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Il dibattito sulla
globalizzazione appare viziato da un equivoco e da una falsificazione.
L’antesignano della globalizzazione fu quel «governo mondiale»,
salutato all’indomani della caduta del muro di Berlino e che, con la
fine del comunismo, avrebbe dovuto inaugurare una nuova epoca di pace e di
benessere nell’assenza di contrapposizioni e di blocchi ideologici.
Non è stato così.
Dopo la caduta del muro sono aumentate le guerre tra gli stati del Terzo
mondo, multi-nazionali e stati ricchi si sono scatenati per accaparrarsi
le mate-rie prime, sono diminuiti i fondi per la cooperazione, sono
aumentati i genocidi, l’instabilità in aree cruciali è concreta
minaccia al villaggio globale in ogni suo punto.
Nessuno oggi può
ragionevolmente credere che la crisi palestinese o l’instabilità nei
Balcani siano affari regionali. Più che un luogo di strapotere, la
globalizzazione appare dunque come il luogo di una debolezza causata
dall’assenza di un contraddittorio all’espandersi del sistema
statunitense. In questo senso sia la globalizzazione sia l’antiglobalizzazione
sono un fenomeno tutto interno al sistema statunitense che mentre si
propone, cerca correttivi e limiti a se stesso.
Questo è il G8,
figlio di una debolezza piuttosto che di uno strapotere. Se questo è
l’equivoco, la falsificazione si gioca sui dati messi in campo che
spesso appaiono contradditori.
L’evidenza della
disuguaglianza non corrisponde ai nuovi dati sul gap tra popolazione ricca
e povera, come dimostra la crescita di Cina e India. Ma sarebbe errato
ridurre la sfida che pone la globalizzazione a mero fatto economico. La
sfida in realtà è innanzitutto culturale e consiste nella implicita
tendenza a rendere l’uomo, da sempre capace di desiderio, ricerca e
esperienza della verità a ingranaggio senz’anima di un enorme
meccanismo economico. 0 si subisce passivamente questa concezione, oppure
si vive una risposta che porti con se una concezione dell’io altrettanto
totalizzante.
In questo senso, per
il cristiano, la globalizzazione, oltre che una sfida è un’occasione.
L’incontro con una Presenza eccezionale che corrisponde all’esigenza
di verità, giustizia, bellezza, la certez-za di una positività e di un
compito per la sua esistenza, l’appartenenza a un popolo portatore di
questo significato nella storia ha reso ogni cristiano povero o ricco in
ogni epoca capace di costruzione e speranza non vana. Di fronte a ogni
globalizzazione questa certezza l’ha reso capace di presenza e
condivisione delle domande, delle attese, dei bisogni di altri uomini. I
«poveri della terra» che l’hanno incontrato sono stati educati al bene
più prezioso, la coscienza di essere libero, responsabile del proprio
destino da subito, desideroso di migliorare le condizioni di vita sue e
dei suoi cari.
Così avvenne con le
«reducio-nes» dei gesuiti, così è awenuto con l’esperienza di Madre
Teresa nei quartieri di Calcutta, così avviene oggi nelle favelas
brasiliane, dove laici e sacerdoti condividono con i poveri la loro
situazione e rendono vivibili persino delle bidonvilles, così avviene in
Africa di fronte alla tragedia di guerre e di malattie.
Se il sistema unico
mondiale, se la globalizzazione ha la pretesa ldolatrica di porsi al
centro del cuore dell’uomo, di definire l’uomo nella consapevolezza
che ha di sé, unita alla pretesa di dare volto a ogni sua espressività lì
si giocherà la partita. Lì qualcuno andrà a cercare gli uomini. Perché,
come ha ricordato monsignor Luigi Giussani: «Quando l’impegno con il
bisogno non rimane pura occasione di reazione compassionevole, ma diventa
carità, cioè coscienza di appartenenza a una unità più grande,
imitazione nel tempo del mistero infinito della misericordia di Dio,
allora l’uomo diviene per l’altro uomo compagno di cammino. Diventa un
cittadino nuovo».
D’altro canto è
interessante notare, parafrasando il Dawson, che alle sue origini,
l’insorgere del cristianesimo nel mondo si pone come un fenomeno «globalizzante».
Quando San Paolo, obbedendo a un avvertimento ricevuto in sogno,
s’imbarcò a Troade, nell’anno 49 dell’era cristiana e arrivò a
Filippi, rivoluzionò il corso della storia e segnò l’inizio di una
nuova era nella storia del mondo e, soprattutto, dell’Occidente. In un
mondo statico, introdusse un fenomeno storico totalmente nuovo, mai visto
prima e assolutamente sconosciuto: la missione, ovvero l’idea che una
proposta, una risposta fosse adeguata ai destini di ogni uomo sotto
qualsiasi cielo, condi-zione e latitudine si trovassero.
Così il cristianesimo
si affermò nel mondo a ondate successive nell’incontro di sempre nuovi
popoli, finchè Paolo e Pietro non conclusero la propria avventura terrena
a Roma, nel cuore dell’impero, Nel cuore cioè del mondo globalizzato e
globalizzante di allora. L’Europa è nata da questa avventura sia nella
coscienza della rinascita medievale dopo le barbarie, sia
nell’intuizione della sua unità politica moderna. E nella sua essenza
il farsi strada nella storia della libertà, dell’universalità e del
rispetto della diversità. Anche solo nella storia recente abbiamo
un’Europa cui guardare, l’Europa voluta da De Gasperi, da Adenauer, da
Schumann,
L’Europa concepita
come superamento dell’egoismo di stati e come solidarietà verso la
parte più povera del mondo. Non mancano quindi personalmente e
politicamente gli spunti per rispondere a questa sfida. Non innanzitutto a
Seattle, ma ovunque siamo con un desiderio non ridotto.
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