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In questi anni la vita di molti bambini è cambiata.

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Dal 22 al 27 ottobre
Una breve missione di AVSI per far uno dei progetti delle Tende: agli asili della Chiesa irakena.

Si è verificata la possibilità di nel settore educativo, con attenzione alla ristrutturazione primarie.

Il racconto del viaggio a Bagdad dei responsabili

di Giampaolo Silvestri, Alberto Repossi, Giuseppe Parma ed Emilio Maiandi

 

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Partiamo da Milano mercoledì 22 ottobre alle 20.30 e arriviamo ad Amman un po’ assonnati alle 2.00 di notte, lì ci aspetta Emilio (arrivato dal Libano). Prendiamo un volo della Air Serve, una compagnia specializzata in voli per il personale delle organizzazioni non governative.

Al momento è l’unica compagnia privata che vola su Baghdad, oltre ai voli delle Nazioni Unite e quelli militari. L’aereo ha solo 17 posti. Il capitano prima di partire ci informa che la discesa su Baghdad sarà a spirale e molto veloce.

Dopo circa 2 ore di volo, all’improvviso, nel mezzo del deserto, compare un punto verde. Baghdad. La discesa è veramente a serpentina. L’aereoporto, circondato da installazioni militari americane, fa una strana impressione, pur essendo quasi nuovo e senza nessun danno evidente, è deserto.

Sul nostro passaporto gli impiegati irakeni mettono un timbro siglato CPA (Coalition Provisional Authority), non esiste ancora uno stato irakeno. Il clima a Baghdad è caldo. Attraversiamo quasi tutta la città (5.000.000 di abitanti) coperta da una strana polvere.

Ci dicono che è da marzo che non piove. I segni della guerra sono evidenti solo in alcuni grandi palazzi bombardati e molto spesso saccheggiati, per il resto, man mano che ci avviciniamo al centro della città, il traffico aumenta e diventa caotico.

Le macchine sono quelle che sono, la maggior parte pezzi di antiquariato, macchine che nelle nostre strade in Europa non si vedono più da anni. I semafori sono un optional.

La gente sembra indaffarata, c’è una certa animazione, i negozi sono tutti aperti, così come i ristoranti e i locali. La vita è ripresa. Ogni tanto si incontrano dei bambini di strada, ma forse meno che a Milano.

Qualche pattuglia americana si incontra sempre, o qualche carro armato, ma non si ha affatto l’idea di una città occupata militarmente (ci diranno poi che gli americani vivono trincerati nei loro accampamenti all’interno degli ex palazzi presidenziali), al contrario si vede in giro molta polizia irakena.

Gli appuntamenti, le esplosioni

Il vescovo armeno cattolico Mons. Atamyan ci accoglie calorosamente. A pranzo arriva anche il Vescovo Latino Seliman, che ci aggiornano sulla situazione. C’è ancora molta paura in giro, non c’è sicurezza, le frontiere non sono presidiate, chiunque può entrare in Irak. La sera a partire dalle 8 nessuno gira più, la luce va e viene. Nei giorni della missione rimarremo ospiti del vescovo Armeno cattolico.

Uno degli asili dove si interverrà è all’interno della sua parrocchia.

Cominciamo il giro dei nostri incontri all’ambasciata italiana: un vero e proprio fortino con tanto di bunker. Nel tardo pomeriggio facciamo un salto nella zona degli Hotel Sheraton e Palestine, che sono quelli dei giornalisti, anche questi sono fortificati con blocchi di cemento e carri armati e la perquisizione è d’obbligo. Incontriamo Monica Maggioni l’inviata RAI del TG1, è in Irak da quasi un mese, anche lei è una fonte importante di notizie. Ogni tanto si sentono colpi di spari e nel cielo volteggiano gli ormai famosi Black Hawk.

Abbiamo girato molto per la città, a bordo di una vecchissima 131 quasi disfatta, con il parabrezza centrato da un proiettile. Il nostro autista, Ferras, è un ragazzo giovane, nella vita gestisce un negozio di informatica. Di notte le esplosioni sono frequenti.

Gli asili, i bambini

Abbiamo fatto visita a 4 asili legati alla parrocchie cattoliche, molto semplici ed essenziali, ma con una loro dignità. Il nostro progetto servirà a potenziarli e sostenerli.

Gli asili sono aperti e pieni di bambini. 50, 60, 100 bambini per ogni asilo, non sembrano molto diversi dai bambini italiani. Abbiamo visitato un asilo nella zona di Dora, alla periferia sud della città. Una zona poverissima, per capirci è da dove sono entrate in città le truppe americane dopo aver sconfitto la guardia repubblicana.

L’asilo è all’interno di una casa, anche qui le aule sono piccole ma dignitose e pulite, hanno bisogno di molte cose: generatore, giochi, quaderni, e soprattutto dei minibus per poter andare a prendere e riportare a casa i bambini.

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La paura, gli attentati

La domenica mattina (che in Irak è giorno lavorativo) avevamo appuntamento con un responsabile di USAID (l’Agenzia del Governo americano per gli aiuti Internazionali) all’Hotel Al Rasheed. Arriviamo e la zona è bloccata: i soldati americani non permettono a nessuno di entrare, ci sono troupe televisive, poche ore prima l’Hotel è stato attaccato con razzi, per un attentato a Wolviitz (il viceministro della Difesa americano). Comincia

Comincia a sentirsi una certa tensione. Siamo appena saliti in macchina quando sentiamo una forte esplosione, anche l’autista sussulta. In lontananza, nella zona degli alberghi Palestine e Sheraton, si vede alzarsi una colonna di fumo nero.

Sapremo poi che si tratta dell’autobomba che ha distrutto la sede della Croce Rossa. Arriviamo alla Parrocchia di Mons. Warduni, dobbiamo prendere alcune misure per i lavori dell’asilo, salutiamo velocemente il vescovo e ripartiamo diretti all’aereoporto, dobbiamo riattraversare tutta la città. Tutto il centro è bloccato, si sentono più distante altre esplosioni.

Alla fine della giornata il triste bollettino registrerà 42 morti. In tutti gli incontri che abbiamo avuto emerge da una parte una volontà di normalità, di una ripresa delle vita economica e sociale, dall’altra molta paura perchè gli attentati continuano e la resistenza è ancora attiva.

Il rientro, la speranza

Al check point dell’aereoporto, da dove parte il pullman che dovrebbe portarci all’aereoporto, un soldato ci dice che l’aereoporto è chiuso e i voli sospesi. Una notizia raggelante: l’idea di stare ancora qualche giorno a Bagdad non ci entusiasma.

Fortunatamente l’aereo che deve riportarci ad Amman decolla. Lasciamo l’Irak, lunedì 27 ottobre, con un senso di sollievo per noi, ma sappiamo che tutte le persone che abbiamo incontrato invece rimangono lì in una situazione di incertezza e paura.

Quello che possiamo fare è di non lasciarli soli e di aiutarli in questa difficile ricostruzione.

Alcune foto scattate nei dintorni degli asili

  
   

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 15 maggio, 2008