|
AVVENIRE: il dibattito in preparazione al G8 ha avuto l'effetto
positivo di affermare l'importanza di una riflessione sulla
globalizzazione e sugli squilibri fra Nord e Sud del mondo. Ha
ancora senso, a questo punto, insistere sulla contrapposizione
frontale o è opportuno sfruttare questa occasione per un dialogo
costruttivo tra i grandi della Terra e chi vuole rappresentare i
cosiddetti rifiutati?
Luca Casarini: Mi sembra innegabile rilevare che, se un
messaggio culturale è riuscito a passare nell'opinione pubblica,
ciò è avvenuto proprio grazie all'esistenza di una forte
contrapposizione: è questo l'elemento fondamentale emerso dai
movimenti di Seattle, quello che ha scatenato l'interesse dei
media e che non può essere sottovalutato, pena il non cogliere il
valore civile del conflitto sociale. Perciò non credo si possa
mettere in discussione un Dna che coincide con un'irriducibilità
- non ideologica ma culturale e politica - alla logica del G8: la
logica del mondo unico e del pensiero unico, a cui noi vogliamo
opporci con la disobbedienza civile e denunciandone l'illegittimità.
Questa è una lotta non tra blocchi contrapposti ma per la
sopravvivenza dell'umanità, e ciò ci porta a considerare la
contrapposizione in un'ottica nuova, nei termini di un conflitto
tra due visioni del mondo, una delle quali è escludente.
Paolo Sorbi: Credo che l'irriducibilità culturale sia il
nodo su cui riflettere. Essenziale ora è conoscere le differenze
plurali contenute nel movimento anti-globalizzazione per capire
cosa nasca dall'insieme di tali differenze e quindi, in ultima
analisi, che significato assuma questa irriducibilità culturale.
Alberto Piatti: Su questo punto vorrei fare una
precisazione: se leggiamo il documento per la lotta alla povertà
elaborato al G8 di Okinawa ci accorgiamo che l'umanità del
Pianeta è definita da categorie sociologiche, mentre non si parla
mai di persone, né di individui o di esseri umani. Credo allora
che l'irriducibilità culturale coincida con il rimettere al
centro del dibattito il grande assente anche di questi giorni, e
cioè l'essere umano, la persona, che è il motore di ogni civiltà.
Non possiamo accettare di ridurre la civiltà a una serie di
elementi tecnici e tecnologici. È necessario dire queste cose,
anche con la contrapposizione. La vera questione è:
contrapposizione a chi? Siamo di fronte a un problema di
rappresentatività: se Bretton Woods aveva determinato certi
equilibri, oggi quell'assetto è definitivamente saltato e non si
trova chi possa rappresentare i poveri del pianeta presso le
istituzioni internazionali. In questi organismi sovranazionali,
inoltre, è lo Stato che rappresenta il popolo e sebbene oggi
assistiamo a una mobilitazione della coscienza pubblica affinché
i rappresentanti del popolo portino la voce della gente presso gli
organismi globali, non dobbiamo dimenticare che la creazione di
un'opinione pubblica davvero cosciente comporta un cambiamento dei
nostri comportamenti quotidiani e delle nostre modalità di
dedicarci al bene comune.
Riccardo Moro: Mi sembra che la questione della
rappresentatività del G8 sia in realtà una "non
questione". I componenti stessi del G8 sanno di non essere
istituzionalmente "il governo del mondo", anche se poi
è chiaro che la loro potenza economica e in alcuni casi militare
comporta che gli orientamenti definiti al loro interno abbiano un
peso preponderante. Ma la questione della legittimità non deve
essere rivolta al G8: il problema di fondo è la debolezza delle
altre istituzioni internazionali, l'Onu per prima. Noi abbiamo
bisogno di un luogo dove si discutano le regole mondiali e questo
non può essere il G8: è giusto rimarcarlo ma è necessario
contemporaneamente ragionare su come rafforzare le altre
istituzioni.
AVVENIRE: Ma come rispondere a Casarini che propone con
caparbietà la logica della contrapposizione?
