se per lui
erano eccezioni, per me era qualcosa di grande che
stava accadendo. Il loro incontro con gente come
Lucille e Piero Corti, fondatori dell’ospedale, ed
altri cristiani li avevano cambiati.
Il loro cambiamento non era avvenuto per
un immotivato senso del dovere, ma perché avevano fatto un incontro con
Qualcuno (con la Q maiuscola), che dava senso e
motivava la loro donazione e la loro vita.
Anche la Grace Akullo non viene fuori
dal niente.
Anche lei era stata cambiata da Gesù Cristo incontrato
nel movimento carismatico. Sfogliando il suo album di
foto si vede come era stata presa da questo incontro.
Merita menzionarle. Una raccolta di foto con amici
ripresi nei vari momenti di vita, di allegria ,balli,
scuola, reparto, lavoro ed anche di foto che
riprendono le persone ed i momenti che hanno cambiato
la sua vita. Ad ogni foto aveva scritto una frase o
dedica. Ritratta davanti ad un letto di un malato
scriveva ( Per Piacere a Dio). Ripresa con una suora
che aveva appena fatto i voti ( Quelli che dicono di
sì a Dio si trovano con la loro vita illuminata da un
nuovo significato) Ripresa con altri pazienti davanti
al presepio allestito nel suo reparto di Chirurgia (
sapevo che io calpestavo una terra santa) Per lei
l'ospedale era una Terra Santa, lì il verbo era fatto
carne, Gesù vivo nei malati, lì si ripeteva ogni
giorno la sua passione e morte di per la salvezza del
mondo intero.
In
una lettera scritta il 19 ottobre ad un sua nipote di
nome
Atim come Dominique che aiutava per
pagare la scuola le descriveva l’ebola come una
terribile malattia che non perdona e gli descriveva i
sintomi e di stare attenta e di non venire a trovarla
ne lei ne mamma e papà ne nessuno, Diceva alla nipote
di dire a tutti di pregare per lei perchè aveva
deciso di andare a lavorare in quel reparto dell’ebola.
Le diceva che la sua amica Florence era già ammalata
di ebola . Finiva la lettera invitando tutti i membri
della famiglia ancora a pregare per lei esposta al
pericolo. di morire. Quando scriveva queste cose forse
aveva già l’ebola.
Si era infettata nel reparto ustionati.
Una mamma aveva portato un bambino bruciato. Questa
donna aveva già l’ebola, ma non lo sapeva. Ha
infettato una donna tutta ustionata, bruciata, vicina
di letto, che Grace tutti i giorni medicava.
Matthew , Grace , Simon , Suor Pierina e
tanti altri morti sono Africani.
La loro adesione a Cristo, tutt’altro che poetica e
consolante, era fatta di diarrea, di vomito e di
sangue da pulire. Era fatta di paura di contagiarsi.
Di paura di morire.
Se penso alle parole di Gesù “
non c’è amore più grande del dare la
vita per i nostri fratelli”, non posso fare a meno di
pensare a loro.
Erano Africani come quelli che vedete anche voi qui in Italia, tutti
i giorni sulle vostre strade.
Le
ragioni
Chi è più forte di ebola? E’ Gesù che è alla sorgente del nostro
essere ed operare che ci fa vivere in pienezza e da un
senso nuovo anche in situazioni come quella dell’ebola.
“Ama il tuo prossimo come te stesso , fa agli altri
quello che vorreste essere fatto a te”. L’ebola ha
ucciso parecchi di noi ma il sacrificio e lo spirito
di Matthew e di tutte le nostre infermiere ha un
valore eterno e vivrà per sempre. Vedevano in ogni
colpito di ebola una persona umana da non abbandonare,
da aiutare. Per loro i colpiti di ebola erano persone
che chiedevano disperatamente aiuto. Come Gesù amarono
queste persone fino alla fine , fino a morire per
loro.
L’uganda terra di martiri. Fin dall’inizio dell’evangelizzazione
d’Uganda nel 1878 22 giovani paggi alla corte del Re
sono stati uccisi perché diventati cristiani non
volevano più sottomettersi alle voglie omosessuali del
Re. Nel 1917 nel nord Uganda altri due giovani Martiri
Gildo e Daudi sono stati uccisi perché erano andati ha
predicare il vangelo in una zona di schiavisti. Il
più giovane Gildo aveva 14 anni.
Ora nel 2000 abbiamo avuto i nostri martiri.
Se ci fosse da fare un logos uno stemma per i nostri Martiri di
Lacor me lo raffigurerei così: L’ Africa con al
centro l’Uganda, al centro dell’Uganda un grande Cuore
che sprigiona fiamme, St. Mary’s Hospital Lacor come
cuore che palpita e il suo sangue versato che irriga e
da vita all’Uganda, all’Africa. Questo per me è il
Lacor Hospital e finche il Signore ci dona persone
come il Matthew , la Grace , suor Pierina, Simon , e
tutte le altre morte per amore agli altri , l’Uganda
l’africa può guardare con speranza al futuro.
Conclusione
Noi all’Ospedale di Lacor abbiamo
conosciuto molti momenti difficili: la guerra,
guerriglia, saccheggio, distruzione, epidemie, e ogni
volta siamo stati in grado di rispondere con tutte le
nostre energie. Pensavamo che non ci fosse niente
peggiore di quello che avevamo gia’ vissuto, ma non
avevamo fatto i conti con l’ebola e questa sfida così
insidiosa. Il male è terribile: colpisce in poco tempo
quasi tutti gli organi, il dolore è lacerante, la
mente rimane lucida fino alla fine nella maggioranza
dei casi. E’ per questo che è importante il lavoro del
personale sanitario: ridurre la sofferenza e curare
per quanto possibile il male e controllare il
contagio. Quello che sta avvenendo in me da quando e’
iniziata l’epidemia è una riflessione che sta dando
una svolta alla mia vita, e riguarda la comprensione
della professione medica che noi scegliamo un giorno
forse per il prestigio o perchè siamo intelligenti o
perchè vogliamo salvare vite umane. Oggi capisco più
in profondità che è una vocazione, una chiamata da
Dio, e che il servizio alla vita è inscindibile dalla
disponibilità a donare la propria vita. Sono
consapevole del rischio oggi nell’esercizio della
professione medica, ma io ho fatto la mia scelta e non
mi tiro indietro. La mia vita e’ cambiata e non sarà
più come prima. A illuminare questa decisione è anche
l’esempio del nostro personale morto di ebola. Sono
tutte persone giovani, al termine della loro carriera
con un futuro davanti , sogni che finalmente credono
di poter realizzare e poi all’improvviso si trovano
di fronte la morte. Mai una parola di rimpianto, mai
risentimento o pentimento per aver scelto una
professione così rischiosa. Hanno accettato con
serenità la tragica realtà. Daniel in punto di morte
ha ringraziato per tutto quello che aveva ricevuto
durante la sua permanenza nella scuola infermieri e
aveva soggiunto: ‘io sto per morire, ma voi continuate
con coraggio, è troppo importante il nostro lavoro ’.
Sono tutti martiri della carità”.
Fr. Elio Croce
Missionario Comboniano
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