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In questi anni la vita di molti bambini è cambiata.

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AVSI all'Onu per la speciale
sessione sui bambini

di Alberto Piatti

Entrare nel Palazzo di Vetro di New York come membro nella delegazione della Santa Sede fa sempre un certo effetto. La prima volta, nel 1995, è stato in occasione della sessione plenaria dell’Assemblea Generale dell’ONU, questa volta, nel maggio del 2002, si è trattato della Sessione Speciale dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per i Bambini.

Al varcare la soglia si ha immediatamente la sensazione di entrare nel tempio di una “nuova religione”: in questo mondo scristianizzato, la coscienza collettiva vive ormai l’ONU come una chiesa umanitaria e il suo segretario come una specie di papa laico.

In questi anni, dalla caduta del muro di Berlino all’affermarsi del fenomeno della globalizzazione, fino al sorgere dei movimenti no-global, abbiamo assistito all’accrescersi del ruolo delle Nazioni Unite soprattutto con una funzione di tipo umanitario.

Del resto è vero che il problema della povertà è enorme e tocca le coscienze di tutti. 4 miliardi di persone vivono in uno stato di grave indigenza. La verità della povertà urta le nostre coscienze: tentare di ridurla a un fatto dominabile è una reazione comprensibile, perché abbiamo rimosso il dolore, la sofferenza, ma anche la carità.

Scandalizzati dalle cifre della povertà, dimentichi dell’esperienza della carità come fondamento della civiltà, ci lasciamo prendere da una insidiosa tentazione: credere che leggi, istituzioni, tecnologie, poteri superiori possano determinare lo sviluppo e la fine delle povertà.

Da tante, troppe parti si sta insinuando questa illusione. Ce la propongono i no-global, con l’idea che la riforma degli istituti di Bretton Woods e del commercio internazionale possano risolvere la povertà; tanti intellettuali illuminati e conduttori unici di coscienze, con l’idea che il processo di sviluppo occidentale si possa trasferire tout court agli altri popoli; i governi “evoluti”, con l’idea di poter “dettare le condizioni” della collaborazione in nome una dimostrata superiorità civile; gli organismi internazionali e super-nazionali, con gli obiettivi del millennio, la remissione del debito, i fondi globali.

Non basta una legge per cambiare l’uomo, così come non basta riformare gli istituti internazionali per combattere la povertà. E’ molto più difficile. Perché la povertà è una categoria, invece il cuore della questione è l’uomo.

E così ogni summit elabora un documento e da questo discendono le linee guida delle diverse agenzie delle Nazioni Unite che pretendono di determinare le politiche dei Paesi in via di sviluppo, spesso con il subdolo ricatto del denaro.

Questo summit sui bambini, che si sarebbe dovuto svolgere nel settembre 2001, ma è stato rinviato per i tragici fatti delle Torri Gemelle, ha dato molta enfasi alla partecipazione diretta dei bambini, quasi una nuova formula magica per produrre un mondo migliore. Lo stesso Kofi Annan, intervenendo di fronte ai bambini, ha ammesso il fallimento degli adulti, documentandolo con cifre drammatiche. Come a dire: noi non ci siamo riusciti, provateci voi bambini. Bambini liberi e protagonisti: ma liberi da chi, protagonisti di cosa?

Quando hanno potuto prendere la parola, rompendo le righe tracciate dagli adulti, si sono manifestati in tutta la loro umanità, esprimendo l’esigenza di un significato della realtà e la necessità di un rapporto con gli adulti che li accompagnino nell’avventura della vita.

Noi adulti educatori: questa è la grande responsabilità e la grande sfida che abbiamo raccolto, anche attraverso la presenza delle nostre ONG con Filippo Ciantia e Agnes O’Citti dall’Uganda, Claudia Terragni e Calin Pop dalla Romania, Javier Gavilanes dalla Spagna, e che ha preso voce nell’intervento di Ezio Castelli nel panel “Improving educational quality” sulla qualità dell’educazione, con la partecipazione di grandi organizzazioni internazionali quali Unicef, Save the Children, e dell’attrice Mia Farrow come testimonial.