Moro: Per quanto riguarda l'antagonismo che cresce all'interno
della società civile, occorre riflettere sul fatto che, in tutte
le forme di dialogo internazionale, chi si siede attorno al tavolo
delle trattative sono i governi. Non c'è quindi una
rappresentanza delle opposizioni politiche dei diversi Paesi e se
è vero che qualsiasi problema nazionale è da collocare
all'interno del contesto globale, nasce il problema di come una
parte significativa dell'opinione pubblica di questi Paesi non sia
rappresentata a livello internazionale. È quindi abbastanza
naturale che esista un movimento che vuole partecipare al dialogo
in sede internazionale, proponendo temi che non ritiene siano
sufficientemente trattati. Allora è vero: esiste un problema di
espressione. Ma in questi giorni di dibattito sembra che l'unico
fine delle "tute bianche" sia infrangere la linea rossa,
sostenere il diritto di manifestare: bene, io credo che questo
porti poco lontano. La piazza deve servire a comunicare le proprie
proposte, non è un valore in sè. E il valore sta poi nella forza
del dialogo, e noi vogliamo dialogare con tutti, anche con la
Banca mondiale e con i governanti del G8.
AVVENIRE: Il G8 sta diventando un problema di ordine pubblico,
la discussione sui grandi temi è oscurata dalle preoccupazioni su
ciò che succederà a Genova: come verrà tradotto operativamente
l'antagonismo nei giorni del vertice? Se la protesta degenerasse
in violenza, ciò contribuirebbe a squalificare agli occhi
dell'opinione pubblica tutto il fronte antagonista, ma che mandato
hanno i manifestanti a rappresentare i Paesi poveri con queste
modalità?
Casarini: Penso sia necessario notare il carattere militans
di questo movimento, un carattere che è sempre stato fondamentale
anche all'interno della Chiesa, per esempio all'epoca dei grandi
blocchi. Questo carattere, tradotto in termini di società civile,
significa contrapposizione, non mediazione. Mi spiego meglio:
siamo di fronte al tentativo di dare un governo al mercato
neoliberista mondiale: non si è mai visto un mercato senza
governo. Ma è un mercato che ha permeato delle sue logiche e
delle sue regole tutte le relazioni sociali esistenti. Noi non
siamo contro la globalizzazione in sé, ma contro questa
globalizzazione costruita sull'esclusione della centralità
dell'umanità, sull'affermazione del principio economico
capitalistico come unico possibile. Il mercato è entrato nella
vita: quando si parla di brevetto del Dna o del genoma, quando si
concentrano in cinque multinazionali le proprietà intellettuali
del 90% delle sementi esistenti, si parla di cose che riguardano
la vita di tutti noi. Ciò acuisce la dimensione della
non-mediazione: questo meccanismo ha in sè la chiusura più
totale della possibilità del dialogo. Per quanto riguarda il
nostro diritto a rappresentare i poveri del mondo, devo dire che
le "tute bianche" non sono rappresentanti di nessuno:
certo l'utopia di dar voce anche a un solo fratello dei Paesi
poveri mi sembra legittima.
Sorbi: Vorrei porre una questione che trovo fondamentale. A
questo punto, dopo Genova, che cosa succederà? Mi sembra che
nelle assemblee dei movimenti di protesta debba maturare questo
contributo: che tipo di uomo vogliamo costruire? E qual è la
radice della critica politica e culturale che si deve fare? Questo
mi sembra il problema base di un movimento che intende durare
nella lotta, perché già nel '68 ponemmo il problema dell'impero.
Ma l'impero ci ha vinto perché mancava quel respiro: c'era solo
la lotta continua, non una dimensione culturale di identità
educativa. I contestatori corrono il rischio di trasformarsi nei
reggicoda di una grande razionalizzazione borghese.
Casarini: Io credo fortemente che il conflitto sociale sia
un elemento indispensabile per la democrazia. Se non ci fosse
stato in passato oggi non potremmo nemmeno discutere. Credo anche
che siamo in un periodo in cui sviluppo e progresso si sono
divisi. Il nostro Davide come lo costruiamo? Non è certo un
problema risolvibile ora: siamo ancora all'inizio: bisogna passare
attraverso Genova per riuscire a capire cosa sarà dopo Genova,
non possiamo saltarla a piè pari. Molti di noi lo farebbero
volentieri ma non è possibile: dobbiamo passarci attraverso,
perché credo che questo sia un momento di grande laboratorio
costituente, che determinerà il dopo Genova.
AVVENIRE: Parli chiaro, vuol dire che siete disposti anche a
gesti di forza?
