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Partiamo da Milano
mercoledì 22 ottobre alle 20.30 e arriviamo ad Amman un
po’ assonnati alle 2.00 di notte, lì ci aspetta Emilio
(arrivato dal Libano). Prendiamo un volo della Air Serve,
una compagnia specializzata in voli per il personale delle
organizzazioni non governative.
Al momento è l’unica
compagnia privata che vola su Baghdad, oltre ai voli delle
Nazioni Unite e quelli militari. L’aereo ha solo 17 posti.
Il capitano prima di partire ci informa che la discesa su
Baghdad sarà a spirale e molto veloce.
Dopo circa 2 ore di volo,
all’improvviso, nel mezzo del deserto, compare un punto
verde. Baghdad. La discesa è veramente a serpentina. L’aereoporto,
circondato da installazioni militari americane, fa una
strana impressione, pur essendo quasi nuovo e senza nessun
danno evidente, è deserto.
Sul nostro passaporto gli
impiegati irakeni mettono un timbro siglato CPA (Coalition
Provisional Authority), non esiste ancora uno stato
irakeno. Il clima a Baghdad è caldo. Attraversiamo quasi
tutta la città (5.000.000 di abitanti) coperta da una
strana polvere.
Ci dicono che è da marzo
che non piove. I segni della guerra sono evidenti solo in
alcuni grandi palazzi bombardati e molto spesso
saccheggiati, per il resto, man mano che ci avviciniamo al
centro della città, il traffico aumenta e diventa caotico.
Le macchine sono quelle che
sono, la maggior parte pezzi di antiquariato, macchine che
nelle nostre strade in Europa non si vedono più da anni. I
semafori sono un optional.
La gente sembra
indaffarata, c’è una certa animazione, i negozi sono tutti
aperti, così come i ristoranti e i locali. La vita è
ripresa. Ogni tanto si incontrano dei bambini di strada,
ma forse meno che a Milano.
Qualche pattuglia americana
si incontra sempre, o qualche carro armato, ma non si ha
affatto l’idea di una città occupata militarmente (ci
diranno poi che gli americani vivono trincerati nei loro
accampamenti all’interno degli ex palazzi presidenziali),
al contrario si vede in giro molta polizia irakena.
Gli appuntamenti,
le esplosioni
Il
vescovo armeno cattolico Mons. Atamyan ci accoglie
calorosamente. A pranzo arriva anche il Vescovo Latino
Seliman, che ci aggiornano sulla situazione. C’è ancora
molta paura in giro, non c’è sicurezza, le frontiere non
sono presidiate, chiunque può entrare in Irak. La sera a
partire dalle 8 nessuno gira più, la luce va e viene. Nei
giorni della missione rimarremo ospiti del vescovo Armeno
cattolico.
Uno degli asili dove si interverrà è all’interno della sua
parrocchia.
Cominciamo il giro dei nostri incontri all’ambasciata
italiana: un vero e proprio fortino con tanto di bunker.
Nel tardo pomeriggio facciamo un salto nella zona degli
Hotel Sheraton e Palestine, che sono quelli dei
giornalisti, anche questi sono fortificati con blocchi di
cemento e carri armati e la perquisizione è d’obbligo.
Incontriamo Monica Maggioni l’inviata RAI del TG1, è in
Irak da quasi un mese, anche lei è una fonte importante di
notizie. Ogni tanto si sentono colpi di spari e nel cielo
volteggiano gli ormai famosi Black Hawk.
Abbiamo girato molto per la
città, a bordo di una vecchissima 131 quasi disfatta, con
il parabrezza centrato da un proiettile. Il nostro
autista, Ferras, è un ragazzo giovane, nella vita gestisce
un negozio di informatica. Di notte le esplosioni sono
frequenti.
Gli asili, i
bambini
Abbiamo
fatto visita a 4 asili legati alla parrocchie cattoliche,
molto semplici ed essenziali, ma con una loro dignità. Il
nostro progetto servirà a potenziarli e sostenerli.
Gli asili sono aperti e pieni di bambini. 50, 60, 100
bambini per ogni asilo, non sembrano molto diversi dai
bambini italiani. Abbiamo visitato un asilo nella zona di
Dora, alla periferia sud della città. Una zona
poverissima, per capirci è da dove sono entrate in città
le truppe americane dopo aver sconfitto la guardia
repubblicana.
L’asilo è all’interno di una casa, anche qui le aule sono
piccole ma dignitose e pulite, hanno bisogno di molte
cose: generatore, giochi, quaderni, e soprattutto dei
minibus per poter andare a prendere e riportare a casa i
bambini.
Per maggior
dettagli clicca qui
La paura, gli
attentati
La domenica mattina (che in
Irak è giorno lavorativo) avevamo appuntamento con un
responsabile di USAID (l’Agenzia del Governo americano per
gli aiuti Internazionali) all’Hotel Al Rasheed. Arriviamo
e la zona è bloccata: i soldati americani non permettono a
nessuno di entrare, ci sono troupe televisive, poche ore
prima l’Hotel è stato attaccato con razzi, per un
attentato a Wolviitz (il viceministro della Difesa
americano). Comincia
Comincia a sentirsi una
certa tensione. Siamo appena saliti in macchina quando
sentiamo una forte esplosione, anche l’autista sussulta.
In lontananza, nella zona degli alberghi Palestine e
Sheraton, si vede alzarsi una colonna di fumo nero.
Sapremo poi che si tratta
dell’autobomba che ha distrutto la sede della Croce Rossa.
Arriviamo alla Parrocchia di Mons. Warduni, dobbiamo
prendere alcune misure per i lavori dell’asilo, salutiamo
velocemente il vescovo e ripartiamo diretti all’aereoporto,
dobbiamo riattraversare tutta la città. Tutto il centro è
bloccato, si sentono più distante altre esplosioni.
Alla fine della giornata il
triste bollettino registrerà 42 morti. In tutti gli
incontri che abbiamo avuto emerge da una parte una volontà
di normalità, di una ripresa delle vita economica e
sociale, dall’altra molta paura perchè gli attentati
continuano e la resistenza è ancora attiva.
Il rientro, la
speranza
Al check point dell’aereoporto,
da dove parte il pullman che dovrebbe portarci all’aereoporto,
un soldato ci dice che l’aereoporto è chiuso e i voli
sospesi. Una notizia raggelante: l’idea di stare ancora
qualche giorno a Bagdad non ci entusiasma.
Fortunatamente l’aereo che
deve riportarci ad Amman decolla. Lasciamo l’Irak, lunedì
27 ottobre, con un senso di sollievo per noi, ma sappiamo
che tutte le persone che abbiamo incontrato invece
rimangono lì in una situazione di incertezza e paura.
Quello che possiamo fare è
di non lasciarli soli e di aiutarli in questa difficile
ricostruzione.
Alcune foto scattate
nei dintorni degli asili
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