Sentire risuonare le parole di Giussani, citato più volte da Ezio Castelli, nelle austere sale del Palazzo di Vetro, ci ha dato una certa emozione, anche perché l’intervento ha raccontato le esperienze concrete in atto che dalla nostra storia sono nate.

Ha parlato del lavoro che AVSI svolge con circa 50.000 bambini e ragazzi nel mondo. In Messico come in Brasile, in Romania come in Uganda, i ragazzini in situazioni di difficoltà e di abbandono hanno bisogno di scoprire il senso della propria vita per poterla affrontare e migliorare.

“Quasi un bambino su 5 non va a scuola; tra quelli che vanno a scuola, 4 su 5 non riusciranno a completare la quinta classe” ha detto Annan. Ma quanti ragazzini abbandonano la scuola perché stregati dal fascino della strada? La scuola è una prigione se un ragazzino non ne comprende il senso rispetto al proprio destino di persona.

Abbiamo ribadito che non si può parlare dei bambini “categorizzandoli” per mali e disagi sociali: bambini soldato, bambini sfruttati sul lavoro, bambini vittime dello sfruttamento sessuale, bambini malati, bambini affamati, bambini di strada, bambini in stato di abbandono...

Questo è importante e giusto ma purtroppo drammaticamente parziale.

Per guardare un bambino in modo non parziale bisogna guardarlo come una persona e quindi come un essere unico e irripetibile, con i suoi legami fondamentali, in primo luogo la famiglia, quindi irriducibile a qualunque potere, a qualunque schema anche se prodotto da un’autorevole organizzazione internazionale.

E’ evidente in Messico, a Oaxaca, dove con un accompagnamento costante dei ragazzi al significato dello studio si riduce l’abbandono scolastico. E’ evidente in Albania, dove il regime ha sospeso la scuola che forma insegnanti e AVSI ha coinvolto 200 educatori in corsi di formazione ridando loro una dignità professionale e una passione a sé e ai ragazzi. E’ evidente in Uganda, dove bambini rapiti e costretti a uccidere tornano azzerati nella propria identità nelle comunità di origine.

Dimenticando la persona, le “buone azioni” come la remissione del debito, l’aumento dei fondi per lo sviluppo, gli obiettivi di sradicamento della povertà, l’istituzione dei fondi globali, come quello per le tre grandi malattie, rischiano di andare incontro a grandi fallimenti perché si limitano a elaborare e a imporre ai Paesi in Via di Sviluppo linee guida perfette ma disumane, proprio come i piani quinquennali di sovietica memoria.

Ci siamo così resi conto che ciò a cui ci ha educato il nostro carisma ha un valore universale e che noi siamo chiamati a portarlo in tutto il mondo, soprattutto in quei luoghi in cui si pianifica la felicità dell’uomo del terzo millennio. In questa nuova terra di missione è più che mai urgente dare battaglia per la libertà di educazione, la sussidiarietà, che sottendono il rispetto della persona e la valorizzazione dei suoi talenti.

Non si tratta di una contrapposizione ideologica, ma di proporre la ricchezza della nostre esperienze come esempi praticabili, con il metodo più semplice, il “vieni e vedi”.

Così a volte ci sembra di essere come quei due strani personaggi, almeno così dovevano apparire Pietro e Paolo, che recandosi a Roma, cuore del mondo globalizzato di allora, non pensarono di assaltare il senato romano né di costruire un movimento no-global. In un mondo in cui il civis, cioè il detentore di tutti i diritti, poteva possedere tre tipi di utensili, come abbiamo imparato alla Scuola di Comunità, quelli che non si muovono e non parlano, quelli che si muovono e non parlano e quelli che si muovono e parlano, proposero un’umanità cambiata dalle ragioni della fede.

Incontrarono gli uomini del loro tempo e cambiarono il volto dell’impero.

Alberto Piatti
amministratore delegato di AVSI

 

 
 

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Ultimo aggiornamento del sito effettuato  il: 11 giugno, 2008