Casarini: I movimenti sono come fiumi in piena: bisogna sapere
fare il rafting. A Genova ci saranno tensioni grandi, e noi
dovremo imparare a ragionare su queste tensioni e provare a
elaborare l'energia che si produrrà, che potrà essere positiva e
negativa. Bisogna maneggiarla, di sicuro è pericoloso, ma per chi
vuole inserirsi in questo tipo di dinamiche è un passaggio
obbligato, problematico ma anche entusiasmante. Noi cerchiamo di
aprire un ragionamento sul conflitto che non sia semplicemente
lotta e repressione né conflitto di piazza, ma valore della
disobbedienza, nel momento in cui la disobbedienza diventa un
momento di espressione. Noi siamo convinti che la violenza che ci
scaricheranno addosso semplicemente perché andremo protetti verso
una zona vietata sia un messaggio che deve far pensare tutti e che
afferma anche il fatto che non siamo disposti a dire sempre di sì
e che crediamo che Davide può battere Golia. Noi andremo a mani
alzate contro l'impero. Questa non è una cosa da poco, ovviamente
è uno sforzo che noi stiamo facendo, insieme a quello
fondamentale di un'estensione del concetto di disobbedienza: per
me la veglia di preghiera a Boccadasse rappresenta una forma di
disobbedienza. Questo impero non si vince sul piano militare, ma
su quello culturale e politico.
Piatti: Il sistema dell'impero di cui parliamo tanto dà
segni di cedimento: la Banca mondiale a Praga ha affermato che il
57 per cento di tutte le politiche di aggiustamenti strutturali
sono fallite. E anche se per la Banca mondiale il tema è la lotta
alla povertà e non ancora la persona umana, credo sia necessario
dialogare con il sistema, perché dove ci sono esperimenti
positivi e propositivi, il sistema è costretto a riconoscerli.
Porto l'esempio di una favela a Salvador de Bahia, dove la Banca
mondiale ha dovuto riconoscere il fallimento di tutti i precedenti
programmi e piegarsi all'idea di creare un accordo diretto con un
corpo non governativo come la nostra associazione per gestire
insieme alla popolazione locale un programma di rinnovamento dove
il popolo è il protagonista. Bisogna incalzare il sistema con
esempi praticabili, laddove mostra la sua debolezza e dichiara
apertamente i suoi fallimenti: anche questa è una forma di
militanza. Ma ridurre il problema a una questione di ordine
pubblico sarebbe gravissimo.
Moro: Mi chiedo perché insistere tanto sulla logica della
contrapposizione e non su quella della mediazione. Teniamo
presente che il sistema siamo noi, questo mondo è il nostro
mondo: se un mandato abbiamo, è quello di denunciare quello che
non va e impegnarci a cambiarlo. È vero: c'è una cultura
dominante che è quella del neoliberismo, la quale sostiene che il
mercato basta a se stesso e promuove di fatto il primato
dell'economia sulla politica. È vero anche che queste
affermazioni sono frutto di presupposti che spesso non si
verificano, e sappiamo benissimo che il mercato lascia per strada
un sacco di gente, mentre a noi interessa porre al centro l'uomo.
Ma ho delle perplessità dal punto di vista dei metodi proposti da
molta parte dei movimenti anti-globalizzazione. Io credo che
dobbiamo fare un forte lavoro di elaborazione per proporre delle
regole da una parte e, dall'altra, per promuovere educazione. Per
questo - fermo restando che è necessario indignarsi e denunciare
quando l'uomo è violato - io sostengo il dialogo, il dibattito a
condizione che i metodi siano non violenti, sia direttamente che
indirettamente. I cristiani prefersicono parlare di amore
piuttosto che di conflitto sociale. Io punto all'incontro, non mi
va di distribuire etichette permanenti di "nemico" a
qualcuno. Facciamo attenzione che il nostro modo di esprimerci non
sia ricco di emotività mentre lascia per strada i contenuti. In
questo modo non c'è incontro ma ci si avvita in una spirale di
contrapposizione: e se gli animi si accendono e l'antagonismo
diventa troppo forte c'è il rischio di cadere nella violenza.
Come è accaduto a Goteborg.
AVVENIRE: A questo punto occorre interrogarsi sul modello di
sviluppo da proporre per un mondo più giusto. Accettiamo di
rimanere ancora all'interno dell'economia di mercato o vogliamo
contrapporci globalmente ad essa? E che tipo di alternative
praticabili si propongono per lo sviluppo dei Paesi che sono
rimasti indietro?
Sorbi: Insisto su un punto : vorrei capire quale modello di uomo i
leader delle "tute bianche" propongono di costruire ai
loro compagni. Quale educazione ci sarà dopo Genova? ll rischio
di diventare i nuovi fenomeni piccolo-borghesi degli anni 2020
nasce proprio da un problema programmatico, che io credo vada
visto non oltre Genova ma dentro Genova. Questo è il problema
delle comunità di contestatori, che sono ottime per la forza ma
si dimostrano poi incapaci di costruire un nuovo stile di vita.
Casarini: Io sono convinto che possa esistere una dinamica globale
che non sia quella dell'esclusione di gran parte dell'umanità ma
naturalmente nessuno di noi può ancora dire come sarà. Non c'è
oggi come oggi uno schema preciso. Penso si debba parlare per
esempi e non per modelli. L'alternativa non nasce già fatta ma
cresce tutti i giorni, nella sperimentazione soprattutto locale,
perché il globale è nel locale. Bisogna sperimentare formule che
siano includenti e non escludenti anche in termini economici e su
questo ci sono esempi nel mondo che stanno funzionando, come il
commercio equo e solidale, la finanza etica, o l'esperimento di
Porto Alegre - con la sua riflessione sulla democrazia municipale
partecipativa -e ancora la costruzione del nuovo welfare globale
attraverso il meccanismo della solidarietà. La contaminazione tra
questi esempi produce probabilmente i contorni di un orizzonte che
noi chiamiamo l'"alternativa".
Piatti: Io non credo proprio che il motore del cambiamento sia il
conflitto sociale, credo che sia la sfida che l'uomo ha sempre
davanti sul significato della propria esistenza. Sono convinto che
il sistema sta scricchiolando e che ci sia una coscienza crescente
dei leader mondiali su temi fondamentali quali il debito estero,
ma il problema è che la disobbedienza civile e la denuncia devono
diventare una forma di costruzione. Come continuare a costruire?
Ci auguriamo che la disponibilità al dialogo data dal ministro
Ruggiero si traduca, immediatamente dopo Genova, in politiche di
cooperazione laddove sia favorita la comunicazione tra i popoli e
non tra gli uffici e le burocrazie, l'autodeterminazione dei
popoli e un non profit che operi secondo la propria libera
espressione. Per esempio nelle modalità della remissione del
debito estero. Ho potuto verificare - l'ultimo esempio riguarda
l'Uganda - che solo se c'è un coinvolgimento ma anche un
rinnovamento della classe politica le cose possono davvero
cambiare nei Paesi poveri. Altrimenti, il rischio è che le
risorse liberate dall'azzeramento del debito finiscano si governi
e la popolazione non en abbia alcun beneficio. C'è anche un
sistema di relazioni da cambiare.
AVVENIRE: Cerchiamo di far scaturire dall'incontro di oggi un'idea
concreta: quale gesto alla portata di tutti proporreste in
occasione del G8 per provare a cambiare le cose dal basso?
Piatti: Io proporrei di raccogliere tutte le monete che non
convertiremo in euro e darle in offerta alla Chiesa, affinché
continui la sua opera di sostegno ai Paesi poveri.
Casarini: A Genova ci sdraieremo per terra e faremo suonare le
sirene nelle piazze della città. Per quanto riguarda un gesto
possibile per tutti, io penso sia importante incominciare con una
cultura della disobbedienza anche per quanto riguarda i meccanismi
che regolano la nostra vita. Uno tra i tanti gesti che si possono
proporre è investire i propri risparmi, pur con meno profitto,
all'interno di una banca etica.
Moro: Io credo sia importante impostare un nuovo stile di vita
nella dimensione personale del quotidiano, come instaurare
relazioni positive con i vicini e le persone che incontriamo nel
corso della nostra giornata.
Sorbi: Vorrei citare don Milani (che si chiedeva a quali
condizioni la disobbedienza può essere una virtù): proporrei cioè
di leggere e studiare al fine di approfondire i temi della
globalizzazione e dell'ingiustizia sociale.
|